Abuso edilizio: i sequestri dell’opera e del cantiere
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1 Gen 2016
 
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Abuso edilizio: i sequestri dell’opera e del cantiere

Sequestro penale, probatorio e preventivo della costruzione abusiva, del cantiere e degli attrezzi di lavoro.

 

L’applicazione dell’istituto del sequestro penale in materia di edificazione abusiva ha dato luogo a non poche questioni interpretative ed in passato parte della dottrina sostenne addirittura l’impossibilità, per il giudice, di ordinare il sequestro delle costruzioni illecite, sul presupposto che si trattasse di un provvedimento strumentale alla confisca e che l’autorità giudiziaria non potesse disporlo, essendo riservato esclusivamente al Sindaco il potere di confiscare gli immobili abusivi.

 

Tale perplessità venne però fugata dalla giurisprudenza della Suprema Corte (sez. V, 14 aprile 1980), la quale affermò che «il sequestro penale è un mezzo istruttorio non necessariamente legato al provvedimento di confisca delle cose sequestrate, potendo essere disposto per ragioni istruttorie ed al solo fine di mantenere integra ed inalterata la prova del reato». E le Sezioni Unite penali (con sentenza del 30 aprile 1983) ribadirono — sia pure incidentalmente — l’ammissibilità del sequestro penale di opere edilizie abusive «soltanto nei limiti delle esigenze istruttorie per l’accertamento dei fatti e l’assunzione delle prove», escludendo la possibilità di mantenerlo, «dopo la sentenza di condanna, per fini che siano diversi da quelli previsti dall’art. 189 cod. pen.».

 

Già in precedenza, però, alcune sezioni del Supremo Collegio avevano assegnato alla misura penale il più efficace compito di impedire che il reato fosse portato ad ulteriori conseguenze: di impedire, cioè, che la costruzione illegittima potesse essere proseguita ed ultimata.

 

—   «La normativa urbanistica non stabilisce alcuna riserva a favore degli interventi di polizia amministrativa e repressori del sindaco (ordine di sospensione dei lavori, ordine di riduzione in pristino, esecuzione d’ufficio, confisca amministrativa), sicché gli interventi di polizia giudiziaria non trovano il loro titolo di legittimazione in un inammissibile potere di supplenza dell’autorità amministrativa inerte, bensì nel compito istituzionale d’impedire che il reato sia portato ad ulteriori conseguenze, anche prima che l’autorità amministrativa si attivi ed a maggior ragione quando non si sia attivata e quando il suo essersi attivata non abbia conseguito l’effetto di far cessare l’illecito; pertanto gli interventi attuabili e attuati dall’autorità amministrativa non possono valere a precludere interventi giudiziali diretti alla repressione penale del fatto abusivo, costituente reato oltre che illecito amministrativo: in tale direzione detti interventi si qualificano come preminenti rispetto a quelli amministrativi nei limiti in cui questi possano impedire o pregiudicare l’attuazione degli obiettivi processuali, mentre si qualificano come concorrenti nei limiti della loro compatibilità» (Cass., 18 febbraio 1981, in Riv. pen., 1981, 661).

 

Questo orientamento è stato, quindi, recepito anche dalle Sezioni Unite (18 gennaio 1985, n. 31), che si sono pronunziate per la legittimità del sequestro penale di costruzioni abusive — disposto, ai sensi dell’art. 219 c.p.p. del 1930, al fine di impedire che il reato commesso sia portato a conseguenze ulteriori — «in quanto si tratta di misura compatibile con le attribuzioni spettanti, in materia edilizia, all’autorità amministrativa».

 

Appare utile trascrivere la motivazione di tale decisione:

«La Corte deve dare risposta affermativa al quesito posto con il presente giudizio: se sia ammissibile il sequestro di una costruzione edilizia abusiva, e delle cose pertinenti, da parte della polizia giudiziaria o del magistrato penale, al fine di impedire che il reato commesso sia portato ad ulteriori conseguenze, ai sensi dell’art. 219 Codice di procedura penale.

La Corte ritiene, infatti, che la vigilanza sulle costruzioni edilizie e le relative attribuzioni del sindaco, previste dalla normativa urbanistica (ordine di sospensione dei lavori, ordinanza di demolizione, ordinanza di acquisizione), non costituiscano una riserva di intervento a favore dell’autorità amministrativa, e non escludano, quindi il compito istituzionale della polizia giudiziaria e del magistrato penale, d’impedire che il reato sia portato ad ulteriori conseguenze.

Quando, pertanto, la costruzione edilizia abusiva costituisca reato, oltre che illecito amministrativo, il magistrato penale e la polizia giudiziaria possono fare ricorso, in base ai principi generali, al potere — essenzialmente processuale di cui all’art. 219 Codice di procedura penale (di notevole ampiezza, per l’ambito di applicazione, per la forma e per il contenuto precettivo) — e sequestrare, al fine preventivo di impedire la permanenza o la prosecuzione dell’illecito, manufatto e cose pertinenti, nei casi non preclusi dall’esercizio del potere, attribuito dalla legge all’autorità amministrativa.

La soluzione negativa creerebbe una situazione del tutto irrazionale e carente, nella difesa dei beni tutelati, ed in particolare del bene prezioso del territorio, difesa che la nuova normativa urbanistica, ove si accogliesse la soluzione negativa, invece di rafforzare, indebolirebbe e pregiudicherebbe gravemente ed illegittimamente.

Sarebbe evidente l’irrazionalità della situazione, in cui la Polizia e l’autorità giudiziaria, in presenza di un reato in itinere, dovrebbero limitarsi a prendere notizia del reato, a raccogliere le prove ed a ricercare i colpevoli, senza potere interrompere lo stato d’illiceità ed impedirne la prosecuzione, anche di fronte all’inerzia o all’insuccesso dell’azione dell’autorità amministrativa.

È stato giustamente osservato che un processo penale, con questa limitazione — di non poter tutelare, in via provvisoria, gli interessi protetti dalla norma penale — si rivelerebbe inidoneo ad assolvere al ruolo istituzionale di strumento per la applicazione della legge penale sostanziale e ad assicurare l’utilità concreta della decisione.

Non sussiste, d’altra parte, un’aprioristica incompatibilità ed inconciliabilità tra le misure dei due poteri (come questa Corte, invece ha già ritenuto, in tema di confisca, escludendo, quindi, il potere di confisca, da parte del giudice ordinario, dell’opera edilizia eseguita senza concessione o in difformità dalla concessione stessa).

Sussistono soltanto problemi di coordinamento tra il mantenimento del sequestro e le definitive misure amministrative sanzionatorie della competente autorità amministrativa. Con l’ordine sindacale di sospensione dei lavori abusivi, il sequestro penale preventivo può coesistere, rafforzando anzi l’ordine di sospensione. Perderà, invece, giustificazione, se l’autorità amministrativa competente attuerà la demolizione dell’opera abusiva, o la confisca, ovvero la comminazione di una sanzione pecuniaria, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 15 della legge n. 10 del 28 gennaio 1977.

In tali casi, essendo venuto meno il pericolo che il reato sia portato a conseguenze ulteriori, deve essere revocato il sequestro, adottato per fini di prevenzione, e le opere e le cose, già oggetto del provvedimento, debbono essere restituite agli aventi diritto.

Le condizioni ed i limiti che accompagnano l’esercizio del potere di sequestro penale preventivo, di cui all’art. 219 Codice di procedura penale, garantiscono l’osservanza del principio della divisione dei poteri dello Stato, e la presenza armonica dell’istituto, nel sistema giuridico, di cui occupa una posizione centrale. Infatti, a parte altri limiti, stabiliti da norme specifiche di legge, deve essere stato commesso un reato; il reato deve essere attualmente suscettibile di conseguenze ulteriori (in caso contrario, la competenza e gli strumenti sono soltanto quelli del potere di repressione); le opere e le cose sequestrate non debbono essere estranee alla situazione propria della norma incriminatrice violata».

 

 

Il nuovo codice di procedura penale ha dato una sistemazione organica alla disciplina del sequestro penale, regolando distintamente:

 

—  il sequestro probatorio, tra i mezzi di ricerca della prova (artt. 253 e ss. c.p.p.);

—  il sequestro preventivo, nel titolo dedicato alle misure cautelari reali (art. 321 c.p.p.).

 

Il legislatore, dunque, ha formalmente recepito l’orientamento giurisprudenziale dianzi enunciato, che aveva introdotto di fatto il sequestro preventivo nel precedente sistema processuale.

Gli immobili abusivi, conseguentemente, possono essere sequestrati sia per finalità istruttorie, sia per impedire che il reato sia portato ad ulteriori conseguenze.

 

In giurisprudenza:

 

—   «È ammissibile il sequestro preventivo di cosa già soggetta a sequestro probatorio purché sussista una situazione che renda quanto meno probabile, sia pure in itinere, la cessazione del vincolo di indisponibilità e, di conseguenza, come reale e non come meramente presunta la prospettiva della riconduzione del bene nella sfera di chi potrebbe servirsene in contrasto con le esigenze protette dall’art. 321 c.p.p.» (Cass.: sez. un., 14 dicembre 1994, Adelio, in Foro it., 1996, II, 302; sez. III, 27 ottobre 2005, Volante, in Riv. giur. edilizia, 2006, I, 727; sez. II, 23 maggio 1997, Gallinaro).

 

—   «È ammissibile la sussistenza sugli stessi beni di sequestro preventivo e di sequestro conservativo anche se tali misure vengano adottate in procedimenti distinti a carico del medesimo soggetto» (Cass., sez. III, 30 gennaio 1996, Finocchi).

 

—   «Il mantenimento del sequestro probatorio ai fini preventivi (art. 262, 3° comma, c.p.p.) non può essere disposto dal giudice ex officio ma necessita della richiesta del p.m., espressamente contemplata per l’apposizione del vincolo cautelare dall’art. 321 c.p.p. (in applicazione di tale principio la Corte ha annullato l’ordinanza del gip il quale, investito dell’opposizione al diniego di restituzione delle cose sequestrate, pur ritenendo non necessario il sequestro ai fini di prova, ne aveva disposto d’ufficio il mantenimento ai fini preventivi, sul presupposto della confiscabilità del compendio» (Cass., sez. II, 15 giugno 1999, Bresciani).

 

Il P.M. può ordinare lo sgombero dell’immobile sottoposto a sequestro, a condizione che ciò costituisca una ineliminabile modalità di attuazione del sequestro, atteso che tale ordine costituisce un atto di esercizio del potere di determinazione delle modalità di esecuzione della misura cautelare ex art. 655 c.p.p. (Cass., sez. III, 13 dicembre 2006, Tortora).

 

Il sequestro probatorio

Il sequestro probatorio è disposto con decreto motivato dall’autorità giudiziaria (pubblico ministero o giudice): art. 253 c.p.p.

 

La polizia giudiziaria può procedere a sequestro solo nelle ipotesi di cui all’art. 354, 2° comma, c.p.p., allorquando cioè vi sia pericolo che i manufatti abusivi ovvero le attrezzature di cantiere «si alterino o si disperdano o comunque si modifichino e il pubblico ministero non può intervenire tempestivamente». In tali ipotesi l’ufficiale di polizia giudiziaria che procede al sequestro deve redigere apposito verbale, enunciando in esso il motivo del procedimento, e consegnarne copia alla persona alla quale i beni sono stati sequestrati.

 

Il verbale va trasmesso senza ritardo, e comunque non oltre le 48 ore, al pubblico ministero del luogo dove il sequestro è stato eseguito. Questi, nelle 48 ore successive, con decreto motivato, convalida il sequestro se ne ricorrano i presupposti ovvero dispone la restituzione delle cose sequestrate (art. 355 c.p.p.).

 

Contro il decreto di sequestro probatorio possono proporre richiesta di riesame, anche nel merito, a norma dell’art. 324 c.p.p.: l’imputato, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro restituzione (art. 257 c.p.p.).

 

Contro il decreto di convalida la richiesta di riesame può essere proposta: dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini, dal suo difensore, dalla persona alla quale le cose sono state sequestrate e da quella che avrebbe diritto alla loro restituzione (art. 355, 3° comma, c.p.p.).

 

La richiesta di riesame in nessun caso sospende l’esecuzione del provvedimento (artt. 257, 2° comma, e 355, 4° comma, c.p.p.).

 

Quando non è necessario mantenere il sequestro a fini di prova le cose sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto, anche prima della sentenza (art. 262, 1° comma, c.p.p.)

 

Dopo la sentenza definitiva le cose sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto, salvo che sia disposta la confisca (art. 262, 4° comma).

 

La restituzione dei beni sequestrati è disposta (art. 263 c.p.p.):

—  nel corso delle indagini preliminari, dal P.M. con decreto motivato.

 

Avverso il decreto del P.M., che dispone la restituzione o respinge la relativa richiesta, gli interessati possono proporre opposizione, sulla quale decide il G.I.P. con ordinanza pronunziata in camera di consiglio (ai sensi dell’art. 127 c.p.p.), impugnabile con ricorso per Cassazione;

 

—  negli altri gradi e fasi del giudizio, dal giudice che procede, con ordinanza (nel caso di giudizio pendente innanzi alla Corte di Cassazione deve decidere il giudice che ha pronunziato il provvedimento contro il quale è stato proposto ricorso);

—  dopo il passaggio in giudicato della sentenza, dal giudice dell’esecuzione nelle forme dell’incidente di esecuzione.

 

In caso di controversia sulla proprietà del bene sequestrato, il giudice ne rimette la risoluzione al giudice civile del luogo competente in primo grado, mantenendo nel frattempo il sequestro.

 

In giurisprudenza:

A) La convalida del sequestro operato dalla polizia giudiziaria

 

—   «In tema di sequestro di iniziativa dalla polizia giudiziaria, l’art. 355 c.p.p. configura due obblighi alternativi del p.m.: l’adozione del provvedimento di convalida del vincolo reale nel rispetto dei termini di legge (quarantotto ore) o la restituzione della res all’interessato per caducazione del sequestro provvisorio; l’omessa convalida del vincolo reale da parte del p.m. nel rispetto del termine perentorio di quarantotto ore determina l’inefficacia del sequestro e, di conseguenza, l’obbligo di provvedere alla restituzione delle cose sequestrate» (Cass., sez. III, 11 dicembre 2002, Castiello).

