Quando c’è legittima difesa?
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19 Feb 2016
 
L'autore
Maria Monteleone
 


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Quando c’è legittima difesa?

Per l’applicazione della legittima difesa serve la prova rigorosa di alcuni requisiti: offesa ingiusta, pericolo attuale, proporzione tra difesa e offesa.

 

Affinché si possa beneficiare dell’esimente della legittima difesa, occorre dimostrare in modo rigoroso la relazione tra un’aggressione ingiusta e una relazione legittima. Più precisamente, i requisiti essenziali della legittima difesa sono stati ribaditi da una recentissima sentenza della Cassazione [1].

 

Il codice penale [2] stabilisce che non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.

 

I giudici spiegano i presupposti imprescindibili della relazione aggressione ingiusta-reazione legittima. Innanzitutto l’aggressione ingiusta deve comportare il pericolo attuale di un’offesa che, se non neutralizzata tempestivamente con un’azione di difesa, sfocia nella lesione di un diritto proprio o altrui.

 

La reazione difensiva deve però essere legittima cioè deve nascere dall’impellente necessità di difendersi, per far fronte all’inevitabilità del pericolo attuale. Ciò che differenzia la legittima difesa dalla difesa preventiva e da quella successiva consistente nella vendetta privata, è l’elemento dell’attualità del pericolo. Con la locuzione “pericolo attuale” si deve intendere “un pericolo presente, in atto, in corso, incombente, con esclusione, cioè, del pericolo già esauritosi e di quello ancora da verificarsi”.

Si richiede, quindi, che la possibilità del compimento di atti violenti contro il soggetto agente sia effettiva in relazione ad un preciso comportamento dell’antagonista, indicativo di un’offesa ingiusta in termini di concretezza e imminenza, richiedente una pronta reazione difensiva. Non può, invece, ritenersi sufficiente la prefigurazione in via ipotetica e congetturale di un’aggressione futura quando le circostanze di fatto indichino il contrario per l’allontanamento o la fuga di chi viene poi aggredito.

 

È inoltre sempre necessario, ai fini dell’operatività della scriminante della legittima difesa, che ci sia proporzione tra difesa e offesa. Il giudizio di proporzionalità deve essere effettuato con riguardo al bilanciamento degli interessi coinvolti; vi è proporzionalità quando il male inflitto per difendersi risulta essere inferiore, uguale o superiore in modo tollerabile, a quello subìto. Il giudizio in questione tiene conto del rapporto tra i beni, interessi e valori lesi e complessivamente tra male provocato e male ricevuto.

 

La legge [3] specifica che, nel caso di violazione di domicilio da parte dell’aggressore (ipotesi, ricorrente nella cronaca degli ultimi tempi, relativa alla legittima difesa contro il ladro entrato in casa, in ufficio o nell’esercizio commerciale), il rapporto di proporzione tra difesa e offesa sussiste se l’agente usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o la altrui incolumità o b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

 

Tornando alla sentenza in esame, si sottolineano le precisazioni dei giudici anche sulla legittima difesa putativa. Quest’ultima ricorre quando il soggetto si difende nell’erronea convinzione di essere in una situazione di pericolo attuale.

In questa ipotesi, ai fini della concessione della scriminante, il giudice, deve esaminare, secondo il proprio prudente apprezzamento, le circostanze concrete e obiettive della fattispecie e verificare se la stessa fosse tale da far sorgere nel soggetto l’erroneo convincimento di trovarsi in condizioni di fatto che, qualora realmente esistenti, avrebbero reso legittima la difesa.

Occorrono comunque elementi oggettivi che hanno indotto in errore il soggetto, non potendosi fare riferimento ad elementi soggettivi e allo stato d’animo o al timore dell’agente.

 

Dunque, la legittima difesa non è applicabile quando il soggetto non agisce nella convinzione, sia pure erronea, di dover reagire a solo scopo difensivo, ma per risentimento o ritorsione contro chi ritenga essere portatore di una qualsiasi offesa.


[1] Cass. sent. n. 47177 del 27.11.15.

[2] Art. 52 cod. pen.

[3] Art. 52, c. 2, cod. pen.

 

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