Abuso edilizio: responsabilità penale delle persone giuridiche
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1 Gen 2016
 
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Abuso edilizio: responsabilità penale delle persone giuridiche

Anche le persone giuridiche possono rispondere dei reati di abuso edilizio (responsabilità organica).

 

Nelle ipotesi in cui una persona giuridica sia chiamata a rispondere di un illecito edilizio, la responsabilità penale va riferita alle «persone-organo», in relazione ai poteri da esse esercitati in concreto.

 

Gli autori dell’illecito penale, comunque, ben possono essere individuati anche al di là degli schemi organizzativi della persona giuridica, in quanto si identificano in tutti quei soggetti e loro rappresentanti, che abbiano assunto volitivamente la committenza dei lavori abusivi in modo pratico ed effettivo, diretto o indiretto.

 

In giurisprudenza:

 

—   «Quando committente di una costruzione edilizia sia una persona giuridica, è responsabile delle eventuali violazioni la persona fisica che ne ha la rappresentanza legale e per essa agisce» (Cass., 21 novembre 1979, in Riv. pen., 1980, 571).

 

—   «Nel caso in cui uno dei soggetti chiamati a rispondere dell’illecito edilizio sia una persona giuridica o un’impresa sociale committente dell’opera, occorre accertare l’effettivo contegno tenuto da ciascuna persona-organo in relazione ai poteri in concreto esercitati: in particolare, occorre riguardare se colui che abbia un qualsiasi potere amministrativo e dirigenziale abbia di fatto svolto intervento in ordine alla presentazione della domanda di concessione edilizia ed abbia seguito l’andamento dei lavori in modo da potersi identificare come committente dell’opera illegittimamente effettuata» (Cass., 8 gennaio 1980, in Giust. pen., 1980, II, 484).

 

—   «Il destinatario del precetto penale, nel caso in cui l’atto volitivo debba attribuirsi ad una società di capitale e più in generale ad una persona giuridica, va individuato non soltanto tra le persone fisiche che quella volontà determinarono con l’atto deliberativo ma anche tra i singoli individui che, comunque, siano concorsi nel perfezionare o nell’eseguire l’attività collettiva, anche semplicemente nel nome e nell’interesse della persona giuridica.

Rispondono del reato di costruzione abusiva in qualità di committente tutti coloro che, o perché legati da un rapporto organico con la società o perché investiti del potere di rappresentanza, compiano atti di cooperazione materiale o giuridica tali da far ravvisare un rapporto causale tra la loro condotta e l’evento negato dalla norma incriminatrice» (Cass., 21 aprile 1982, in Riv. pen., 1983, 523).

 

—   «Anche nei reati contravvenzionali propri, come sono definiti i reati urbanistici, non può essere limitata la responsabilità al presidente del consiglio di amministrazione della società, al cui interesse può essere riferita l’attività illecita; difatti, al di là degli schemi organizzativi delle persone giuridiche, vanno ricercati gli autori dell’illecito penale, i quali nei reati edilizi si identificano nei soggetti, e loro rappresentanti, che hanno assunto volitivamente la committenza dei lavori abusivi in modo pratico ed effettivo, diretto od indiretto, anche destinando il proprio capitale alla realizzazione illecita» (P. Roma, 3 luglio 1979, in Riv. pen., 1980, 275).

 

 

Il D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 — in attuazione della delega conferita al Governo dall’art. 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300 — ha introdotto nel nostro Paese la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società, delle associazioni anche prive di personalità giuridica, per i reati commessi nel loro interesse o con loro vantaggio da parte di coloro che rivestono funzioni di rappresentanza, amministrazione, direzione o controllo, nonché da parte di persone sottoposte alla direzione o vigilanza dei soggetti anzidetti.

 

Secondo la legge di delega, la responsabilità degli enti avrebbe dovuto essere prevista:

 

—   per i reati contro la P.A. e contro il patrimonio della P.A.;

—   per i reati «relativi all’incolumità pubblica previsti dal titolo VI del libro lI del codice penale» (reati di strage, incendio, naufragio, crollo di costruzioni e altri disastri dolosi, commercio di sostanze alimentari nocive etc.);

—   per i reati di omicidio colposo e lesioni colpose (artt. 589 e 590 cod. pen.), allorché gli stessi siano stati commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e a tutela dell’igiene e della salute sul lavoro;

—   per i reati «in materia di tutela dell’ambiente e del territorio, che siano punibili con pena detentiva non inferiore nel massimo ad un anno, anche se alternativa alla pena pecuniaria», previsti da una serie di leggi, quali la legge n. 47/1985 (abusivismo edilizio), il D.Lgs. n. 152/1999 (tutela delle acque dall’inquinamento), il D.Lgs. n. 490/1999 (beni culturali).