 

—   «In tema di sequestro probatorio operato dalla polizia, quando la convalida non intervenga entro il termine prescritto di quarantotto ore, il p.m. deve restituire le cose sequestrate, quale conseguenza della sopravvenuta inefficacia del sequestro (a meno che non disponga direttamente un nuovo sequestro ai sensi dell’art. 253 c.p.p.), atteso che i termini stabiliti dall’art. 355 c.p.p. devono intendersi fissati a pena di decadenza, ed allo stesso modo deve provvedere il tribunale del riesame ove sia impugnato il provvedimento tardivo di convalida» (Cass., sez. III, 26 settembre 2000, Fossi, in Giust. pen., 2002, III, 650).

 

—   «La convalida del sequestro, operato dalla p.g., da parte del p.m. oltre il termine perentorio di quarantott’ore non può mai avere i medesimi effetti di un autonomo provvedimento adottato dall’a.g., ostandovi la diversa natura dell’istituto della convalida, che presuppone un sequestro già avvenuto e postula un controllo di legalità, rispetto alla natura del provvedimento di sequestro disposto dal p.m., che implica un preciso potere di impulso; con la conseguenza che la mancata convalida determina obbligatoriamente l’inefficacia del provvedimento cautelare assunto dalla polizia giudiziaria» (Cass., sez. VI, 29 marzo 2001, Venier).

 

—   «Il provvedimento con il quale il p.m., ai sensi dell’art. 355, 2° comma c.p.p., dispone la convalida del sequestro, è da ritenere inefficace per intempestività, ove non rechi l’attestazione da parte dell’ausiliario, della data di deposito e neppure sussistano altri elementi dimostrativi della sua tempestiva redazione» (Cass., sez. I, 3 giugno 2003, Bosch).

 

—   «Il decreto di convalida del sequestro delle cose che costituiscono corpo di reato, sequestrate dalla p.g. in sede di perquisizione ex art. 352, 2° comma c.p.p., deve essere sorretto, a pena di nullità da idonea motivazione in ordine al presupposto della finalità perseguita, in concreto, per l’accertamento dei fatti» (Cass.: sez. V, 7 ottobre 2010, n. 1769; sez. VI, 12 febbraio 2008, Possanzini).

 

—   «È legittimo il decreto del p.m. di convalida del sequestro probatorio motivato mediante rinvio per relationem al contenuto del verbale di polizia giudiziaria la cui copia sia stata consegnata all’indagato, non rilevando la mancata allegazione dello stesso alla copia del decreto di convalida notificato all’indagato (fattispecie di convalida di sequestro di manufatti abusivi motivata con rinvio ai verbali della p.g. compiutamente descrittivi delle imputazioni, dei fatti, delle condotte penalmente rilevanti e delle concrete finalità probatorie che avevano reso necessario il sequestro)» (Cass., sez. III, 16 marzo 2010, n. 20769, Di Serio).

 

—   «In tema di sequestro probatorio d’iniziativa della polizia giudiziaria, è legittimo il decreto di convalida del p.m. motivato per relationem al contenuto del verbale di sequestro allorché quest’ultimo contenga tutti gli elementi idonei a identificare l’ipotesi di reato, le cose sequestrate, la persona o le persone cui sono riferibili e le ragioni della sottoposizione al vincolo, e allorché il decreto di convalida rinvii con chiarezza all’atto della polizia giudiziaria e non lasci dubbi circa l’adesione alle scelte compiute dai verbalizzanti» (Cass., sez. III, 23 ottobre 2001, Tammaro).

 

—   «Ai fini della convalida del sequestro probatorio, il p.m. deve motivare il relativo provvedimento solo ove si discosti dalle ragioni indicate dalla polizia giudiziaria; qualora, invece, dette ragioni siano ritenute, anche implicitamente, corrette è sufficiente la specificazione delle ipotesi di reato ed una motivazione di rinvio; né in tale ipotesi, sussiste la violazione dei diritti della difesa la quale è garantita dalla consegna del verbale redatto dalla polizia e dalla notifica della copia del decreto del p.m.» (Cass., sez. III: 27 novembre 2003, Gargiulo, in Giur. it., 2004, 2140; 24 ottobre 2002, Camozza).

 

—   «Il difetto di legittimazione territoriale del p.m. a procedere alla convalida di sequestro probatorio, per mancato rispetto del criterio dato dal luogo ove il sequestro è stato eseguito, non è causa di invalidità del decreto emesso, trattandosi di atto urgente che può essere convalidato anche dal p.m. non legittimato, fermo restando l’obbligo di trasmettere gli atti all’ufficio del p.m. competente» (Cass., sez. III, 20 settembre 2007, Gallo).

 

B) Requisiti del decreto di sequestro probatorio

 

—   «Il sequestro probatorio in tanto è legittimo in quanto ricollegabile ad una specifica ipotesi di reato, relativamente alla quale il tribunale del riesame deve esercitare il proprio controllo di legalità, pur nell’ambito delle sole indicazioni di fatto offerte dal p.m.; deve pertanto escludersi la legittimità di un sequestro disposto a fini meramente esplorativi, onde acquisire la notitia criminis in ordine a un eventuale illecito non ancora individuato nella sua qualificazione giuridica e specificità fattuale» (Cass., sez. I, 11 marzo 2004, De Marzio, in Arch. nuova proc. pen., 2004, 518).

 

—   «Il sequestro probatorio non è mezzo di ricerca della notizia di reato, ma mezzo di ricerca della prova che deve attingere oggetti pertinenti a specifiche attività illecite, così da non poter essere emesso sulla base di semplici congetture, restando invece ancorato a concrete ipotesi di reato rinvenibili in fatti addebitati ad un determinato soggetto» (Cass., sez. III, 12 giugno 2001, Falappa, in Riv. pen., 2002, 903).

 

—   «Per disporre il sequestro probatorio occorre la presenza di «fondati motivi» che la res costituisca corpo di reato o cosa pertinente il reato, non essendo sufficiente una soggettiva opinione né un semplice sospetto, perché questi non abilitano all’esercizio di poteri che comprimono diritti di proprietà, di possesso, di riservatezza, costituzionalmente garantiti, essendo la coercizione consentita solo nei casi e con i limiti posti dalla legge allorquando si vuole dare preminenza ad un pubblico interesse, qui costituito dal raggiungimento della verità — attraverso la prova — nel processo penale» (Cass., sez. VI, 5 luglio 1993, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 6,12).

 

—   «Il sequestro probatorio, in quanto mezzo di ricerca della prova dei fatti costituenti reato, non può per ciò stesso essere fondato sulla prova del carattere di pertinenza ovvero di corpo di reato delle cose oggetto del vincolo patrimoniale, ma solo sul fumus di esso, cioè sulla mera possibilità del rapporto di esse con il reato; qualora quindi dal complesso delle prime indagini tale fumus emerga, il sequestro si appalesa non solo legittimo ma opportuno, in quanto volto a stabilire, di per sé o attraverso le successive indagini che da esso scaturiscono, se esiste il collegamento pertinenziale tra res e illecito» (Cass., sez. II, 21 giugno 1999, Lechiancole).

 

—   «Ai fini del sequestro probatorio durante le indagini preliminari, non è necessario che il fatto noto sia accertato ma è sufficiente che risulti ragionevolmente probabile in base a specifici elementi; e l’eventuale mutamento, correzione o integrazione dell’individuazione delle norme di legge violate non comporta violazione del principio di correlazione fra contestato e ritenuto» (Cass., sez. VI, 30 aprile 1993, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 1, 103).

 

—   «È legittimo l’atto di indagine (nella specie, l’emissione del decreto di sequestro probatorio) compiuto successivamente alla spedizione dell’avviso di conclusione delle indagini preliminati, a condizione che non sia scaduto il termine per la conclusione delle indagini e che del deposito del relativo provvedimento sia data comunicazione all’interessato sì che possa esercitare le facoltà riconosciutegli per legge» (Cass., sez. III, 8 giugno 2011, n. 35311).

 

C) Motivazione del decreto di sequestro probatorio

 

—   «Anche per le cose che costituiscono il corpo del reato il decreto di sequestro a fini di prova deve essere sorretto a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine al presuposto della finalità perseguita in concreto per l’accertamento dei fatti: in caso di omissione è ammissibile l’integrazione della motivazione da parte del p.m. nel contraddittorio del procedimento di riesame, rimanendo in tal caso comunque rispettato il diritto di difesa dell’imputato» (Cass., sez. II: 26 febbraio 2009, n. 10475, Gandin; 9 giugno 2004, Di Virgilio; 28 aprile 2004, Palmi).

 

—   «Ai fini della motivazione del decreto di sequestro disposto dall‘autorità giudiziaria, l’art. 253, 1° comma, c.p.p., impone che nel decreto vi sia l’enunciazione del fatto di reato per cui si procede, con l’indicazione, sia pure sommaria, degli elementi costitutivi, in modo da consentire al giudice del riesame la verifica dell’astratta possibilità di sussumere il fatto in una specifica ipotesi di reato, nonché della sussistenza del rapporto di pertinenzialità con l’oggetto del sequestro (in applicazione di tale principio, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l’ordinanza del tribunale che aveva ritenuto sufficientemente motivato il decreto di sequestro con la mera indicazione degli articoli di legge relativi ai reati ipotizzati)» (Cass. pen., sez. VI, 9 gennaio 2009, n. 4544, Delogu).

 

—   «La mancanza assoluta di motivazione del decreto del p.m. di sequestro probatorio di cose qualificate come «corpo del reato» o in rapporto di pertinenza con esso, in ordine alla sussistenza della concreta finalità probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti, non può essere integrata dal giudice del riesame in quanto il provvedimento genetico della misura non è costituito da una pronuncia giudiziale, ma è emesso direttamente dall’organo di accusa cui spetta in via esclusiva enucleare i requisiti della misura stessa» (Cass., sez. V, 18 marzo 2004, Unico).

 

D) Esecuzione del decreto di sequestro

 

—   «In materia di sequestro probatorio, non comporta alcuna nullità del provvedimento la mancanza, nel decreto emesso dall’autorità giudiziaria, di una delega formale all’ufficiale di polizia giudiziaria incaricato di procedere ai sensi del 3° comma dell’art. 253 c.p.p.: la delega infatti può risultare anche per facta concludentia (nella fattispecie la Corte ha ritenuto sufficiente la formula «il p.m. manda alla segreteria per gli adempimenti di competenza» (Cass. sez. IV, 19 novembre 2003, Mennillo).

 

—   «In tema di sequestro probatorio, nel conferire all’autorità giudiziaria la facoltà di delegare un ufficiale di polizia giudiziaria per l’esecuzione del sequestro, l’art. 253, 3° comma, c.p.p., non ha inteso stabilire un rapporto fiduciario con il singolo ufficiale, caratterizzato da una valutazione di capacità o affidabilità personale, ma ha semplicemente voluto consentire al magistrato di non eseguire personalmente il sequestro e di delegare un ufficiale della polizia giudiziaria, in quanto istituzionalmente destinata ad assolvere la propria attività «alle dipendenze e sotto la direzione dell’autorità giudiziaria» (art. 56 c.p.p.); ne consegue l’ammissibilità della sub-delega da parte dell’ufficiale delegato, sempreché questi deleghi a sua volta altro ufficiale di polizia giudiziaria» (Cass., sez. VI, 9 ottobre 1992, in Giur. it., 1994, II, 522).

 

E) Proposizione dell’istanza di riesame

 

—   «È inammissibile la richiesta di riesame avverso decreto di sequestro probatorio non eseguito» (Cass., sez. II, 30 giugno 2010, n. 29022, Fontana).

 

—   «In tema di sequestro probatorio, l’interesse a proporre richiesta di riesame prescinde dall’interesse alla restituzione della cosa, atteso che l’indagato ha diritto a chiedere la rimozione del provvedimento anche al solo fine di evitare che l’oggetto in sequestro entri a far parte del materiale probatorio utilizzabile» (Cass., sez. IV, 1 dicembre 2005, Galletti).

 

—   «Non sussiste interesse giuridicamente apprezzabile alla richiesta di riesame avverso provvedimento di sequestro probatorio quando la cosa sequestrata sia stata restituita e la finalità perseguita sia, quindi, soltanto quella di far dichiarare l’illegittimità di detto provvedimento onde far successivamente valere, in sede di cognizione, l’inutilizzabilità della prova che, a suo mezzo, sia stata acquisita» (Cass., sez. lI, 20 dicembre 2005, Canzano, in Arch. nuova proc. pen., 2006, 385).

 

—   «L’interesse a proporre impugnazione innanzi al tribunale del riesame in relazione ad un decreto di sequestro probatorio permane anche nel caso in cui il bene sia stato restituito, qualora il decreto di dissequestro sia «condizionato», ossia contenga delle prescrizioni ed un termine per il loro adempimento; infatti, la conformità alla legge del decreto di sequestro, che deve essere valutata in sede di riesame, costituisce presupposto indefettibile della legittimità di dette prescrizioni (nel caso di specie, il dissequestro di un immobile, sottoposto a sequestro probatorio in riferimento al reato di cui all’art. 677 c.p., era stato condizionato alla realizzazione di alcune opere entro il termine di novanta giorni)» (Cass., sez. I, 20 dicembre 2005, Di Gesu).

