Processo per abuso edilizio: la costituzione di parte civile
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1 Gen 2016
 
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Processo per abuso edilizio: la costituzione di parte civile

 Reato di abuso edilizio: la costituzione di parte civile dei privati confinanti e del Comune.

 

La giurisprudenza della Suprema Corte è costantemente orientata nel senso di ritenere ammissibile la costituzione di parte civile del privato cittadino, nei procedimenti penali per violazione della legge urbanistica, tutte le volte che l’azione illecita abbia cagionato anche la lesione di un diritto privato.

 

I proprietari del fondo confinante a quello su cui è sorta una costruzione abusiva, pertanto, in questi casi, sono legittimati a chiedere il risarcimento dei danni ad essi provocati dalla violazione delle norme edilizie.

 

 

In giurisprudenza:

 

—   «Nei procedimenti per violazioni urbanistico-edilizie, il privato confinante è legittimato a costituirsi parte civile, quando la realizzazione dell’abuso edilizio da parte del vicino non violi solo le norme poste a tutela del regolare assetto del territorio, ma anche le norme che impongono limiti al diritto di proprietà, che stabiliscono distanze, volumetria ed altezza delle costruzioni, previste dal codice civile e dai piani regolatori, violazioni produttive di un danno patrimoniale» (Cass. pen., sez. III: 26 novembre 2012, n. 45942; 25 novembre 2009, n. 45295; 4 aprile 2008, Chianese, in Giust. pen., 2009, III, 345).

 

—   «Il solo fatto che una costruzione sia sorta in mancanza della prescritta concessione, ove non si sia avuta violazione delle norme cui sono riconnesse le conseguenze previste dall’art. 872, 2° comma, cod. civ., non può essere causa di danno risarcibile a favore del confinante, atteso che questo, anche se lamenti la lesione di un suo personale interesse a seguito della costruzione eseguita senza concessione, non è titolare di un diritto soggettivo, la cui lesione possa dar luogo al risarcimento del danno, a fronte delle norme che regolano, in ordine allo jus aedificandi, il potere della p.a. ispirato alla tutela dell’interesse generale all’ordinato sviluppo edilizio» (Cass., sez. II, 26 aprile 1993, n. 4889).

 

—   «L’art. 185 c.p. dispone che ogni reato che abbia cagionato un danno (patrimoniale o non patrimoniale) obbliga il colpevole al risarcimento e l’art. 872, comma 2, cod. civ. statuisce che colui che per effetto della violazione delle norme di edilizia ha subito un danno deve essere risarcito. Pertanto il vicino che ha ricevuto un danno dalla violazione delle norme urbanistiche può costituirsi parte civile ed ha diritto, in caso di condanna dell’imputato, al risarcimento del danno» (Cass., sez. III, 15 marzo 1976, n. 3401).

 

—   «Il proprietario del fondo finitimo è legittimato all’esercizio dell’azione civile nel processo penale per costruzione abusiva, non solo nell’ipotesi di mancato rispetto delle distanze legali, ma in ogni altro caso di violazione di norme edilizie, poste dalla legge speciale o dai regolamenti edilizi comunali. Egli, infatti, oltre che portatore di un interesse legittimo all’osservanza delle prescrizioni relative agli interessi pubblici di igiene e di estetica dell’abitato, è anche titolare di un interesse direttamente tutelato dall’ordinamento giuridico, cioè di un diritto soggettivo perfetto all’integrità del fondo di cui è proprietario, inteso come facoltà di goderne con pienezza» (Cass., sez., III, 11 ottobre 1976, n. 9959).

 

 

In altri termini, può certamente accadere che la costruzione violi soltanto l’interesse pubblico all’ordinato sviluppo dell’aggregato urbano senza ledere anche l’interesse dei privati confinanti: in tal caso è ovvio che questi ultimi, non ricevendo un danno personale ed immediato dall’abusiva costruzione, non vanteranno una posizione qualificabile come diritto soggettivo e perciò non avranno titolo per costituirsi parte civile contro il costruttore abusivo.

 

Qualora, però, accada che la costruzione abusiva, oltre a violare l’interesse pubblico, arrechi contemporaneamente dei danni ai privati confinanti — poiché la posizione dei privati riceve dall’ordinamento giuridico una protezione diretta ed immediata — è innegabile il loro diritto a costituirsi parte civile contro il costruttore abusivo per chiedere la riduzione in pristino oppure solo il risarcimento dei danni.