 

Il Governo, però, non ha esercitato compiutamente la delega e la sezione III del D.Lgs. n. 231/2001 disciplina soltanto le sanzioni applicabili come conseguenza di una serie di reati contro la P.A.

 

È prevista la possibilità che la persona giuridica non risponda dell’illecito, se riesce a provare che:

 

—  l’organo dirigente ha adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire reati della stessa specie di quello commesso, essendo stato altresì affidato ad un organismo dell’ente, dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo, il compito di vigilare sul funzionamento e sull’osservanza di tali modelli organizzativi;

—  le persone che hanno commesso il reato hanno eluso fraudolentemente i modelli di organizzazione e di gestione e non vi è stata omessa o insufficiente vigilanza.

 

Le sanzioni previste sono:

 

a) pecuniarie: da un minimo di 25.823 ad un massimo di 154.937.111 euro.

 

Il giudice determinerà l’importo da pagare in concreto, commisurandolo alle condizioni patrimoniali ed economiche dell’ente, in base alla gravità del fatto, al grado di responsabilità dell’ente medesimo, nonché in considerazione dell’attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto o per prevenire l’ulteriore commissione di illeciti.

 

La sanzione pecuniaria può essere ridotta, in considerazione:

 

—   della particolare tenuità del fatto, che va verificata non in relazione al reato commesso dalla persona fisica ma con riguardo al coinvolgimento dell’ente ed al vantaggio che questo ha ricavato dall’illecito. L’autore del reato, in sostanza, deve avere agito nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’ente deve averne ricavato un interesse soltanto marginale;

—   della particolare tenuità del danno patrimoniale arrecato;

—   del compimento di sollecite condotte riparatorie da parte dell’ente (risarcimento del danno ed eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato; ovvero, comunque, azione efficacemente svolta in entrambe le direzioni);

—   dell’operante adozione di modelli gestionali ed organizzativi in grado di ridurre sensibilmente il rischio della commissione di reati;

 

b) interdittive: interdizione dall’esercizio dell’attività; sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; divieto di contrattare con la P.A., salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio; esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi ed eventuale revoca di quelli già concessi; divieto di pubblicizzare beni o servizi.

 

L’applicazione di tali sanzioni verrà disposta (per una durata compresa tra i 3 mesi e i 2 anni), unitamente a quelle pecuniarie, in caso di reiterazione degli illeciti, nonché nel caso in cui l’ente abbia tratto dal reato un profitto di rilevante entità.

 

L’art. 16 del D.Lgs. n. 231/2001 prevede, però, la possibilità di applicare talune sanzioni interdittive in via definitiva in ipotesi in cui l’ente ha denotato, o per il fatto nella sua oggettività e/o per l’insistita reiterazione nell’illecito, una spiccata tendenza alla commissione di reati, altrimenti non contenibile.

 

Dovrà essere disposta, inoltre, quale conseguenza necessaria della sentenza di condanna, la confisca del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato e tutelando, comunque, i diritti dei terzi in buona fede.

 

Il giudizio per l’accertamento della responsabilità amministrativa degli enti è, di regola, lo stesso procedimento penale relativo al reato al quale detta responsabilità è collegata. Si potrà agire, comunque, separatamente qualora l’osservanza delle norme processuali lo renda necessario.

 

La difesa tecnica è obbligatoria anche per l’ente.

 

Alla fine delle indagini preliminari (nel corso delle quali è prevista anche la possibilità di applicare misure cautelari), il P.M. potrà esercitare l’azione amministrativa nei confronti dell’ente (ed in tal caso procederà alla contestazione dell’illecito attraverso i medesimi atti con cui viene esercitata l’azione penale) ovvero chiedere al giudice l’archiviazione.

 

Il P.M. può chiedere al G.I.P. l’emanazione di decreto di condanna (avverso il quale l’ente può proporre opposizione), con riduzione della sanzione pecuniaria fino alla metà.

 

Qualora sia prevista l’udienza preliminare, all’esito di essa il giudice potrà pronunciare sentenza di non luogo a procedere ovvero emettere decreto di rinvio a giudizio ed il procedimento potrà definirsi in sede dibattimentale (in tale sede è stabilita l’incompatibilità con l’ufficio di testimone della persona imputata e del legale rappresentante dell’ente all’epoca dei fatti) o attraverso la scelta dei riti speciali previsti dal codice di procedura penale, cui si ricollegano sconti delle sanzioni sia pecuniarie sia interdittive.

 

I giudizi e le impugnazioni (appello, ricorso per Cassazione, revisione) si svolgono secondo le norme del codice di procedura penale ed i provvedimenti definitivi irrogativi delle sanzioni pecuniarie sono annotati nel casellario giudiziale.

 

Diritto-Urbanistico


 


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