 

—   «L’art. 324, comma 1, cod. proc. pen. fa decorrere il termine per proporre istanza di riesame avverso un provvedimento di sequestro dalla data di esecuzione dello stesso o della diversa data in cui l’interessato abbia avuto conoscenza dell’avvenuto sequestro: la normativa ha cioè preso in considerazione non solo la conoscenza legale della misura, procurabile tramite i mezzi formali previsti, ma ogni diverso strumento volto a procurare la conoscenza di fatto degli effetti prodotti dal sequestro. Da ciò consegue che il giudice, in assenza dell’adempimento degli oneri formali contemplati dall’art. 293 cod. proc. pen. per l’esecuzione del provvedimento, può utilizzare per far decorrere il termine per l’impugnazione anche ogni “diverso” dato utile sempreché idoneo con certezza a fissare il “dies a quo”, ma anche che l’interessato possa vincere la presunzione di conoscenza — formalmente prevista mediante le notificazioni — allegando elementi altrettanto certi che vanifichino in fatto i relativi effetti. In tale ottica, nell’ipotesi di assenza dell’attivazione di quel meccanismo volto a procurare la presunzione di conoscenza dell’esecuzione, non può essere dichiarata tardiva l’impugnazione dell’interessato assumendo che sia sempre a carico dello stesso allegare elementi utili a fissare la data in cui ha avuto conoscenza di fatto dell’esecuzione» (Cass., sez. VI, 24 ottobre 1995, n. 3108).

 

—   «Il termine per proporre istanza di riesame del provvedimento di convalida del sequestro eseguito di sua iniziativa dalla polizia giudiziaria decorre dalla data di notifica del decreto di convalida ovvero dalla data in cui l’interessato ha avuto conoscenza del sequestro; in questa seconda ipotesi si deve fare riferimento non alla data in cui l’interessato viene «comunque» a conoscenza dell’avvenuto sequestro, ma a quella in cui abbia avuto notizia del «sequestro convalidato», in quanto il diritto di reclamo può esplicarsi solo ove siano note le ragioni poste a base del provvedimento di convalida ed essendo inconcepibile che il termine per una impugnativa decorra da una data anteriore a quello del provvedimento da impugnare» (Cass.: sez. II, 2 dicembre 2005, Messina; sez. II, 12 giugno 2003, Sterbini; sez. III, 10 maggio 1999, Burjak, in Arch. nuova proc. pen., 1999, 536).

 

—   «In tema di termini per la richiesta di riesame della convalida del sequestro, la «diversa data in cui l’interessato ha avuto conoscenza dell’avvenuto sequestro», che costituisce, ai sensi dell’art. 355, 3° comma, c.p.p., dies a quo alternativo rispetto alla notifica del decreto, non può essere accertata per via di procedimento indiziario: ne consegue che, al di fuori della notifica del decreto, costituisce notizia certa solo un fatto materiale inequivocabilmente significativo della conoscenza, quale la presenza all’esecuzione del sequestro, ovvero un fatto formale da cui possa trarsi la medesima conclusione (nella specie la conoscenza è stata desunta dalla notifica di provvedimento di rigetto di istanza di restituzione delle cose sequestrate nel quale si faceva esplicito riferimento ad oggetti costituenti «corpo di reato»)» (Cass., sez. III, 26 settembre 2007, Galli).

 

—   «In tema di riesame di un provvedimento di sequestro probatorio il legislatore attribuisce rilevanza, ai fini della tempestività della relativa istanza, all’effettiva conoscenza del provvedimento: considerandosi che nessun meccanismo è previsto onde dare notizia della misura all’indagato, non presente all’esecuzione, questi non deve vincere alcuna presunzione di legale conoscenza essendo sufficiente, per dimostrare la tempestività della propria impugnazione, che egli alleghi elementi significativi della propria conoscenza di fatto nel momento da lui indicato, sempre che non sussistano emergenze di segno contrario» (Cass., sez. VI, 15 ottobre 1996, Acampora).

 

—   «In tema di sequestro del corpo del reato o di cose ad esso pertinenti ad iniziativa della polizia giudiziaria, il termine per la proposizione della richiesta di riesame non può decorrere dalla notifica del decreto di convalida al difensore; infatti, nonostante l’art. 355, 3° comma, c.p.p. legittimi quest’ultimo a proporre istanza di riesame, non esiste alcun obbligo di notifica del detto provvedimento al difensore medesimo, sussistendo l’obbligatorietà di tale adempimento, per espressa statuizione dell’ultima parte del 2° comma dello stesso articolo, soltanto nei confronti della «persona alla quale le cose sono state sequestrate» (Cass.: sez. III, 26 settembre 2007, Galli; sez. II, 12 giugno 2003, Sterbini).

 

—   «È ammissibile l’istanza di riesame avverso il provvedimento di sequestro proposta con telegramma o con trasmissione dell’atto mediante raccomandata alla cancelleria del tribunale competente» (Cass., sez. unite, 7 gennaio 2008, n. 230, in Guida al diritto, n. 4/2008, 81).

 

—   «In tema di riesame di misure cautelari reali, deve ritenersi rituale la presentazione della relativa richiesta presso la cancelleria della sezione penale che ha emesso il provvedimento impugnato, anziché presso la cancelleria della sezione per il riesame dello stesso tribunale, in quanto la ripartizione interna dell’ufficio giudiziario non dà luogo a distinte competenze (la Corte ha escluso, inoltre, che il passaggio interno della richiesta alla cancelleria della sezione del riesame possa essere qualificato come «spedizione» ai sensi dell’art. 583 c.p.p., norma non richiamata espressamente dall’art. 324 c.p.p. e, quindi, non applicabile nella procedura del riesame)» (Cass., sez. III, 13 marzo 2002, Alfieri).

 

F) Il procedimento di riesame

 

—   «Nel procedimento di riesame delle misure cautelari reali la persona nel cui interesse l’impugnazione è stata proposta ha diritto alla notificazione dell’avviso d’udienza ancorché la richiesta sia stata sottoscritta unicamente dal difensore: l’omissione di tale formalità, che è finalizzata all’instaurazione del contraddittorio, determina, ai sensi dell’art. 179 c.p.p., la nullità assoluta ed insanabile del procedimento e dell’ordinanza conclusiva (nell’occasione la Corte ha altresì precisato che l’avviso d’udienza non spetta viceversa a chi, pur legittimato, non abbia proposto l’impugnazione, come nell’ipotesi in cui l’imputato non si dolga dal vincolo apposto su beni la cui proprietà o disponibilità faccia capo a terzi e solo questi non abbiano chiesto il riesame)» (Cass., sez. un. 25 ottobre 2000, Scarlino, in Cass. pen., 2001, 1184).

 

—   L’inosservanza del termine di tre giorni liberi stabilito dal 6° comma dell’art. 324 c.p.p. per l’avviso all’indagato dell’udienza camerale fissata per il riesame di una misura cautelare reale comporta la nullità del procedimento in quanto concerne l’intervento e la difesa dell’indagato o imputato ai sensi dell’art. 178, lett. c), c.p.p.; detta invalidità non integra tuttavia una nullità assoluta ai sensi dell’art. 179 c.p.p. atteso che non riguarda l’omessa vocatio in iudicium dell’indagato ma si sostanzia in una vocatio irregolare in quanto non rispettosa del termine prescritto per le esigenze difensive e pertanto in una nullità a regime intermedio di cui all’art. 180 c.p.p. (nella fattispecie la Corte ha altresì affermato che tale nullità non poteva essere eccepita — ai sensi dell’art. 182 c.p.p. — dall’indagato che aveva concorso a darvi causa dichiarando un domicilio dal quale si era poi trasferito e presso il quale era avvenuto il primo, tempestivo, tentativo di notifica» (Cass., sez. III, 29 novembre 2000, Papa).

 

—   «Il principio per il quale in caso di assistenza dell’indagato da parte di due difensori l’avviso della data di udienza fissata per la discussione dell’istanza di riesame va data ad entrambi, anche quando l’istanza sia stata presentata da uno solo di essi, opera anche nella materia delle misure cautelari reali, con la conseguenza che l’omissione di siffatto adempimento determina una nullità a regime intermedio» (Cass., sez. III, 19 settembre 2001, Severino).

 

—   «In tema di misure cautelari reali, il termine di dieci giorni imposto, a pena di decadenza della misura, dal combinato disposto degli art. 324, 7° comma, e 309, 9° e 10° comma, c.p.p. per la decisione da parte del tribunale del riesame, decorre dal giorno della ricezione degli atti processuali e, fatta salva l’ipotesi dell’art. 101 disp. att. c.p.p., non è suscettibile di sospensione o interruzione neppure nel caso in cui l’udienza camerale sia stata rinviata a richiesta della difesa per esaminare la produzione documentale del p.m.» (Cass., sez. III, 4 ottobre 2007, Mastrodicasa).

 

—   «Nel giudizio di riesame del decreto di sequestro preventivo o probatorio la persona offesa che ha diritto alla restituzione delle cose sequestrate, anche quando non abbia attivato il procedimento, ha facoltà di intervento spontaneo e conseguentemente può produrre documenti e altri elementi di prova, nonché partecipare all’eventuale successivo giudizio di legittimità, da altri o da essa stessa promosso, con correlativo diritto a ricevere i prescritti avvisi, conformemente al disposto degli artt. 325, 3° comma, 311, 5° comma, e 127, 1° comma, c.p.p.» (Cass., sez. un., 29 maggio 2008, Ivanov, in Foro it., 2008, II, 612)-

 

—   «È manifestamente infondata la questione di legittimità — sollevata in riferimento agli art. 3 e 24, 2° comma, Cost. — dell’art. 324 c.p.p. nella parte in cui non prevede che tra i destinatari dell’avviso di fissazione dell’udienza per la trattazione del riesame proposto avverso provvedimento di sequestro probatorio non sia annoverata anche la persona offesa la quale, assumendo nel processo la veste di soggetto eventuale del procedimento e non di parte, non può essere assimilata, quanto ad esercizio del diritto alla prova, al P.M. ed all’indagato» (Corte cost., ord. 10 ottobre 2008, n. 339, in Giust. pen., 2008, I, 321).

 

G) Poteri del giudice del riesame

 

—   «In tema di sequestro probatorio, il sindacato del giudice del riesame non può investire la concreta fondatezza dell’accusa, ma è circoscritto alla verifica dell’astratta possibilità di sussumere il fatto in una determinata ipotesi di reato e al controllo circa la qualificazione dell’oggetto sequestrato come corpus delicti, e quindi all’esistenza di una relazione di immediatezza tra il bene stesso e l’illecito penale» (Cass. pen., sez. V, 13 gennaio 2009, n. 9258, Zhang).

 

—   «In tema di sequestro probatorio avente ad oggetto il corpo del reato, il sindacato del giudice del riesame non può investire la concreta fondatezza dell’accusa, ma deve essere limitato alla verifica dell’astratta possibilità di sussumere il fatto attribuito ad un soggetto in una determinata ipotesi di reato ed il controllo dell’esattezza della qualificazione della cosa come corpus delicti, nel senso che deve essere accertata l’esistenza della relazione di immediatezza, descritta nel 2° comma dell’art. 253 c.p.p., tra la cosa stessa e l’illecito penale; tuttavia, la legittimità del sequestro non può che essere delibata, sia pure in linea astratta, in correlazione con i fatti posti a fondamento del provvedimento: di talché, in sede di riesame, può essere mutata la qualificazione giuridica e può adottarsi un differente nomen iuris, enucleando un’ipotesi di reato diversa da quella delineata dall’accusa, ma non può certamente prescindersi dal riferimento alla situazione risultante dagli elementi fattuali che lo stesso P.M. ha ritenuto giustificativi del sequestro» (Cass., sez. un., 11 novembre 1994, Ceolin, in Foro it., 1996, II, 241).

 

—   «In tema di applicazione di misure cautelari reali e del sequestro probatorio, sia in sede di riesame del provvedimento cautelare adottato sia nel corso del sindacato di legittimità devoluto alla Corte di Cassazione, non vi è materia per una indagine sulla esistenza degli indizi di colpevolezza, né per una valutazione della loro rilevanza ai fini del giudizio prognostico anticipato sulla responsabilità di un determinato soggetto in relazione ad uno o più reati allo stesso attribuiti; la verifica della legittimità del provvedimento dovrà, quindi, esaurirsi nell’ambito dell’accertamento, incidentale e provvisorio, dell’esistenza di un rapporto di simmetrica corrispondenza tra il fatto manifestatosi e la fattispecie normativa nella quale esso può essere inquadrato, senza pertanto riguardare l’elemento psicologico del reato e la ricostruzione in concreto delle possibili e prevedibili modalità con le quali la condotta attribuita dall’accusa alla persona indagata si sarebbe dovuta definitivamente manifestare» (Cass., sez. un., 24 marzo 1995, Barbuto, in Foro it., 1997, II, 113).

 

—   «In tema di riesame di misure cautelari reali, l’omessa o tardiva trasmissione degli atti al tribunale non comporta la inefficacia sopravvenuta della misura impugnata, posto che il richiamo del 7° comma dell’art. 324 al 10° comma dell’art. 309 c.p.p. deve intendersi riferito al testo di tale ultima norma come vigente prima delle modifiche introdotte con la L. 8 agosto 1995, n. 332, e dunque privo di previsioni sanzionatorie riferibili alla violazione dei termini; va escluso altresì che detta violazione comporti una nullità del procedimento di riesame e del provvedimento conclusivo ai sensi dell’art. 178 c.p.p., considerata la rinuncia del legislatore a sanzionare l’omissione o il ritardo nella trasmissione secondo il meccanismo previsto per le misure coercitive personali, e la mancata previsione, nello stesso contesto, di sanzioni processuali alternative» (Cass., sez. Il, 16 febbraio 2006, Pietropaoli).

 

—   «In sede di riesame di sequestro probatorio e di sequestro preventivo, il tribunale deve stabilire l’astratta configurabilità del reato ipotizzato; tale astrattezza, però, non limita i poteri del giudice, nel senso che questi deve esclusivamente prendere atto della tesi accusatoria senza svolgere alcuna attività, ma determina soltanto l’impossibilità di esercitare una verifica in concreto della sua fondatezza; l’accertamento, pertanto, della sussistenza del fumus commissi delicti deve essere compiuto sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentati, che non possono essere censurati sul piano fattuale, per apprezzarne la coincidenza con le reali risultanze processuali, ma che vanno valutati così come esposti al fine di verificare se essi consentano di sussumere l’ipotesi formulata in quella tipica; il tribunale non deve quindi instaurare un processo nel processo, ma svolgere l’indispensabile ruolo di garanzia tenendo nel debito conto le contestazioni difensive sull’esistenza della fattispecie ed esaminando sotto ogni aspetto l’integrabilità dei presupposti del sequestro» (Cass.: sez. un., 20 novembre 1996, Bassi, in Cass. pen., 1997, 1673; sez. III, 27 ottobre 2005, Volante, in Riv. giur. edilizia, 2006, I, 727).

