La ditta che fai i lavori può aumentare il prezzo del preventivo?
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3 Gen 2016
 
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La ditta che fai i lavori può aumentare il prezzo del preventivo?

Manutenzione straordinaria e lavori di ristrutturazione in casa: quando l’appaltatore può chiedere al committente un aumento del corrispettivo, sul preventivo originario, per le attività svolte.

 

Chi inizia lavori in casa, oltre alla scelta della ditta più affidabile sotto il profilo dei tempi di consegna dell’opera, si preoccupa giustamente anche che il corrispettivo fissato in contratto venga rispettato. Infatti, è tutt’altro che rara l’ipotesi in cui l’appaltatore (il soggetto, cioè, al quale vengono affidati i lavori) chieda, in corso d’opera, un aumento del prezzo per le attività da svolgere; così, nel contrasto tra le parti sulle variazioni del preventivo originariamente concordato, spesso insorgono liti, abbandono dei lavori, richiesta di risarcimento, decreti ingiuntivi e lunghi giudizi.

 

L’ipotesi delle modifiche in corso d’opera e della revisione del prezzo fissato nel preventivo è, tuttavia, regolata dalla legge, sebbene in modo generico, che stabilisce quando e in che misura è possibile variare unilateralmente (ossia a semplice richiesta della ditta appaltatrice) il prezzo dei lavori. Ecco quindi questa sintetica scheda per dirimere i contrasti in argomento.

 

 

Modifiche in corso d’opera

Nulla vieta alle parti, durante l’esecuzione dei lavori, di modificare l’opera inizialmente convenuta. Si pensi al caso in cui lo stesso committente decida di ampliare o ridurre la portata degli interventi richiesti.

 

Sono possibili 3 ipotesi di varianti dei lavori:

 

proposte dall’appaltatore: egli, però, deve sempre chiedere l’autorizzazione scritta del committente. In ogni caso, anche quando le modifiche sono state autorizzate, l’appaltatore, se il prezzo dei lavori è stato determinato “in modo globale”, non ha diritto a un compenso extra per le varianti o per le aggiunte, salvo diverso accordo tra le parti [1];

 

necessarie per realizzare l’opera a regola d’arte, sopperendo agli errori del progetto originario: anche in questo caso, la prima cosa da fare è che le parti trovino un accordo sull’eventuale revisione del prezzo. Se tale intesa non viene raggiunta, si può ricorrere al giudice affinché determini le variazioni da introdurre e le correlative variazioni del prezzo. In ogni caso le parti non sono obbligate a dar comunque esecuzione al contratto quando gli oneri sono cambiati: infatti – in base alla legge [2] – se l’importo delle variazioni supera un sesto (ossia il 16,66%) del prezzo inizialmente concordato, la ditta appaltatrice può recedere dal contratto e ottenere un equo indennizzo. Viceversa, se le variazioni sono di notevole entità, il committente può recedere dal contratto, ma deve corrispondere un equo indennizzo all’appaltatore.

 

ordinate dal committente purché non superino il sesto del prezzo complessivo convenuto (ossia il 16,66%). Fino a tale limite, la ditta non può rifiutarsi di apportare le modifiche, tuttavia ha diritto a ottenere un compenso per le aggiunte (anche se il prezzo dell’opera era stato determinato in modo globale). Invece, superato tale limite, essa può recedere dal contratto, salvo il pagamento delle opere già realizzate e le spese. Infine, la ditta può ugualmente recedere dal contratto quando le variazioni, pur essendo contenute nei limiti di un sesto, importano notevoli modificazioni della natura dell’opera o dei quantitativi nelle singole categorie di lavori previste nel contratto.

 

Le parti nel contratto possono disciplinare le modalità esecutive di tali varianti.

 

 

Se cambia il costo dei materiali o della manodopera

L’appaltatore o il committente possono chiedere la revisione del prezzo quando, per effetto di circostanze imprevedibili estranee ad entrambi i contraenti, si sono verificate delle variazioni in aumento o in diminuzione del costo dei materiali e della manodopera, tali da determinare una variazione del prezzo complessivo dell’appalto superiore al 10%.

 

Nelle variazioni di costo:

 

– dei materiali: sono comprese le variazioni dei costi dei trasporti e dei tributi che incidono direttamente su di essi;

 

– della manodopera: sono inclusi l’aumento degli stipendi ma anche delle assicurazioni sociali e dei contributi.

 

Il diritto alla revisione è subordinato al fatto che:

 

– in caso di richiesta da parte dell’appaltatore, questi abbia consegnato le opere regolarmente e tempestivamente [4];

 

– l’aumento (o la diminuzione) non fosse prevedibile al momento del contratto usando la diligenza e la perizia media. L’imprevedibilità deve essere valutata anche in considerazione del precedente andamento dei prezzi [5];

 

– la variazione dei costi incida concretamente sulle reciproche prestazioni. Pertanto, il diritto alla revisione non è invocabile quando, malgrado l’aumento dei costi delle prestazioni causato dalla svalutazione monetaria, l’appaltatore abbia espletato il servizio con minore dispendio di materiali, di lavoro e d’impiego delle attrezzature.

 

 

Se sopraggiungono difficoltà dell’esecuzione dell’opera

Se in corso d’opera si presentano difficoltà di esecuzione derivanti da cause geologiche, idriche e simili che rendono molto più onerosa la prestazione dell’appaltatore, questi ha diritto ad un equo compenso. Tale diritto sussiste anche se le difficoltà insorte non hanno determinato una variazione del prezzo convenuto superiore al 10%.

Ciò vale a condizione che tali difficoltà non siano state previste nel contratto né potessero essere prevedibili al momento della stipula (anche con l’ausilio delle normali strumentazioni e procedure). Rientra, infatti, tra gli obblighi di diligenza dell’appaltatore il controllo sulla validità tecnica del progetto fornitogli dal committente, anche in relazione alle caratteristiche del suolo su cui deve sorgere l’opera. Pertanto, la scoperta in corso d’opera di peculiarità geologiche del terreno tali da impedire l’esecuzione dei lavori non può essere invocata per l’esenzione da responsabilità o per dilazione o indennizzo.

 

La giurisprudenza chiarisce che l’equo compenso (che è lasciato alla determinazione discrezionale del giudice) trova applicazione nelle sole ipotesi di difficoltà sopravvenute derivanti da cause naturali e non si estende ad altre e diverse cause oggettive di difficoltà sopravvenute, quali i fatti umani, sebbene idonee a produrre effetti identici o analoghi alle cause naturali.

 

La revisione non è pertanto invocabile nel caso di difficoltà sopravvenute quali ad esempio:

– difficoltà nel reperimento di manodopera o sciopero delle maestranze;

lungaggini burocratiche;

– fatto del terzo ed in genere fatto dell’uomo.

 

 

Se l’appaltatore sbaglia i calcoli

Un’ipotesi comune è quella dell’appaltatore che riveda il prezzo in aumento adducendo un errore tecnico nel calcolo del preventivo effettuato sulla base dei dati forniti dal committente. In verità spetta all’appaltatore verificare la fattibilità dell’opera e i costi per la propria azienda: se questi preferisce affidarsi alle indicazioni fornitegli dal committente, piuttosto che procedere personalmente (e con gli strumenti tecnici), non potrà per ciò richiedere aumenti sull’importo inizialmente concordato.


[1] Art. 1659 cod. civ.

[2] Art. 1660 cod. civ.

[3] Art. 1661 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 292/1987

[5] Cass. sent. n. 10288/1998, SU sent. n. 12076/1992, sent. n. 19655/2006.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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