 

L’ordine di demolizione emanato dal giudice, in accoglimento delle richieste dei privati costituitisi parte civile, non ha nulla in comune con l’ordine di demolizione emesso dall’amministrazione.

 

Tali provvedimenti, pur comportando le stesse conseguenze pratiche, hanno natura e presupposti diversi. L’ordine di demolizione adottato dall’amministrazione è un provvedimento repressivo, che implica la violazione dell’interesse pubblico urbanistico e la cui adozione si giustifica con la semplice lesione di tale interesse. L’ordine di demolizione emanato dal giudice, a norma degli artt. 185 cod. pen. e 872-873 cod. civ., implica la lesione di diritti dei privati ed è fondato sull’accertamento giudiziale della lesione delle norme sui rapporti di vicinato.

 

 

In giurisprudenza:

 

—   «Il danno definitivo da violazione della normativa edilizia in tema di volumi e altezza e di cui all’art. 872 cod. civ. consiste nel deprezzamento commerciale del fabbricato in concreto danneggiato per diminuzione di visuale, esposizione, luce, aria, sole e amenità in generale» (Cass. civ., sez. II, 31 maggio 2010, n. 13230. Vedi pure Cass. pen., sez. III, 13 maggio 2013, n. 20378).

 

—   «Ai fini della pronuncia di condanna generica al risarcimento dei danni in favore della parte civile non è necessario che il danneggiato provi la effettiva sussistenza dei danni e il nesso di causalità tra questi e l’azione dell’autore dell’illecito, essendo sufficiente l’accertamento di un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose» (Cass., sez. III, 25 gennaio 2011, n. 25191, Calovi).

 

—   «Ai fini della condanna al risarcimento ex art. 872 cod. civ., a favore del privato danneggiato dalla violazione di disposizioni urbanistiche da parte del vicino proprietario necessita, sia pure agli effetti di una condanna generica, l’accertamento da parte del giudice penale quanto meno dell’an debeatur, cioè della sussistenza di un pregiudizio patrimoniale risarcibile a norma delle leggi civili, derivante cioè dalla violazione di specifiche norme di relazione in coincidenza della condotta penale» (Cass., sez. III, 18 aprile 2002, Chiodo, in Riv. pen., 2002, 1083).

 

—   «La facoltà del giudice penale di pronunciare una condanna generica al risarcimento del danno, prevista dall’art. 539 c.p.p., non incontra restrizioni di sorta in ipotesi di incompiutezza della prova sul «quantum», bensì trova implicita conferma nei limiti dell’efficiacia della sentenza penale nel giudizio civile per la restituzione e il risarcimento del danno fissati dall’art. 651 c.p.p., escludendosi, perciò, l’estensione del giudicato penale alle conseguenze economiche del fatto illecito commesso dall’imputato (Cass. pen., Sez. IV, 26-1-1999, n. 1045). Sicché, ai fini della pronuncia di condanna generica al risarcimento dei danni in favore della parte civile, non è necessario che il danneggiato dia la prova della effettiva sussistenza dei danni e del nesso di causalità tra questi e l’azione dell’autore dell’illecito, ma è sufficiente l’accertamento di un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose: la suddetta pronuncia, infatti, costituisce una mera «declaratoria iuris», da cui esula ogni accertamento relativo sia alla misura sia alla stessa esistenza del danno, il quale è rimesso al giudice della liquidazione (Cass., sez. III, 27 gennaio 2009, n. 3593, Puddu ed altro).

 

—   «Il proprietario confinante è legittimato a costituirsi parte civile nei procedimenti penali aventi ad oggetto abusi edilizi non soltanto quando siano violate le norme civilistiche che stabiliscono le distanze nelle costruzioni (art. 873 cov. civ.), ma anche nel caso di inosservanza delle regole da osservarsi nelle costruzioni (art. 871 cod. civ.), indipendentemente dalle distanze (fattispecie di mutamento di destinazione d’uso di un piano seminterrato da garage e cantina in miniappartamento)» (Cass., sez. III, 21 ottobre 2009, n. 45295, Vespa).