 

—   «La legittimità del sequestro probatorio deve essere valutata non già nella prospettiva di un giudizio di merito sulla fondatezza dell’accusa, ma in riferimento all’idoneità degli elementi su cui si fonda la notizia di reato a rendere utile l’espletamento di ulteriori indagini, per acquisire prove certe o prove ulteriori del fatto, non esperibili senza la sottrazione all’indagato della disponibilità della res o l’acquisizione della stessa nella disponibilità dell’a.g.» (Cass., sez. III, 24 marzo 2011, n. 15177).

 

—   «Nei procedimenti di riesame dei provvedimenti di sequestro la verifica delle condizioni di legittimità della misura da parte del tribunale non può tradursi in una anticipata decisione della questione di merito concernente la responsabilità dell’indagato in ordine al reato oggetto di indagine, ma deve limitarsi a un controllo di compatibilità tra fattispecie concreta e fattispecie legale ipotizzata, mediante la valutazione dell’antigiuridicità penale del fatto così come contestato, tenendosi conto, nell’accertamento della sussistenza del fumus comissi delicti, degli elementi dedotti dall’accusa e risultanti dagli atti processuali e delle relative contestazioni difensive» (Cass.: sez. III, 10 febbraio 2004, Persico; sez. VI, 27 gennaio 2004, Piscopo; sez. III, 27 novembre 2003, Gargiulo; sez. II, 21 ottobre 2003, Di Gioia).

 

—   «In tema di sequestro probatorio avente ad oggetto il corpo del reato, il giudice del riesame, nell’operazione logica di controllo dell’esattezza della qualificazione della cosa come corpus delicti ex art. 253, 2° comma, c.p.p., ha il potere di procedere a una diversa qualificazione giuridica del fatto, potendo individuare, sia pure ai soli fini cautelari, ipotesi di reato differenti da quella posta a base del provvedimento ovvero delineata dall’accusa, ma non può prescindere dal riferimento alla situazione risultante dagli elementi fattuali che la stessa accusa ha reputato giustificativi del sequestro del corpo di reato» (Cass: sez. VI, 8 maggio 2008, Fratello; sez. V, 18 novembre 2004, Manieri).

 

—   «In tema di misure cautelari reali, la funzione di controllo attribuita al giudice del riesame, se pure consente di confermare il provvedimento impositivo anche per ragioni diverse da quelle indicate nel provvedimento stesso, trova un limite nella correlazione ai fatti posti a fondamento della misura cautelare, che non possono essere sostituiti o integrati da ipotesi accusatorie autonomamente formulate dal tribunale, in base a dati di fatto diversi» (Cass., sez. III, 26 aprile 2001, Andolfo).

 

—   «La mancata indicazione, nel decreto del p.m. che dispone o conferma il sequestro probatorio o preventivo, del reato in relazione al quale il provvedimento è adottato non costituisce carenza di tipo motivazionale, alla quale possa quindi porsi rimedio da parte del tribunale del riesame, nell’esercizio dei poteri di integrazione ad esso riconosciuti dalla legge, spettando, in realtà, al solo p.m. l’individuazione dei fatti specifici in ordine ai quali condurre le indagini preliminari ed emettere i provvedimenti ritenuti utili, per cui ogni intervento, sul punto, da parte del tribunale del riesame non potrebbe che essere considerato esorbitante dalle competenze proprie di detto organo» (Cass., sez. I, 22 aprile 1997, D’Alessandro).

 

—   «In sede di riesame dei provvedimenti che dispongono misure cautelari reali, al giudice è demandata una valutazione sommaria in ordine al fumus del reato ipotizzato relativamente a tutti gli elementi della fattispecie contestata; ne consegue che lo stesso giudice può rilevare anche il difetto dell’elemento soggettivo del reato, purché lo stesso emerga ictu oculi» (Cass., sez. IV, 21 maggio 2008, Di Fulvio).

 

—   «Il sequestro probatorio disposto o convalidato dal P.M. deve sempre recare idonea motivazione in ordine alla sussistenza delle esigenze probatorie e la totale carenza motivazionale del decreto del P.M. non può essere sanata dal tribunale del riesame; tuttavia, quando la necessità dell’apprensione risulta di immediata intuizione con riguardo a talune res (stupefacenti, pallottole), anche il solo riferimento alla «urgenza di provvedere ad assicurare il corpo del reato o le cose pertinenti al reato» deve ritenersi un nucleo motivazionale valido» (Cass., sez. IV, 3 ottobre 2007, Allegrucci, in Riv. it. dir. e proc. pen., 2008, 1408).

 

—   «Il giudice del riesame ha il potere di confermare il provvedimento di sequestro probatorio integrandone la motivazione con la specificazione delle esigenze probatorie che ne stanno a fondamento sempre che il P.M. abbia provveduto ad indicarle seppure in maniera generica» (Cass., sez. II, 8 novembre 2007, Mitrotta).

 

—   «È illegittima la fissazione, da parte del tribunale del riesame, di un termine di durata del sequestro probatorio disposto dal P.M., prevedendo la legge un termine di efficacia soltanto con riguardo alle misure cautelari personali, nell’ipotesi di cui all’art. 292, comma primo, lett. d), cod. proc. pen. mentre, per il sequestro, opera semplicemente il disposto di cui all’art. 262, comma primo, cod. proc. pen., secondo il quale le cose assoggettate a sequestro probatorio vanno restituite all’avente diritto quando il mantenimento del sequestro non è più necessario a fini di prova» (Cass., sez. I, 22 maggio 1995, n. 2247).

 

—   «In tema di sequestro probatorio, la verifica del perdurare della necessità di mantenere il vincolo sulla cosa è consentita solo al giudice di merito; ne consegue che è esclusa la possibilità di controllo in sede di legittimità, a meno che l’assetto dimostrativo del provvedimento non travalichi nell’arbitrarietà» (Cass., sez. VI, 24 ottobre 2000, Truocchio).

 

H) Ricorso per cassazione

 

—   «Poiché, secondo il combinato disposto degli art. 324, 325 e 355, 3° comma, c.p.p., il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza emessa in sede di riesame dei provvedimenti di sequestro preventivo e di sequestro probatorio è proponibile solo per violazione di legge, non possono essere dedotti con il predetto mezzo di gravame i vizi della motivazione: nel concetto di violazione di legge quale indicato negli art. 111 Cost. e 606, lett. b) e c), c.p.p., infatti, non possono ricomprendersi anche la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione, separatamente prevista come motivi di ricorso dall’art. 606, lett. e), c.p.p.» (Cass., sez. II, 18 maggio 2005, D’Ambra, in Arch. nuova proc. pen., 2005, 573).

 

—   «È manifestamente infondata la eccezione di illegittimità costituzionale dell’art. 325 c.p.p., per contrasto con l’art. 111 Cost., nella parte in cui non consente il ricorso per cassazione anche per manifesta illogicità della motivazione, atteso che si tratta di una scelta del legislatore dettata da evidenti motivi di economia processuale, quella di riservare, in materia di misure cautelari reali il ricorso soltanto a gravi violazioni di legge e non anche ad imprecisioni o carenze nella esposizione dei motivi che avevano legittimato la decisione impugnata» (Cass., sez. V, 25 settembre 2000, Rapisarda).

 

—   «Contro il decreto di sequestro probatorio emesso dal p.m. ed avverso il provvedimento di convalida del sequestro ai sensi dell’art. 355 c.p.p. non è ammesso il ricorso immediato per cassazione» (Cass., sez. IV, 21 giugno 1993, in Mass. Cass. pen., 1993, fasc. 12, 15).

 

 

Giudicato cautelare e reiterazione del sequestro

 

—   «È legittima l’emissione di un provvedimento di sequestro, preventivo o probatorio, dopo che un primo analogo provvedimento sia stato revocato, versandosi in ipotesi di provvedimenti reiterabili ed autonomi l’uno dall’altro, purché la revoca intervenuta in sede di riesame o di appello sia basata su profili formali e/o processuali e non sulla insussistenza del fumus delicti» (Cass. pen., sez. III, 13 luglio 2009, n. 39332, Gradella).

 

—   «La preclusione processuale», che si forma a seguito delle pronunce emesse dalla Corte di cassazione o dal tribunale all’esito del procedimento incidentale di impugnazione avverso la misura cautelare, rende inammissibile la reiterazione di provvedimenti aventi il medesimo oggetto di quello annullato qualora la situazione di fatto sia rimasta immutata (nella specie, la Corte ha precisato che il divieto di bis in idem comporta, in tema di sequestro probatorio, l’impossibilità di disporre o confermare un provvedimento in base agli stessi elementi posti a fondamento di un precedente già annullato, ma non preclude la possibilità di imporre la misura cautelare reale sulla base di elementi non valutati, anche se già in precedenza a disposizione dell’accusa)» (Cass., sez. II, 26 giugno 2008, Pavan).

 

—   «In tema di applicazione di misure cautelari reali il principio del ne bis in idem è ostativo alla reiterazione della stessa misura solo quando l’autorità procedente sia chiamata a riesaminare nel merito quegli elementi che già siano stati ritenuti insussistenti o insufficienti e non anche quando tali elementi non siano stati valutati (in applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto legittima l’adozione da parte del P.M. di nuovo decreto di sequestro in precedenza annullato in sede di riesame per omessa specificazione delle esigenze probatorie)» (Cass. pen., sez. III, 5 novembre 2008, n. 43806, Spirito).

 

—   «L’estensione del giudicato cautelare riguarda non tutte le questioni dedotte ma esclusivamente quelle che sono state effettivamente decise con la conseguenza che l’annullamento per ragioni formali di un’ordinanza cautelare non determina alcuna preclusione e ne consente la reiterazione anche in assenza di circostanze sopravvenute» (Cass. pen., sez. IV, 28 novembre 2008, n. 4273, Schembri).

 

 

Il sequestro probatorio e l’edilizia abusiva

 

—   «In tema di reati edilizi, il decreto di sequestro a fini di prova dell’immobile in corso di costruzione, per l’ipotizzata illegittimità della concessione edilizia, deve essere sorretto, a pena di nullità, da una motivazione in ordine alla sussistenza della concreta finalità probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti» (Cass., sez. III, 6 aprile 2004, Galeazzi).

 

—   «È legittima la perquisizione ed il sequestro degli atti e documenti dell’ufficio edilizia e urbanistica del comune, disposti nell’ambito di un procedimento avente per oggetto fatti di corruzione, falso e violazioni della legge urbanistica, in quanto funzionali alla acquisizione di elementi di prova in ordine ai reati prospettati; né il ricorso allo strumento dell’esibizione di cui all’art. 256 c.p.p. rappresenta una via obbligata per l’autorità giudiziaria procedente, trattandosi, invece, di una facoltà rimessa alla sua discrezionalità e potendo essere legittimamente adottato lo strumento della perquisizione e del sequestro anche presso le p.a. qualora si ritenga più idoneo all’acquisizione delle prove in ordine al reato per cui si procede» (Cass. ord., sez. VI, 18 maggio 2006, Com. Voghera).

 

—   «Gli attrezzi rinvenuti in un cantiere edile, ai fini della configurabilità del reato di costruzione abusiva, potrebbero non qualificarsi come corpo di reato, potendo essere utilizzati in altri luoghi e in altri modi ed essere occasione di lavoro per l’esecuzione di opere edilizie legittimamente assentite, ma costituiscono cose pertinenti al reato e come tali suscettibili di sequestro tutte le volte in cui esistano concrete esigenze probatorie, che possono essere le più svariate e debbono essere valutate caso per caso. Peraltro, ove voglia attenersi alla lettera della disposizione dell’art. 253 cod. proc. pen., senza alcuno sforzo interpretativo, e ritenere il cantiere corpo di reato, perché relativo a «cose mediante le quali è stato commesso l’illecito», è necessario tener conto del disposto dell’art. 262 stesso codice, secondo il quale tutte le cose, comunque sequestrate, vanno restituite “a chi ne abbia diritto” quando non è più necessario mantenere il sequestro ai fini probatori. Detto accertamento è particolarmente necessario per cose che per la loro molteplice destinazione e funzione e per le loro caratteristiche potrebbero non mantenere nel tempo le esigenze probatorie» (Cass., sez. III, 25 febbraio 1995, n. 105).

 

 

Il sequestro preventivo

 

Il sequestro preventivo è disposto — con decreto motivato — dal giudice competente a pronunciarsi nel merito, a richiesta del pubblico ministero.

Prima dell’esercizio dell’azione penale provvede il giudice per le indagini preliminari.

Nel corso delle indagini preliminari, quando non è possibile, per la situazione di urgenza, attendere il provvedimento del giudice, il sequestro è disposto con decreto motivato dal pubblico ministero. Negli stessi casi, prima dell’intervento del pubblico ministero, al sequestro possono procedere anche ufficiali di polizia giudiziaria, i quali nelle 48 ore successive, trasmettono il verbale al pubblico ministero del luogo in cui il sequestro è stato eseguito. Questi, se non dispone la restituzione delle cose sequestrate, richiede al giudice la convalida e l’emissione del decreto motivato, entro 48 ore dal sequestro, se disposto dallo stesso pubblico ministero, o dalla ricezione del verbale, se il sequestro è stato eseguito di iniziativa dalla polizia giudiziaria.

 

Il sequestro perde efficacia se non sono osservati i termini anzidetti, ovvero se il giudice non emette l’ordinanza di convalida entro dieci giorni dalla ricezione della richiesta. Copia dell’ordinanza deve essere immediatamente notificata alla persona alla quale le cose sono state sequestrate.