 

—   «In tema di costruzione abusiva per totale difformità dalla concessione, la lesione dei diritti soggettivi della parte civile costituita, derivante dalla violazione delle prescrizioni di legge o degli strumenti urbanistici è rilevante anche se essa concerne norme non integrative del codice civile in materia di distanze; in tal caso, però, va distinta la possibilità di richiedere la riduzione in pristino ovvero soltanto il risarcimento del danno; un aumento di volumetria ed una diversa utilizzazione dell’opera possono comportare una diminuzione di amenità del luogo a causa dell’aumento della rumorosità, dell’inquinamento atmosferico, del traffico e di ogni altro fenomeno collegato alla possibilità di maggiore utilizzazione (nella specie, il doppio di superficie di un esercizio commerciale); in tal caso, poiché manca un asservimento de facto del fondo del vicino — come avviene, invece, nella disciplina delle distanze — occorre fornire la prova della potenziale esistenza di un danno ed una dimostrazione precisa e rigorosa della sua entità oggettiva sotto i profili innanzi evidenziati (comodità, tranquillità ed altro)» (Cass., sez. III, 23 maggio 1997, Ciotti, in Riv. giur. edilizia, 1998, I, 1046).

 

 

La Cassazione ha affermato che anche il proprietario di un immobile abusivamente edificato (pur essendo esposto alle sanzioni previste dalla legge per l’edificazione abusiva) non rimane sprovvisto della tutela apprestata dall’ordinamento a favore della proprietà, nel caso di violazione, ad opera di terzi, delle norme che disciplinano lo ius aedificandi.

 

Qualora, pertanto, dall’altrui violazione di norme di edilizia sia derivata una diminuzione della visuale, di panoramicità, di amenità o di soleggiamento al manufatto anch’esso abusivo, tale diminuzione costituisce danno risarcibile (così Cass., 18 agosto 1990, n. 8412).

 

 

 

La costituzione di parte civile del Comune

 

Può l’amministrazione comunale costituirsi parte civile nel procedimento penale (instauratosi a seguito di abuso edilizio) facendo domanda di risarcimento dell’illecito?

 

La dottrina è divisa in proposito (in senso favorevole si sono espressi ANNUNZIATA e BENVENUTI; in senso contrario: SANDULLI, PREDIERI e DELFINO).

 

La possibilità della costituzione non appare contraria al nostro sistema legislativo, che riconosce, in via di principio, agli enti pubblici la scelta tra i mezzi di tutela in via amministrativa e quelli comuni; tanto più che — a norma dell’art. 24 della Costituzione — ciascuno, senza alcuna distinzione, può adire gli organi giurisdizionali per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi.

 

La soluzione della questione dipende dalla configurabilità di un diritto soggettivo del Comune, suscettibile di essere leso dalla condotta costituente reato.

 

Inteso il diritto soggettivo quale potere di agire (agere licere) per il soddisfacimento del proprio interesse direttamente protetto dall’ordinamento giuridico, è ormai generalmente ritenuto che tale situazione giuridica attiva possa inerire anche ad interessi di rilievo pubblicistico, dando luogo alla figura del diritto soggettivo pubblico.

 

Le dette situazioni giuridiche soggettive attive consistono, anzitutto, nel diritto di ogni ente pubblico al riconoscimento, al rispetto ed alla inviolabilità da parte di qualsiasi altro soggetto della propria posizione funzionale, cioè della sfera giuridica ad esso attribuita dall’ordinamento.

 

Tale diritto può essere certamente compromesso dagli illeciti urbanistici, per gli intralci, i condizionamenti e le preclusioni che da illeciti siffatti possono derivare al libero esercizio della pubblica funzione di cui si tratta.

 

Al diritto alla intangibilità della sfera relativa alla propria posizione funzionale si accompagna il diritto, egualmente protetto, alla realizzazione, alla conservazione ed all’ordinato sviluppo di un predeterminato assetto urbanistico, per la tutela degli interessi collettivi aventi come termine di riferimento l’ambiente e l’assetto del territorio. I comportamenti antigiuridici, pertanto, che incidono negativamente sui suddetti interessi protetti (quello inerente alla posizione funzionale e quello alla realizzazione del programmato assetto urbanistico) concretano un danno risarcibile, e sono quindi fonte di responsabilità civile, qualora si traducano nella perdita concreta di utilità o di posizioni di vantaggio di cui il Comune fruiva, ovvero comportino per esso nuovi e maggiori oneri, sul piano funzionale e finanziario: quali, ad esempio, quelli per la ricerca e la realizzazione di soluzioni rivolte ad ovviare ad inconvenienti, difficoltà, esigenze o carenze, provocati dagli illeciti edilizi.