 

Il sequestro è immediatamente revocato — a richiesta del pubblico ministero o dell’interessato — quando risultino mancanti o qualora vengano successivamente a mancare le condizioni che ne legittimano l’applicabilità (art. 321 c.p.p., come modificato dall’art. 15 del D.Lgs. n. 12/1991).

 

Contro il decreto di sequestro preventivo emesso dal giudice possono proporre richiesta di riesame, anche nel merito, a norma dell’art. 324 c.p.p.: l’imputato, il suo difensore, la persona alla quale le cose sono state sequestrate e quella che avrebbe diritto alla loro restituzione. Tale richiesta non sospende l’esecuzione del provvedimento (art. 322 c.p.p.).

 

Il decreto di sequestro emesso dal giudice può essere altresì direttamente impugnato con ricorso per cassazione, ma la proposizione di tale ricorso rende inammissibile la richiesta di riesame (art. 325, 2° comma).

 

Nelle ipotesi, infine, in cui il sequestro preventivo non sia disposto con decreto emesso dal giudice è prevista la possibilità di appello, contro le ordinanze emesse ai sensi dell’art. 321, comma 3bis e 3ter, da parte del pubblico ministero, dell’imputato, del suo difensore, della persona alla quale le cose sono state sequestrate e di quella che avrebbe diritto alla loro restituzione.

 

L’appello non sospende l’esecuzione del provvedimento (art. 322bis c.p.p., introdotto dall’art. 17 del D.Lgs. n. 12/1991).

 

Le ordinanze che decidono il riesame e l’appello sono ricorribili per cassazione soltanto per violazione di legge (art. 325, 1° comma, c.p.p.).

 

In giurisprudenza:

 

A) Condizioni di applicabilità del sequestro preventivo

 

—   «In tema di sequestro preventivo, la verifica del cd. fumus commissi delicti non può estendersi fino a far coincidere l’esame con un vero e prorio giudizio di colpevolezza, dovendo restar fuori dall’indagine il complesso degli elementi di valutazione che concorrono ai fini dell’accertamento della responsabilità dell’indagato, ed essendo sufficiente la semplice enunciazione, non manifestamente arbitraria, di un’ipotesi di reato in relazione della quale si appalesi, almeno allo stato, la necessità di escludere la libera disponibilità della cosa pertinente a quel reato, stante il pericolo che siffatta libera disponibilità possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato» (Cass., sez. II, 7 giugno 2006, Billè, in Dir. e giustizia, 2006, fasc. 28, 48).

 

—   «In tema di misure cautelari reali la giustificazione della misura deriva dalla pericolosità sociale della cosa e non dalla colpevolezza di colui che ne abbia la disponibilità, così che il sequestro preventivo di cui all’art. 321 c.p.p., pur se condizionato alla sussistenza di una ipotesi di reato, prescinde dalla individuazione del suo autore e dall’indagine sulla colpevolezza di questi (in applicazione di tale principio la Corte ha annullato con rinvio la decisione del tribunale del riesame di revoca di un sequestro preventivo fondata sull’indagine sull’elemento psicologico del reato sottratta secondo la Corte alla cognizione limitata del giudice di riesame, in quanto devoluta alla pienezza dei poteri conoscitivi e decisori del giudice del successivo giudizio» (Cass., sez. III, 13 febbraio 2002, Di Falco).

 

—   «L’art. 321 c.p.p. non menziona gli indizi di colpevolezza fra le condizioni di applicabilità del sequestro, né può ritenersi applicabile l’art. 273 stesso codice, dettato per le misure cautelari personali e non richiamato in materia di misure cautelari reali; ne consegue che, ai fini dell’adozione del sequestro, è sufficiente la presenza di un fumus boni iuris, e cioè l’ipotizzabilità in astratto della commissione di un reato, pertanto, il decreto che dispone il sequestro preventivo non deve essere motivato in ordine alla sussistenza degli indizi di colpevolezza, alla fondatezza dell’accusa e alla probabilità di condanna dell’indagato» (Cass.: sez. I, 8 luglio 2004, Fornari; sez. VI, 24 febbraio 1999, Graziano; sez. I, 25 marzo 1997, Stracuzzi).

 

—   «Ai fini dell’applicazione della misura del sequestro preventivo è necessario che sussistano elementi che rendano ipotizzabile il reato per cui si procede, non essendo, tuttavia, richiesto che gli stessi riguardino un soggetto individuato, potendo, infatti, il vincolo essere disposto anche nei confronti di ignoti» (Cass., sez. III, 8 giugno 2011, n. 35312).

 

—   «La legittimità del sequestro preventivo — anche alla stregua di quanto affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 48 del 1994 e dalle sezioni unite della Corte di Cassazione con la sentenza 29 gennaio 1997, n. 23, Bassi (se letta, quest’ultima, nella sua interezza) — implica non soltanto l’astratta riconducibilità dei fatti rappresentati dal p.m. ad un’ipotesi di reato, ma anche la sussistenza in concreto del fumus di detto reato, da intendersi nel senso di una ragionevole prospettiva che esso possa essere in seguito considerato come davvero esistente» (Cass., sez. III, 27 gennaio 2000, Cavagnoli, in Arch. nuova proc. pen., 2000, 271).

 

—   «A giustificare il sequestro preventivo è sufficiente il fumus della sussistenza del reato ipotizzato, mentre la verifica dell’antigiuridicità penale del fatto va compiuta su un piano di astrattezza, nel senso che essa non può investire la sussistenza in concreto dell’ipotesi criminosa, ma deve essere limitata alla configurabilità del fatto come reato con una generica ed essenziale indicazione degli elementi sintomatici dello stesso» (Cass., sez. I, 3 aprile 1996, Di Maggio).

 

—   «In tema di misure cautelari reali, segnatamente di sequestro preventivo (art. 321 c.p.p.), l’ipotesi di reato addebitato, verificabile sotto il profilo probatorio alla conclusione del procedimento, deve, nei termini delineati dall’accusa, corrispondere ad una fattispecie astratta sicuramente prevista dalla legge come reato; per cui il fumus, cioè la probabilità di commissione, riguarda la verificazione del fatto, giammai la sussistenza e l’applicabilità di una determinata norma penale; non è quindi richiesta la presenza di gravi indizi di colpevolezza, non trovando applicazione, in materia, il disposto di cui all’art. 273, 1° comma, codice di rito ma è sufficiente la semplice enunciazione, che non sia manifestamente arbitraria e cervellotica (nel quale caso si avrebbe violazione di legge), di una ipotesi di reato in relazione alla quale si appalesi la necessità di limitare o escludere la libera disponibilità di cose che a quel reato siano pertinenti; di conseguenza, solo nel caso in cui la configurabilità del reato appaia manifestamente impossibile il giudice del riesame è tenuto a revocare la misura» (Cass., sez. II, 25 febbraio 1994, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 7, 39).

 

—   «Il sequestro preventivo, come si desume anche dal contenuto degli art. 322 e 322 bis c.p.p., i quali legittimano all’impugnazione del provvedimento le persone diverse dall’imputato che abbiano diritto alla restituzione, può avere ad oggetto anche beni che siano nella disponibilità di terzi non indagati; e ciò in quanto, diversamente opinando, sarebbe precluso il soddisfacimento delle esigenze di prevenzione che impongono l’adozione della misura tutte le volte che un bene, in libera disponibilità di chicchessia e quindi anche di persona non indagata, sia suscettibile di costituire lo strumento per aggravare o protrarre le conseguenze del reato» (Cass.: sez. IV, 24 giugno 2009, n. 28188, Serreti; sez. II, 11 agosto 1997, n. 1565, Cinque).

 

—   «In tema di condizioni che legittimano il sequestro preventivo, il periculum in mora richiesto dal 1° comma dell’art. 321 c.p.p. per l’emissione del provvedimento di sequestro deve consistere non in una teorica e generica mera eventualità, ma in una concreta, imminente ed elevata probabilità, desunta da tutte le circostanze del fatto, che il bene assuma carattere strumentale rispetto all’aggravamento o alla protrazione delle conseguenze del reato ipotizzato o all’agevolazione della commissione di altri reati: la legge ha infatti voluto contenere il sacrificio dei diritti patrimoniali dei contadini nei ristretti limiti dettati dalle effettive concrete esigenze di prevenzione del processo penale» (Cass.: sez. IV, 21 gennaio 2004, Sguerri; sez. V, 19 maggio 2000, Strazzari; sez. VI, 2 marzo 1999, Romano; sez. III, 18 giugno 1997, n. 2114, Ragazzini).

 

—   «In tema di sequestro preventivo, il pericolo va inteso in senso obiettivo come probabilità di danno futuro in conseguenza dell’effettiva disponibilità materiale o giuridica della cosa che può derivare non solo dalla potenzialità della res oggetto del provvedimento cautelare di recare una lesione all’interesse protetto dalla norma penale, ma anche dalla semplice possibilità di contribuire al perfezionamento del reato: spetta al giudice di merito la valutazione della sussistenza di tale pericolo, con motivazione che, se immune da vizi, non è censurabile in Cassazione» (Cass., sez; IV, 23 giugno 2005, Bonura).

 

—   «La previsione di cui all’art. 321 c.p.p. riconosce al giudice il potere di disporre il sequestro preventivo quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravarne o protrarne le conseguenze ovvero agevolare la commissione di altri reati; il pericolo rilevante, ai fini dell’adozione del sequestro, deve essere inteso in senso oggettivo, come probabilità di danno futuro, connessa all’effettiva disponibilità materiale o giuridica della cosa o al suo uso, e deve essere concreto e attuale, mentre per «cose pertinenti al reato» debbono intendersi non solo quelle caratterizzate da un’intrinseca, specifica e strutturale strumentalità rispetto al reato commesso ed a quelli futuri di cui si paventa la commissione, ma anche quelle che risultino indirettamente legate al reato per cui si procede, sempre che la libera disponibilità di esse possa dare luogo al pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze di detto reato ovvero all’agevolazione nella commissione di altri reati» (Cass. sez. V, 16 marzo 2005, De Marco).

 

—   «Il pericolo di protazione o aggravamento delle conseguenze del reato, che legittima il sequestro preventivo, non può essere individuato nel solo fatto che il bene sia uscito dalla sfera di dominio del soggetto autore del reato, qualora si trovi nella disponibilità del terzo acquirente di buona fede, che abbia adempiuto alle formalità di trasferimento; il pericolo, in tale ipotesi, deve afferire alla natura stessa del bene, nel senso che occorre valutare se dalla disponibilità e libera circolazione del bene, in quello specifico contesto, siano resi più gravi e duraturi gli effetti dell’illecito penale» (Cass., sez. V, 9 giugno 2005, Cipriano).

 

—   «In tema di sequestro preventivo, il provvedimento deve contenere l’indicazione del reato per il quale si procede, per consentire all’interessato ed al giudice degli eventuali gradi di giurisdizione la verifica della correttezza e della legittimità del provvedimento; la mancata specificazione determina una nullità cd. a regime intermedio, concernendo l’assistenza dell’indagato» (Cass., sez. III, 2 luglio 1993, in Mass. Cass. pen., 1993, fasc. 10, 96).

 

—   «È sufficientemente motivato il provvedimento di sequestro preventivo che, pur non recando l’indicazione delle norme che si assumono violate, contenga una compiuta descrizione della condotta, tale da esaurire l’onere di indicazione del titolo del reato per il quale si procede» (Cass., sez. II, 12 luglio 2007, Scalfati).

 

—   «In tema di sequestro preventivo, posto che l’art. 321, 1° comma, c.p.p., si limita a prescrivere che il relativo provvedimento abbia la forma del “decreto motivato”, senza nulla aggiungere con riguardo al suo specifico contenuto, deve ritenersi che sia inquadrabile nell’ambito del vizio di motivazione anche la mancata indicazione, in detto provvedimento, del titolo del reato in relazione al quale esso è adottato come pure del tempo e del luogo in cui il reato medesimo sarebbe stato commesso; ne consegue che a tale manchevolezza, ai sensi del combinato disposto degli art. 324, 7° comma, e 309, 9° comma, c.p.p., ben può porre rimedio il tribunale del riesame» (Cass., sez. I, 23 giugno 1997, n. 3843, Taddia).

 

—   «La misura cautelare del sequestro preventivo può essere applicata ancorché non sia ancora definitiva la qualificazione giuridica del fatto» (Cass., sez. VI, 11 ottobre 1993, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 3, 41).

 

—   «Presupposto del sequestro preventivo è la commissione di un fatto penalmente illecito sul quale il p.m. abbia iniziato le indagini, anche se sono ignoti gli autori del fatto e anche se è ancora provvisoria la qualificazione giuridica del fatto stesso; pertanto, poiché l’ipotesi di reato in base alla quale il p.m. formula la richiesta di sequestro preventivo è ancora in itinere, potendo essere modificata fino all’imputazione definitiva, il gip può dare al fatto un nomen iuris diverso da quello ipotizzato dal p.m. nella sua richiesta, con la precisazione, però, che detto giudice può qualificare diversamente il fatto solo ai fini del procedimento cautelare, lasciando impregiudicato l’autonomo potere del p.m. di formulare l’imputazione nel procedimento principale» (Cass., sez. III, 28 giugno 1997, n. 1897, Parmegiani).

 

—   «È illegittimo il sequestro preventivo di un bene, anche se finalizzato alla confisca, in caso di intervenuta prescrizione del reato ancor prima dell’esercizio dell’azione penale, rilevando tale aspetto, sotto il profilo della mancanza del fumus del reato, anche in sede di riesame» (Cass., sez. III, 6 aprile 2011, n. 24162).

 

B) Competenza a disporre il sequestro preventivo

 

—   «In tema di misure cautelari reali, la richiesta di sequestro preventivo può essere formulata anche mediante l’utilizzo di un modulo a stampa privo di motivazione, in quanto la legge richiede la motivazione solo per il decreto del giudice e non anche per la richiesta del P.M.» (Cass. pen., sez. III, 9 gennaio 2009, n. 10703, Perna).