 

È, altresì, identificabile un danno non patrimoniale: consistente non tanto nella menomazione del prestigio dell’ente e della sua credibilità, ma piuttosto nel risultato negativo della mancata o ritardata realizzazione dell’interesse pubblico.

 

In conclusione, dunque, può affermarsi che la condotta del costruttore abusivo può cagionare al Comune sia un danno non patrimoniale che un danno patrimoniale costituito dal conseguente squilibrio ecologico o sociologico, che deteriora l’assetto urbanistico, costringendo l’ente pubblico ad interventi riparatori che richiedono spesso l’impiego di ingenti mezzi finanziari (danno emergente). Il danno patrimoniale, inoltre, può consistere nella mancata o ritardata acquisizione gratuita di aree per le opere di urbanizzazione primaria o secondaria, nell’omessa assunzione da parte del privato degli oneri relativi alle opere di urbanizzazione e nella mancata corresponsione del contributo di costruzione (lucro cessante).

 

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione — con due sentenze del 21-4-1979 — componendo i contrasti manifestatisi in seno alle Sezioni semplici penali, hanno risolto affermativamente il problema dell’ammissibilità della costituzione di parte civile dei Comuni nei procedimenti penali per reati in materia edilizia, negando però che il Comune possa chiedere, ed il giudice penale conseguentemente riconoscere, il risarcimento del danno in forma specifica mediante la demolizione coattiva del manufatto abusivamente costruito.

 

Talune sentenze, infatti, avevano negato che la violazione delle norme urbanistiche comportasse la lesione di un diritto soggettivo del Comune, ritenendo conseguentemente che questo, in difetto di un danno risarcibile, non fosse legittimato a costituirsi parte civile (sez. III: 28 ottobre 1974; 24 febbraio 1978; 5 luglio 1978). Altre decisioni avevano, invece, ritenuto ammissibile la costituzione di parte civile del Comune nel procedimento penale per violazione delle norme urbanistiche (sez. III: 26 maggio 1969; 5 luglio 1974; 12 gennaio 1976; 14 ottobre 1976; 17 maggio 1978; 3 novembre 1978).

 

Le Sezioni Unite, in particolare, hanno testualmente affermato che:

 

—   «Sussiste la legittimazione del Comune a costituirsi parte civile nei procedimenti penali aventi ad oggetto i reati urbanistici, essendo qui il danno risarcibile una conseguenza della violazione d’un diritto soggettivo pubblico funzionale dello stesso Comune, il quale si presenta come il soggetto a cui gli anzidetti reati hanno recato un danno.

La costituzione di parte civile del Comune nel processo penale avente ad oggetto i reati urbanistici resta pur sempre ancorata a quella piattaforma privatistica, accolta dal vigente sistema penal-processuale, posto che il Comune agisce jure gestionis per far valere l’interesse al risarcimento del danno e non già quale coadiutore del Pubblico Ministero» (Cass., Sez. Unite, 21 aprile 1979, ric. Pelosi e Armellini, in Giur. it., 1980, II, 1);

—   «il giudice, pur sussistendo la legittimazione del Comune a costituirsi parte civile nel processo penale avente ad oggetto reati urbanistici per ottenere il risarcimento del danno patrimoniale o non patrimoniale ad esso derivato anche nella veste di ente rappresentativo di interessi collettivi della comunità locale, non può disporre come misura risarcitoria in forma specifica la demolizione del manufatto abusivo o di parte del medesimo, posto che l’adozione di tale misura risulta devoluta esclusivamente all’autorità amministrativa ed il relativo procedimento è soggetto al controllo del giudice amministrativo» (Cass., Sez. Unite, 21 aprile 1979, ric. Guglielmini, in Foro it., 1979, II, 356).