 

—   «La richiesta del P.M., benché espressamente richiamata dal solo art. 321, 1° comma, c.p.p., è presupposto necessario anche dell’ordinanza di sequestro preventivo finalizzato alla confisca» (Cass. pen., sez. III, 13 luglio 2009, n. 39323, Pepe).

 

—   «La scadenza del termine stabilito per le indagini preliminari non preclude il compimento di qualsiasi attività processuale, ma solo di quegli atti che per contenuto e funzione riguardano le indagini stesse, ovvero l’acquisizione delle prove, con la conseguenza che anche a termine scaduto, nel caso in cui il p.m. non abbia ancora esercitato l’azione penale ed il procuratore generale quello di avocazione, il p.m. può richiedere ed il giudice provvedere all’applicazione delle misure cautelari ed, in particolare, del sequestro preventivo, atteso che questo non è atto ad efficacia probatoria» (Cass., sez. III: 27 febbraio 2009, n. 8847, Pirozzi; 10 aprile 2003, n. 27153).

 

—   «È competente il GIP a emettere il sequestro preventivo richiesto, dal p.m., dopo il rinvio a giudizio e prima che gli atti siano trasmessi al giudice del dibattimento essendo applicabile, in via analogica, quanto previsto dall’art. 317, 2° comma c.p.p. per il sequestro conservativo» (Cass., sez. I: 2 ottobre 2008, n. 40524, Cianfa; 9 novembre 2004, Elefante).

 

—   «La competenza a disporre il sequestro preventivo, una volta che il P.M. ha emesso il decreto di citazione a giudizio, spetta al gip sino a quando il decreto, unitamente al fascicolo per il dibattimento, non è trasmesso al giudice dibattimentale» (Cass. pen., sez. II, 19 dicembre 2008, n. 2388, Citarella).

 

C) La convalida del sequestro preventivo

 

—   «La richiesta di convalida del sequestro preventivo disposto in via di urgenza e di emissione di decreto motivato di sequestro non necessita di formule prestabilite, essendo sufficiente che da essa emerga la chiara volontà in tal senso del p.m. (fattispecie di ritenuta idoneità, sia ai fini della convalida che ai fini dell’adozione di autonomo provvedimento di sequestro, della disposizione del p.m. in calce al proprio decreto di sequestro, di trasmissione di copia del provvedimento al gip «per gli adempimenti di competenza»)» (Cass. pen., sez. III, 5 maggio 2009, n. 26913, Carniti).

 

—   «In materia di sequestro preventivo disposto dal p.m. in caso di urgenza, il termine di quarantotto ore, entro cui deve essere richiesta la convalida al giudice, decorre dall’esecuzione del sequestro e non dalla adozione del provvedimento ma non è preclusa al p.m. la possibilità di richiedere la convalida contestualmente o comunque prima che detto termine inizi a decorrere, poiché la legge non prevede alcuna preclusione in tal senso» (Cass., sez. III, 13 aprile 2011, n. 16728, Di Fazio, in Arch. nuova proc. pen., 2011, 559).

 

—   «La circostanza che sia scaduto il termine di quarantotto ore previsto dall’art. 321, 3° comma bis, c.p.p. per la convalida del sequestro preventivo disposto dal p.m., non determina l’inefficacia del provvedimento cautelare, potendo il giudice avvalersi delle attribuzioni conferitegli dall’art. 321 c.p.p. e imporre lui stesso il vincolo reale sul bene; il termine per la convalida, infatti, non costituisce presupposto o condizione di legittimità dell’emissione del provvedimento da parte del giudice, in quanto non è possibile ritenere che l’esercizio del potere attribuitogli in via ordinaria sia assoggettabile a condizioni dipendenti dalla sfera di discrezionalità del p.m.» (Cass sez. III: 11 febbraio 2009, n. 15717, Bianchi; 28 settembre 2004, De Simone).

 

—   «In tema di sequestro preventivo, nessuna sanzione — né d’inefficacia né di altra natura — è prevista in relazione al provvedimento di sequestro adottato dal giudice, ai sensi dell’art. 321, 1° comma, c.p.p., sulla base di una richiesta avanzata dal p.m. oltre le ventiquattro ore dal sequestro da lui disposto a norma dell’art. 321, 3° comma bis; e ciò sia perché la richiesta di adozione della misura di per sé non è soggetta ad alcun termine sia perché il suo accoglimento è subordinato unicamente alla sussistenza delle condizioni previste dal ricordato 1° comma dell’art. 321; il tutto in analogia con quanto previsto dagli art. 390 e 391 in tema di convalida dell’arresto o del fermo, con la sola differenza che mentre nel primo caso per evidenti esigenze di semplificazione e di celerità, il p.m. è legittimato a domandare il sequestro contestualmente alla richiesta di convalida, nel secondo caso il p.m. formula le sue istanze in ordine alla libertà personale dell’arrestato all’udienza di convalida; la richiesta di convalida e la richiesta di misura cautelare restano tuttavia nettamente distinte tra loro così come indipendenti ed autonomi sono i correlativi provvedimenti del giudice — ordinanza e decreto — mirando l’uno alla verifica degli estremi dell’urgenza e dell’indifferibilità dell’atto, l’altro alla verifica dei requisiti sostanziali, e soggetti, altresì, a mezzi di impugnazione diversi» (Cass., sez. I, 22 novembre 1993, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 2, 129).

 

—   «La mancata tempestiva notifica all’interessato dell’ordinanza di convalida del sequestro preventivo non è sanzionata con la nullità, conseguendone unicamente l’effetto del differimento della decorrenza del termine di impugnazione» (Cass. pen., sez. III, 12 dicembre 2008, n. 6914, Benassi).

 

D) Esecuzione del sequestro preventivo

 

—   «In tema di sequestro preventivo, non è previsto da alcuna disposizione di legge l’obbligo del previo avviso al difensore di fiducia dell’indagato della esecuzione del sequestro disposto dal giudice, né sussiste l’obbligo per la polizia giudiziaria di avvisare l’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, posto che le norme di cui agli artt. 356 e 364 c.p.p. e 114 disp. att. c.p.p., che prevedono tale avviso in tema di sequestro probatorio, non trovano applicazione nell’ipotesi di sequestro preventivo» (Cass., sez. IV: 7 luglio 2010, n. 37937; 16 luglio 2009, n. 42512, Olivieri).

 

E) Proposizione dell’istanza di riesame

 

—   «L’indagato non titolare del bene oggetto di sequestro preventivo è legittimato a proporre richiesta di riesame del titolo cautelare purché vanti un interesse concreto ed attuale alla proposizione del gravame (nella specie, la legittimazione del riconorrente, non più proprietario dell’immobile per averlo alienato a terzi ma sottoposto a sequestro preventivo per il reato di costruzione abusiva, è stata riconosciuta in quanto titolare di un autonomo interesse a far valere le ragioni a sostegno della regolarità della procedura di rilascio sin dal momento di esecuzione del sequestro, ciò in considerazione delle conseguenze contrattuali cui egli è esposto ove l’immobile risulti abusivamente realizzato)» (Cass., sez. III, 27 gennaio 2010, n. 10977, Ambrosetti).

 

—   «In tema di sequestro preventivo, il fatto che l’imputato sia, in linea di principio, legittimato a proporre richiesta di riesame avverso il provvedimento impositivo del vincolo ed a ricorrere per cassazione avverso la decisione adottata dal tribunale su detta richiesta non implica che non debba comunque verificarsi, ai fini dell’ammissibilità tanto della richiesta quanto del ricorso, la sussistenza del requisito costituito, secondo la regola generale dettata dall‘art. 568, 4° comma, c.p.p., dall’interesse ad impugnare; interesse che dev’essere escluso qualora l’imputato non possa vantare alcun diritto o aspettativa sui beni sequestrati» (Cass. pen., sez. V, 1 ottobre 2008, n. 40560, Fratello, in Arch. nuova proc. pen., 2009, 206).

 

—   «Avverso il sequestro preventivo è legittimato a proporre ricorso per cassazione, oltre al soggetto cui le cose sono state sequestrate o cui dovrebbero essere restituite, anche l’imputato o l’indagato, sempre che abbia un concreto interesse alla proposizione del gravame; ne consegue che, nell’ipotesi in cui egli non sia titolare del bene sottoposto a sequestro, in tanto può impugnare in quanto il provvedimento ablativo abbia prodotto una lesione nella sua sfera giuridica e l’eventuale eliminazione o riforma del provvedimento stesso abbia l’effetto di render possibile il conseguimento di un risultato a lui giuridicamente favorevole» (Cass. pen. ord., sez. VI, 30 ottobre 2008, n. 41682, Hussein).

 

—   «La legittimazione alla richiesta di riesame del decreto di sequestro probatorio spetta non soltanto al proprietario ed ai titolari di un diritto reale di godimento o di garanzia sulle cose in sequestro, ma anche alla persona che ne abbia il possesso o la detenzione, pur se derivanti da un negozio produttivo di effetti obbligatori (nella specie, la ricorrente, promissaria acquirente dell’immobile sequestrato in virtù di contratto preliminare trascritto, era stata immessa nel possesso dell’immobile in data antecedente alla richiesta di riesame)» (Cass., sez. III, 22 ottobre 2009, n. 42918, Soto Londono).

 

—   «In tema di sequestro preventivo, non è legittimata a partecipare al procedimento di riesame e a proporre ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del tribunale, la parte civile in quanto tale, a prescindere dalla esistenza di un concreto interesse a ottenere la restituzione a suo favore del bene» (Cass. ord., sez. V, 22 settembre 2005, Hauner).

 

—   «È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 324 c.p.p., prospettata in riferimento all’art. 24 Cost., nella parte in cui non prevede la parte civile tra i soggetti legittimati a ricevere l’avviso di fissazione della udienza del riesame avverso la misura cautelare reale (in motivazione la Corte ha osservato che il combinato disposto degli artt. 322, 1° comma e 324, 6° comma, c.p.p. comporta che tale diritto è riconoscibile condizionatamente alla comprovata esistenza di un concreto interesse a ottenere la restituzione del bene e che, al di fuori di tale ipotesi, la mancata previsione di legittimazione dipende da una scelta del legislatore, giustificata dal fatto che ogni diverso interesse della persona offesa appare sufficientemente tutelato dalle misure cautelari esperibili nell’ambito del processo civile)» (Cass., ord., sez. V, 22 settembre 2005, Hauner).

 

—   «In tema di sequestro, il termine di dieci giorni fissato per proporre l’istanza di riesame si riferisce al provvedimento realmente eseguito; qualora l’esecuzione avvenga in assenza del legittimato al riesame, il termine utile per la relativa istanza decorre dal giorno di effettiva conoscenza dell’avvenuto sequestro» (Cass., sez. V, 29 settembre 1999, Sirico).

 

—   «In caso di sequestro operato di iniziativa della polizia giudiziaria il termine per proporre istanza di riesame decorre dalla data di notifica del decreto di convalida ovvero, in caso di mancata notificazione, dalla data in cui l’interessato ha avuto conoscenza dell’avvenuto sequestro, intendendosi per tale il «sequestro convalidato» (Cass. pen., sez. I, 1 ottobre 2008, n. 41693, Giacomelli).

 

—   «Il termine per proporre istanza di riesame del provvedimento di convalida del sequestro eseguito, di sua iniziativa, dalla polizia giudiziaria, decorre dalla data di notifica del decreto di convalida ovvero dalla data in cui l’interessato ha avuto conoscenza del sequestro; in questa seconda ipotesi si deve fare riferimento non alla data in cui l’interessato viene «comunque» a conoscenza dell’avvenuto sequestro, ma a quella in cui abbia avuto notizia del “sequestro convalidato”, in quanto il diritto di reclamo può esplicarsi solo ove siano note le ragioni poste a base del provvedimento di convalida ed essendo inconcepibile che il termine per una impugnativa decorra da una data anteriore a quella del provvedimento da impugnare» (Cass., sez. III, 16 giugno 1999, Vignolgiochi).

 

—   «Il difensore del soggetto onerato dalla misura cautelare reale del sequestro preventivo deve proporre richiesta di riesame entro il termine prescritto per il suo assistito, non spettandogli la notifica dell’avvenuto deposito del provvedimento cautelare da cui far decorrere i dieci giorni perentoriamente prescritti per richiedere il riesame» (Cass. sez. un., 11 luglio 2006, Marseglia in Dir. e giustizia, 2006, fasc. 35,52).

 

—   «Non è proponibile in sede di riesame del provvedimento che dispone il sequestro preventivo la questione relativa alla sussistenza del fumus commissi delicti, qualora sia intervenuto il decreto che dispone il rinvio a giudizio del soggetto interessato — che spiega efficacia preclusiva alla delibazione del fumus del reato — stante l’ontologica diversità e, quindi, la non omologabilità delle regole relative alle misure cautelari reali» (Cass. pen., sez. V, 17 aprile 2009, n. 30596, Cecchi Gori).

 

—   «Nel giudizio di riesame del sequestro preventivo eseguito d’urgenza dalla polizia giudiziaria non sono proponibili le questioni relative all’avvenuta convalida, dato che oggetto esclusivo del riesame è il decreto di sequestro emesso dal giudice, che è l’unico provvedimento che legittima la misura cautelare» (Cass., ord., sez. III, 3 febbraio 2011, n. 11671).

 

E) Il procedimento di riesame

 

—   «Nel procedimento di riesame dei provvedimenti di sequestro non è applicabile la sanzione dell’inefficacia prevista dall’art. 309, 10° comma, c.p.p., per l’inosservanza del termine di trasmissione degli atti da parte dell’autorità precedente di cui al 5° comma della stessa norma, poiché l’art. 324 c.p.p., pur dichiarando applicabile al procedimento di riesame della misura del sequestro l’art. 309, 9° e 10° comma, c.p.p., non richiama il 5° comma di tale ultima disposizione» (Cass. sez. I, 29 marzo 2011, n. 34544).