 

La questione relativa alla possibilità di ottenere anche la demolizione dell’opera abusiva merita di essere riesaminata alla stregua delle disposizioni:

 

—  dell’art. 31, ultimo comma, del T.U. n. 380/2001 (già art. 7, ultimo comma, della legge n. 47/1985) che riconosce al giudice penale il potere-dovere di ordinare, con la sentenza di condanna per interventi edilizi eseguiti in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali, la demolizione delle opere abusive, se non risulti altrimenti eseguita;

—  dell’art. 18 della legge n. 349/1986, istitutiva del Ministero dell’ambiente (potere-dovere del giudice penale di ordinare, con la sentenza di condanna per reati che arrecano danni all’ambiente, il ripristino dello stato dei luoghi ogni volta che ciò sia possibile).

 

Il precetto di cui all’art. 31 del T.U. n. 380/2001 sancisce, infatti, l’autonomia dell’istanza giurisdizionale dall’istanza amministrativa sotto il profilo procedimentale, mentre la previsione dell’art. 18 della legge n. 349/1986 appare ispirata proprio dalla considerazione del reato quale illecito anche civile. Alla fattispecie, inoltre, devono applicarsi i principî fissati dalle Sezioni Unite con le sentenze n. 15/1996 (ric. P.M. in proc. Monterisi) e n. 714/1997 (ric. Luongo), secondo i quali resta definitivamente superata, in materia urbanistica, la visione di un giudice supplente dell’amministrazione pubblica, in quanto lo stesso territorio costituisce l’oggetto della tutela penale urbanistica e per garantire tale tutela sostanziale il giudice ben può disporre provvedimenti ripristinatori specifici.

 

Secondo la giurisprudenza successiva:

 

—   «Nei procedimenti per violazioni urbanistico-edilizie compete all’ente comunale la qualifica di parte offesa stante il diritto di ogni ente pubblico al riconoscimento, al rispetto e all’inviolabilità della propria posizione funzionale, così come del diritto alla realizzazione e alla conservazione di un ordinato sviluppo di un predeterminato assetto urbanistico, che sono compromessi dagli illeciti urbanistici.

Le violazioni urbanistico-edilizie determinano nei confronti dell’ente comunale un danno risarcibile, atteso che incidono negativamente sull’interesse dell’ente pubblico al libero esercizio della propria posizione funzionale, così come su quello alla realizzazione del programmato sviluppo urbanistico; trattasi di un danno a natura sia patrimoniale, qualora comporti nuovi oneri o la perdita concreta di utilità o di posizioni di vantaggio delle quali l’ente territoriale fruiva, che non patrimoniale, determinato dalla mancata o ritardata realizzazione dell’interesse pubblico» (Cass., sez. III, 12 aprile 2005, Rosato. Vedi pure Cass., sez. III, 22 maggio 2013, n. 21937).

 

—   «Nei procedimenti per violazioni urbanistico-edilizie è legittima la costituzione di parte civile del Comune nel cui territorio insiste l’opera, atteso che nell’ente locale è identificabile una situazione di interesse personale e differenziato distinto dall’interesse diffuso all’osservanza delle norme urbanistiche comune alla generalità dei cittadini; in tal caso il danno discende dall’offesa al bene specifico individuato proprio nel territorio il cui assetto urbanistico viene ad essere pregiudicato dall’intervento abusivo» (Cass., sez. III, 14 giugno 2002, Arrostuto).

 

—   «Ogni costruzione abusiva arreca al Comune un danno anche patrimoniale per il pregiudizio economico che deriva dallo sviluppo incontrollato del territorio e, di conseguenza, il Comune stesso è legittimato alla costituzione di parte civile nei procedimenti per reati edilizi, indipendentemente dall’uso dei mezzi amministrativi di cui dispone, allo scopo di ottenere il risarcimento di tale danno» (Cass., sez. III, 28 aprile 1983, n. 3847).

 

—   «Una costruzione abusiva arreca al Comune un danno concreto, anche patrimoniale, che deriva innegabilmente dal pregiudizio che consegue allo sviluppo incontrollato dell’assetto urbanistico e da cui discende per il Comune l’onere di provvedere a tutte le opere di urbanizzazione necessarie ed all’approntamento di tutti i servizi.

 

È identificabile perciò nel Comune una situazione di interesse personale e differenziato, che si distingue dall’interesse diffuso all’osservanza delle norme urbanistiche comune alla generalità dei cittadini.