 

—   «Nel procedimento di riesame delle misure cautelari reali la persona nel cui interesse l’impugnazione è stata proposta ha diritto alla notificazione dell’avviso d’udienza, ancorché la richiesta sia stata sottoscritta unicamente dal difensore; l’omissione di tale formalità, che è finalizzata all’instaurazione del contraddittorio, determina, ai sensi dell’art. 179 c.p.p., la nullità assoluta ed insanabile del procedimento e dell’ordinanza conclusiva (nell’occasione la Corte ha altresì precisato che l’avviso d’udienza non spetta viceversa a chi, pur legittimato, non abbia proposto l’impugnazione, come nell’ipotesi in cui l’imputato non si dolga del vincolo apposto su beni la cui proprietà o disponibilità faccia capo a terzi e solo questi abbiano chiesto il riesame)» (Cass., sez. un., 25 ottobre 2000, Scarlino).

 

—   «In tema di riesame di provvedimenti applicativi di misure cautelari reali, in specie di un provvedimento di sequestro preventivo, l’imputato non ha diritto all’avviso di fissazione della data di udienza se la richiesta non è stata proposta da lui o dal suo difensore» (Cass. pen., sez. II, 14 maggio 2008, n. 23292, Marziale).

 

—   «In tema di riesame del sequestro preventivo o probatorio, il terzo proprietario della cosa in sequestro non ha diritto alla notificazione dell’avviso d’udienza (in motivazione, la Suprema Corte ha precisato che il terzo proprietario può far valere le proprie ragioni esercitando la facoltà d’intervento spontaneo nella procedura e, al più tardi, nella fase esecutiva)» (Cass. pen., sez. V, 15 luglio 2008, n. 37695, Cecchi Gori, in Cass. pen., 2009, 3887).

 

—   Nel procedimento di riesame di un decreto di sequestro probatorio o di un decreto di convalida del sequestro probatorio operato dalla polizia giudiziaria l’avviso della data d’udienza deve essere dato solo al P.M., al difensore del sottoposto a indagine e a chi ha proposto la richiesta e non anche ad eventuali soggetti controinteressati» (Cass. pen., sez. II, 24 settembre 2008, n. 37702, Conti).

 

—   «In tema di procedimento di riesame di misure cautelari — nella specie di provvedimento di sequestro — nella ipotesi in cui la trasmissione degli atti al tribunale sia frazionata, il termine di dieci giorni, entro il quale deve intervenire la decisione, decorre dalla data nella quale gli atti siano acquisiti nella loro necessaria completezza» (Cass., sez. I, 31 marzo 1993, in Mass. Cass. pen., 1993, fasc. 11, 12).

 

—   «Il termine perentorio di dieci giorni dalla ricezione degli atti fissato per la decisione del giudice del riesame dal 9° e 10° comma dell’art. 309 c.p.p., richiamati in materia di giudizio di impugnazione delle misure cautelari reali dal 5° e 7° comma dell’art. 324 c.p.p., trova applicazione solo nell’ipotesi dell’istanza inizialmente proposta al giudice del riesame ma non allorché il tribunale venga investito del giudizio a seguito di rinvio della Corte di Cassazione» (Cass., sez. un., 17 aprile 1996, n. 5).

 

G) Poteri del giudice del riesame

 

—   «Il controllo del giudice del riesame non può investire, in relazione alle misure cautelari reali, la concreta fondatezza di un’accusa, ma deve limitarsi all’astratta possibilità di sussumere il fatto attribuito ad un soggetto in una determinata ipotesi di reato» (Cass., sez. un., 25 marzo 1993, in Riv. giur. edilizia, 1993, I, 966).

 

—   «In tema di sequestro preventivo, la verifica delle condizioni di legittimità della misura cautelare da parte del tribunale del riesame o della Corte di cassazione non può tradursi in anticipata decisione della questione di merito concernente la responsabilità della persona sottoposta ad indagini in ordine al reato oggetto di investigazione, ma deve limitarsi al controllo di compatibillità tra la fattispecie concreta e quella legale, rimanendo preclusa ogni valutazione riguardo alla sussistenza degli indizi di colpevolezza ed alla gravità degli stessi» (Cass., sez. un. 23 febbraio 2000, Mariano, in Cass. pen., 2000, 2225).

 

—   «In tema di misure cautelari reali e di sequestro preventivo l’ipotesi accusatoria deve corrispondere ad una fattispecie astratta sicuramente prevista dalla legge come reato; sicché, quando nella fase delle indagini preliminari sia stato indicato un fatto inquadrabile nel reato in relazione al quale è stato disposto il sequestro, in sede di riesame del provvedimento, l’ipotesi di reato, verificabile sotto il profilo probatorio soltanto nel giudizio di merito, deve essere valutata sul piano dell’astrattezza; per il mantenimento del sequestro basta, quindi, la puntuale enunciazione di un’ipotesi di reato che renda necessaria la limitazione o l’esclusione della disponibilità delle cose che siano pertinenti a tale reato; il giudice del riesame, cui è attribuita pienezza di cognizione che gli consente di prendere in considerazione anche elementi sopravvenuti, è tenuto a revocare il sequestro soltanto quando l’enunciazione sia manifestamente illogica oppure quando la configurabilità del reato appaia impossibile» (Cass. pen., sez. III, 16 gennaio 2009, n. 1467, in Dir. e giur. agr. e ambiente, 2009, 477).

 

—   «Il tribunale del riesame, nel verificare i presupposti per l’adozione di una misura cautelare reale, non può avere riguardo alla sola astratta configurabilità del reato, ma deve valutare, in modo puntuale  e coerente, tutte le risultanze processuali, e quindi non solo gli elementi probatori offerti dalla pubblica accusa, ma anche le confutazioni e gli elementi offerti dagli indagati che possano avere influenza sulla configurabilità e sulla sussistenza del fumus del reato contestato (nella specie, relativa ad abuso edilizio, il tribunale si era limitato ad affermare la non manifesta totale infondatezza della interpretazione delle norme rilevanti operata dal p.m.)» (Cass., sez. III, 20 maggio 2010, n. 27715, Barbano, in Riv. giur. edilizia, 2010, I, 1715).

 

—   «Il giudice del riesame deve dichiarare la nullità del decreto di sequestro se l’indeterminatezza delle fattispecie criminose impedisce l’accertamento del fumus sotto il profilo della congruità degli elementi addotti, nella prospettiva di verificare se essi consentano di sussumere l’ipotesi formulata entro quella tipica» (Cass. pen. ord., sez. II, 12 dicembre 2008, n. 47617, De Luigi).

 

—   Il potere del giudice del riesame di integrare le carenze motivazionali del provvedimento di sequestro ai sensi del combinato disposto degli artt. 324, 7° comma, e 309, 9° comma, c.p.p. non è esercitabile allorquando il requisito della motivazione e della enunciazione dei fatti sia del tutto carente, come nel caso della sola indicazione delle norme di legge violate, dovendo, in tali ipotesi, essere rilevata la nullità del decreto impugnato» (Cass. pen., sez. III, 26 novembre 2008, n. 47120, Gargiulo).

 

—   «In tema di riesame delle misure cautelari reali, in base al richiamo del 7° comma dell’art. 324 c.p.p. al 9° comma dell’art. 309 c.p.p. il tribunale di riesame è autorizzato a confermare il provvedimento di sequestro anche per ragioni diverse da quelle indicate nella motivazione del relativo decreto, ed eventualmente a rimediare alla sua mancanza sino a dare, sia pure ai fini cautelari, una diversa corretta qualificazione al reato, purché ovviamente sia riaffermata la correlazione della cosa con il fatto per cui si procede» (Cass., sez. V, 11 marzo 1997, Simeti).

 

—   «In tema di provvedimenti cautelari, la previsione dell’art. 292 c.p.p. che indica, a pena di nullità, i requisiti dell’ordinanza che dispone la misura cautelare, deve essere coordinata con quella dell’art. 309, 9° comma, c.p.p., secondo cui il tribunale del riesame può confermare il provvedimento impugnato anche “per ragioni diverse da quelle indicate nel provvedimento stesso”; ne consegue che se al tribunale del riesame è inibito supplire con proprie, autonome ed originali argomentazioni a quelle assolutamente carenti dell’ordinanza impugnata, come nel caso eccezionale in cui manchi radicalmente l’indicazione delle esigenze cautelari, ad esso è invece normalmente consentito integrare la motivazione che, isolatamente considerata, non sarebbe idonea a costituire fondamento del provvedimento applicativo, avuto riguardo alle specificazioni richieste dall’art. 292 c.p.p.» (Cass., sez. I, 11 gennaio 1999, Cosci).

 

—   «In tema di riesame di provvedimento di sequestro, il tribunale ha il potere di procedere ad una diversa qualificazione giuridica del fatto sottoposto alla sua cognizione (anche attribuendogli, se del caso, diverso nomen iuris)» (Cass., sez. I, 14 ottobre 2009, n. 41948, Weijun).

 

—   «Nel giudizio di riesame del decreto di sequestro preventivo, che coinvolge anche il merito del provvedimento cautelare impugnato, possono e devono essere presi in considerazione elementi diversi da quelli valutati dal giudice che ha emesso il detto provvedimento, compresi quelli sopravvenuti; pertanto, le parti possono addurre nell’udienza del riesame elementi nuovi di valutazione e il tribunale può fondare la sua decisione anche su tali elementi» (Cass., sez. IV, 22 gennaio 2004, Becheri).

 

—   «In relazione ai provvedimenti che dispongono misure di cautela reale, nella valutazione del fumus commissi delicti può rilevare anche l’eventuale difetto dell’elemento soggettivo del reato, purché di immediata evidenza» (Cass. pen., sez. II, 2 ottobre 2008, n. 2808, Bedino).

 

H) Ricorso per cassazione

 

—   «Il termine per proporre ricorso per cassazione avverso le ordinanze emesse dal tribunale all’esito di appello o di riesame contro i provvedimenti in materia di misure cautelari reali è quello ordinario di quindici giorni previsto dall’art. 585, 1° comma, lett. a), c.p.p., decorrente dalla comunicazione o notificazione dell’avviso di deposito dell’ordinanza» (Cass., sez. un., 20 aprile 1994, in Cass. pen., 1994, 2922).

 

—   «Ai sensi dell’art. 325, 1° comma, c.p.p., i provvedimenti del tribunale del riesame in tema di misure cautelari reali sono impugnabili per cassazione non per tutti i vizi di legittimità enunciati dall’art. 606, 1° comma, c.p.p., ma solo per quelli concretanti «violazione di legge» (e cioè quelli di cui alle lett. a), b), c)), restando conseguentemente esclusa ogni possibilità di sindacato sull’adeguatezza della motivazione, tranne che si tratti di carenza totale o mera apparenza della motivazione, risolventesi in violazione di legge, ex art. 125 c.p.p.» (Cass., sez. III, 18 marzo 2004, Vitale, in Dir. e giustizia, 2004, fasc. 29, 46).

 

—   «In tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di «violazione di legge» per cui soltanto può essere proposto ricorso per cassazione a norma dell’art. 325, 1° comma, c.p.p., rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicità manifesta, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui alla lett. e) dell’art. 606 stesso codice» (Cass.: sez. VI, 21 gennaio 2009, n. 7472, Vespoli; sez. III, 5 maggio 2004, Sainato; sez. IV, 21 gennaio 2004, Sguerri; sez. VI, 16 dicembre 2003, Marei).

 

—   «Dal combinato disposto degli artt. 325 1° comma, e 322 c.p.p. si desume che sono legittimati a proporre ricorso per cassazione avverso le ordinanze a norma dell’art. 324 c.p.p., solo i soggetti che hanno partecipato al relativo procedimento di riesame» (Cass., sez. III, 9 novembre 2004, Labriola, in Arch. nuova proc. pen., 2005, 186).

 

—   «In materia di misure cautelari reali legittimato a ricorrere contro i provvedimenti del tribunale del riesame, secondo l’art. 325 c.p.p., è solo il p.m. presso questo tribunale e non anche quello che ha chiesto l’applicazione della misura» (Cass., sez. III, 26 maggio 2010, n. 25882, Giacobe).

 

—   «In materia di misure cautelari reali, poiché legittimato a ricorrere contro i provvedimenti del tribunale del riesame, ai sensi dell’art. 325 c.p.p., è il solo p.m. presso questo tribunale e non anche quello che aveva richiesto l’applicazione della misura, non è sufficiente per la ammissibilità del ricorso proposto da quest’ultimo la firma per adesione del procuratore competente, atteso che si tratta di una inammissibilità originaria del gravame che lo rende inidoneo a produrre l’impulso necessario per originare il giudizio di impugnazione, e che anche volendo ritenere integrato in tal modo un ricorso per relationem lo stesso risulta privo dei requisiti di forma e di sostanza previsti per tale impugnazione, tra cui quello della specificità» (Cass., sez. III, 12 febbraio 2004, Fabiani).

 

 

I) Il sequestro preventivo di opere edilizie abusive

 

—   «È legittimo il sequestro preventivo, ex art. 321 c.p.p., del manufatto abusivo eseguito dai vigili urbani addetti al controllo del settore edilizio, atteso che questi rivestono la qualità di agenti di polizia giudiziaria, ai sensi dell’art. 5 L. 7 marzo 1986, n. 65» (Cass., sez. III, 24 marzo 2010, n. 25606, Capolino).

 

—   «Il testo dell’art. 321 c.p.p., che disciplina il sequestro preventivo, non fornisce parametri tipizzati per l’emanazione del provvedimento, ma consente di poter affermare che due sono i presupposti richiesti: la pertinenza della cosa al reato e la sussistenza del pericolo; la motivazione del provvedimento risente della genericità della norma, ed in tema di costruzione senza concessione edilizia può ragionevolmente limitarsi all’essenziale, dal momento che l’obbligo è adempiuto con l’indicazione del manufatto (luogo e caratteristiche), dell’assenza di concessione e della continuazione dei lavori di costruzione; già tali soli elementi soddisfano gli obblighi di legge perché l’interessato è stato portato a conoscenza e del fatto-reato e dei motivi che hanno determinato il sequestro, posto che la sola continuazione dei lavori integra l’estremo del pericolo di cui all’art. 321 predetto» (Cass., sez. III, 28 febbraio 1994, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 7, 47).