 

Pertanto, mentre il Comune è legittimato a costituirsi parte civile nel procedimento penale per il reato di costruzione senza licenza in forza di un interesse personale, tale legittimazione non spetta alla generalità dei cittadini, titolari di un mero interesse civico» (Cass., sez. III, 19 febbraio 1982, n. 1776).

 

—   «In materia di edilizia abusiva i danni subiti dal Comune, e per i quali è legittima la costituzione di parte civile, non sono soltanto quelli individuabili nell’opera illegittimamente edificata, ma consistono anche nel turbamento arrecato all’espansione programmata del territorio e nel discredito amministrativo e politico derivante dal mancato raggiungimento dei fini istituzionali dell’ente pubblico» (Cass., sez. III, 18 marzo 1982, n. 2869).

 

—   «Nei reati urbanistici il danno ingiusto e, quindi, risarcibile al Comune perché lesivo del bene «territorio», va visto come pregiudizio all’abitabilità dell’ambiente, agli equilibri sociologici, ecologici, biologici, o come causa di disfunzioni, di disservizi, di ritardi, di condizionamenti, di limitazioni, di preclusioni che l’abuso è idoneo a causare nella realizzazione del programmato assetto abitativo, produttivo, culturale, ricreativo del territorio» (Cass., sez. III, 25 settembre 1982, n. 8202).

 

—   «Sussiste il diritto del Comune, quale ente pubblico rappresentativo degli interessi collettivi della comunità locale, ad essere risarcito anche quando i lavori siano stati eseguiti in base a concessione illegittima rilasciata dal sindaco» (Cass., sez. III, 3 aprile 1984, in Riv. pen., 1985, 189).

 

—   «La sanatoria non determina il venir meno del diritto al risarcimento del danno patito dall’ente comunale in conseguenza della costruzione originariamente abusiva, posto che quel diritto è riconosciuto al Comune come espressione di un suo interesse giuridico all’integrità e inviolabilità della propria sfera funzionale nonché all’ordinata realizzazione del programmato assetto urbanistico del territorio; sicché una costruzione abusiva, anche se successivamente sanata sul piano urbanistico, può sempre ledere l’inviolabilità delle funzioni comunali e l’ordinato sviluppo di programmi urbanistici: con la conseguenza che può cagionare un danno risarcibile al Comune interessato, sia come danno patrimoniale (ad es. per maggiori incombenze amministrative e per maggiori spese finanziarie rese necessarie dalla esigenza di ovviare agli inconvenienti provocati dall’illecito edilizio), sia come danno non patrimoniale (genericamente connesso alla mancata o ritardata realizzazione dell’interesse pubblico)» (Cass., sez. III, 11 ottobre 2000, Tedeschi, in Dir. pen. e proc.. 2002, 297).

 

—   «Nel giudizio di liquidazione del danno che il Comune promuova contro l’autore di insediamenti abusivi per il ristoro delle conseguenze patrimoniali che l’opera abbia prodotto, dopo che questi sia stato condannato in sede penale anche al risarcimento di detto danno, non può il convenuto eccepire la richiesta, ed intervenuta, concessione in sanatoria ai sensi della L. 28 febbraio 1985, n. 47, atteso che la stessa influisce sui procedimenti penali in corso e sulle sanzioni amministrative, e non sulle contese risarcitorie.

 

Nel giudizio di liquidazione del danno cagionato al comune per effetto della realizzazione di insediamenti abusivi, promosso dopo che l’autore degli stessi sia stato condannato in sede penale anche al risarcimento di detto danno, il pagamento di somme per contributi di concessione ex art. 37 L. n. 47 del 1985 in caso di intervenuta sanatoria ai sensi della stessa legge non ha carattere satisfattivo rispetto al credito risarcitorio del comune per le spese di urbanizzazione a carico dell’ente locale per il recupero dell’insediamento, potendo solo incidere sul quantum, di tale credito, nel caso in cui il giudice del merito valuti la idoneità totale o parziale dei contributi di cui si tratta a soddisfare l’esigenza ripristinatoria palesata con la domanda di risarcimento» (Cass. civ., sez. III, 17 gennaio 2003, n. 616, in Giust. civ., 2003, I, 1237).

 

Diritto-Urbanistico


 


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