 

—   «Presupposto del sequestro preventivo è la commissione di un reato, sia pure accertato in via incidentale nella sua astratta configurabilità; è quindi illegittimo il sequestro preventivo disposto prima che il reato sia commesso, sul mero presupposto che l’agente avesse intenzione di commetterlo: risulterebbero infatti violate non solo la norma dell’art. 321 c.p.p., che prevede implicitamente il reato come presupposto del sequestro, ma anche quelle dell’art. 1 c.p. e dell’art. 25, 2° comma Cost., giacché il principio di legalità condiziona alla previsione tipica non solo la punibilità dell’agente, ma anche l’applicabilità delle misure cautelari e delle altre misure strumentali al giudizio penale (nella specie, la Corte ha annullato senza rinvio il provvedimento di sequestro preventivo di opere edilizie interne, conformi al disposto dell’art. 26 L. 47/1985, sul presupposto che esse, in quanto preliminari a un mutamento di destinazione d’uso dell’immobile vietato dagli strumenti urbanistici vigenti, potessero integrare in futuro la contravvenzione di cui all’art. 20 della stessa legge)» (Cass., sez. III, 25 marzo 1993, in Cass. pen., 1994, 1610).

 

—   «È legittimo il sequestro preventivo di un suolo per impedire l’ulteriore modifica contra legem dell’assetto del territorio, qualora l’imputazione abbia ad oggetto il delitto di abuso di ufficio, intenzionalmente diretto a consentire l’edificazione di un immobile, mediante il rilascio di una autorizzazione edilizia in violazione della normativa a tutela delle aree di particolare interesse ambientale» (Cass., sez. VI, 8 luglio 2002, Marra).

 

—   «Il provvedimento di sequestro preventivo non deve essere inutilmente vessatorio, ma deve essere limitato alla cosa o alla parte della cosa effettivamente pertinente al reato ipotizzato e deve essere disposto nei limiti in cui il vincolo imposto serve a garantire la confisca del bene o ad evitare la perpetuazione del reato (fattispecie di intervenuto sequestro, per abusi edilizi, di intere unità abitative a fronte di difformità riguardanti le sole mansarde delle stesse)» (Cass. pen., sez. III, 11 febbraio 2009, n. 15717, Bianchi).

 

—   «Allorché risulti edificato un immobile in totale difformità dalla concessione, per la realizzazione di un corpo di fabbrica ulteriore per superficie e volumetria rispetto a quello assentito, è legittimo il sequestro preventivo dell’intero cantiere e non solo della porzione edificata in più rispetto al progetto approvato» (Cass., sez. III, 18 marzo 1999, Lombardo).

 

—   «È ammissibile il sequestro preventivo di un immobile nel quale risultano realizzate opere interne che abbiano comportato il mutamento della destinazione d’uso, rinvenendo in tal caso un’ipotesi di aggravamento del carico urbanistico» (Cass., sez. IV, 9 luglio 2010, n. 34976, Nucera, in Foro it., 2011, II, 573).

 

—   «In tema di reati edilizi o urbanistici, ai sensi degli art. 322 e 322bis, i quali legittimano all’impugnazione del provvedimento le persone diverse dall’imputato che abbiano diritto alla restituzione , il sequestro preventivo può avere a oggetto anche beni appartenenti a terzi, non indagati in quanto, diversamente opinando, sarebbe precluso il soddisfacimento delle esigenze di prevenzione che impongono l’adozione della misura tutte le volte che un bene, in libera disponibilità di chicchessia e quindi di persona non indagata, sia suscettibile di costituire lo strumento per aggravare o protrarre le conseguenze del reato» (Cass. pen., sez. III, 16 ottobre 2008, n. 42738, Fusco, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 1523).

 

—   «Il pericolo concreto ed attuale, posto a base del sequestro preventivo di un manufatto abusivo, di prosecuzione del reato edilizio e di aggravamento delle sue conseguenze, nonché di commissione di ulteriori violazioni della legge penale (art. 221 r.d. 27 luglio 1934, n. 1265), non viene meno per l’intervento dell’ordine di sospensione dei lavori impartito dalla p.a.; tale provvedimento, infatti, non costituisce atto idoneo a far cessare le esigenze cui è finalizzata la cautela reale, in quanto è revocabile dalla stessa amministrazione, è caratterizzato da efficacia provvisoria e temporalmente determinata ed è, inoltre, suscettibile di sospensiva nella competente sede giurisdizionale» (Cass., sez. III: 22 aprile 1996, n. 1340, P.M. in proc., Vicini, in Giust. pen., 1997, II, 283 e 26 aprile 1995, n. 758, Monaco).

 

—   «L’esigenza di impedire la prosecuzione dei lavori di edificazione di un immobile abusivo ancora in corso è, di per sé, condizione sufficiente per disporne e mantenerne il sequestro preventivo, indipendentemente dalla natura ed entità degli interventi da eseguire per ultimarlo» (Cass., sez. III, 28 settembre 2011, n. 38216).

 

—   «In ipotesi di fabbricato abusivamente edificato su due livelli, ancora grezzo all’esterno e con i cd. «ferri di attesa» predisposti per la sopraelevazione, che non risponda ai normali requisiti di abitabilità, è consentito, essendo concretamente prevedibile la prosecuzione delle opere abusive, al fine di impedire ed evitare l’aggravamento o la protrazione del commesso reato, effettuare sequestro preventivo dell’immobile» (Cass., sez. III, 2 ottobre 2002, Russo, in Riv. pen., 2003, 47).

 

—   «L’assenza di attività edificatoria in corso di realizzazione non esclude di per sé stessa l’esigenza preventiva di cui all’art. 321 c.p.; infatti, la libera disponibilità dell’immobile da parte dell’indagato può essere concretamente utilizzata dal medesimo per proseguire la condotta abusiva, portando a compimento la costruzione non appena gli tornasse utile o economicamente fattibile» (Cass., sez. III, 14 aprile 1999, Grassia, in Riv. giur. edilizia, 2000, I, 687).

 

—   «In sede di applicazione della pena su richiesta delle parti, il giudice non può disporre il sequestro preventivo del fabbricato abusivo» (Cass., sez. III, 13 luglio 1995, n. 1905).

 

—   «In materia edilizia la sospensione dell’azione penale relativa alle violazioni edilizie, prevista dall’art. 45, 1° comma, D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, nell’ipotesi di instaurazione del procedimento amministrativo di accertamento di conformità e successivo rilascio del permesso di costruire in sanatoria, non impedisce l’adozione di provvedimenti cautelari reali, atteso che questi per loro natura tendono ad assicurare lo stato delle cose e di regola non ostacolano la conclusione del procedimento di sanatoria» (Cass., sez. III, 14 ottobre 2004, Viti).

 

—   «La proposizione di una domanda di condono edilizio non impedisce l’adozione o la permanenza di un provvedimento di sequestro, sia perché la misura cautelare reale o a fini probatori ha il solo scopo di lasciare inalterata la situazione o di impedire la prosecuzione dell’opera sia in quanto la speciale causa estintiva discendente dalla procedura di condono richiede la sua formale dichiarazione previo accertamento dei presupposti cui la stessa è subordinata» (Cass., sez. III: 3 aprile 2007, in Riv. giur. edilizia, 2007, I, 1732; 23 febbraio 2005, Riganti; 6 novembre 2003, Baldi, in Riv. giur. edilizia, 2004, I, 1130).

 

—   «La sospensione del procedimento penale a seguito della presentazione della domanda di condono edilizio non determina la impossibilità per il giudice di disporre la misura cautelare del sequestro preventivo, atteso che può permanere la necessità di impedire la prosecuzione del comportamento illecito in relazione ad una fattispecie della quale va altresì ancora verificata la esistenza dei requisiti che producono l’estinzione del reato» (Cass., sez. III, 11 giugno 2004, Pietrosanto).

 

—   «Considerate le differenze tra la materia penale e quella amministrativa, la possibilità prevista dall’art. 35, 14° comma, L. 28 febbraio 1985, n. 47, per chi abbia presentato un’istanza di concessione o autorizzazione in sanatoria, di completare sotto la propria responsabilità le opere di cui all’art. 31 L. n. 47/1985, non può escludere la possibilità del sequestro penale, né può far venir meno automaticamente il sequestro preventivo, che potrà essere caducato solo quando il giudice penale, nell’ambito delle sue attribuzioni, riterrà che sia cessata la funzione cautelare o quando, al verificarsi di tutte le condizioni occorrenti, dichiarerà che il reato è estinto» (Cass., sez. III: 8 luglio 2005, Amadori, in Riv. giur. edilizia, 2005, I, 1758; 19 maggio 2005, Riccardi).

 

—   «Il fatto che, a norma del 14° comma, dell’art. 35 L. 28 febbraio 1985, n. 47, il presentatore dell’istanza di sanatoria possa completare sotto la propria responsabilità, le opere edilizie abusive suscettibili di sanatoria non significa di per sé che vengano meno le esigenze preventive che legittimano il sequestro cautelare a norma dell’art. 321 c.p.p. (nella specie la Suprema Corte ha osservato che non risultava si fossero già realizzate le condizioni richieste dalla norma per il completamento delle opere, vale a dire oltre al decorso di centoventi giorni dalla presentazione della domanda di sanatoria, il versamento della seconda rata dell’oblazione, nonché la notifica al comune dell’intendimento di completare le opere, con l’allegazione di perizia giurata, ovvero di documentazione avente data certa in ordine allo stato dei lavori abusivi: in assenza di queste condizioni il completamento delle opere nella prospettiva della sanatoria era evento solo futuro e incerto, sicché permanevano le esigenze cautelari che presiedevano all’istituto del sequestro preventivo)» (Cass., sez. III, 2 maggio 1996, Prestigiacomo; 2 luglio 1996, Genzano).

 

—   «Il provvedimento di sequestro preventivo di un immobile non può essere trascritto nei registri immobiliari; tale formalità, infatti, esula dalle previsioni normative che disciplinano l’istituto, mentre è prevista in tema di sequestro conservativo attese le sue peculiari finalità di conservazione del patrimonio dell’imputato a garanzia dei crediti indicati nell’art. 316 c.p.p.» (Cass., sez. VI, 15 ottobre 1996, Coscia).

 

—   «In materia di contravvenzione edilizia, il sequestro preventivo non può estendersi a beni che non si trovino in una necessaria e duratura correlazione con la commissione del reato di costruzione abusiva, tale da fare ritenere probabile la reiterazione della condotta in caso di libera disponibilità degli stessi, atteso che non è sufficiente che essi siano stati occasionalmente utilizzati per porre in essere il fatto illecito (in applicazione di tale principio la Corte ha annullato il sequestro di due escavatrici in relazione al reato di cui all’art. 44 D.P.R. 380 del 2001) (Cass., sez. III, 14 dicembre 2005, Russo).

 

—   «In materia edilizia, è legittimo il sequestro degli automezzi utilizzati per il trasporto e sversamento del calcestruzzo in un cantiere abusivo, anche se gli stessi appartengono ad una persona giuridica, atteso che a tali enti vanno imputati i comportamenti posti in essere dai propri rappresentanti» (Cass., sez. III, 9 gennaio 2007, Cava).

 

 

Il sequestro preventivo di immobile abusivo già ultimato

 

Le Sezioni Unite penali della Cassazione — con le sentenze 29 gennaio 2003, n. 2 (P.M. in proc. Innocenti) e n. 3 (De Luca) — hanno affermato che:

 

—  «il sequestro preventivo di cosa pertinente al reato (nella specie manufatti abusivi la cui costruzione era già stata ultimata) è consentito anche nel caso di ipotesi criminosa già perfezionatasi, purché il pericolo della libera disponibilità della cosa stessa — che va accertato dal giudice con adeguata motivazione — presenti i requisiti della concretezza e dell’attualità e le conseguenze del reato, ulteriori rispetto alla sua consumazione, abbiano connotazione di antigiuridicità, consistano nel volontario aggravarsi o protrarsi dell’offesa al bene protetto che sia in rapporto di stretta connessione con la condotta penalmente illecita e possano essere definitivamente rimosse con l’accertamento irrevocabile del reato»;

—  «in tema di reati edilizi o urbanistici, la valutazione che, al fine di disporre il sequestro preventivo di un manufatto abusivo, il giudice di merito ha il dovere di compiere in ordine al pericolo che la libera disponibilità della cosa pertinente al reato possa agevolare o protrarre le conseguenze di esso o agevolare la commissione di altri reati, va diretta in particolare ad accertare se esista un reale pregiudizio degli interessi attinenti al territorio o una ulteriore lesione del bene giuridico protetto (anche con riferimento ad eventuali interventi di competenza della P.A. in relazione a costruzioni non assistite da concessione edilizia, ma tuttavia conformi agli strumenti urbanistici) ovvero se la persistente disponibilità del bene costituisca un elemento neutro sotto il profilo dell’offensività».

 

Le Sezioni Unite hanno evidenziato, in proposito, che:

 

—  le conseguenze che il legislatore intende neutralizzare mediante il sequestro preventivo non possono essere ritenute identificabili con l’evento del reato in senso naturalistico o giuridico, cosicché esse possono essere aggravate o protratte anche dopo la consumazione del reato medesimo;

—  l’utilizzazione dell’immobile costruito abusivamente, se non modifica il perfezionamento del reato avvenuto, aggrava tuttavia e prolunga la lesione dell’equilibrio urbanistico del territorio, che è il valore sostanziale al quale è finalizzato il controllo pubblico sulle trasformazioni del territorio medesimo. In tal senso la costruzione abusiva, quantunque completata, può ancora determinare conseguenze negative sul regolare assetto del territorio stesso, aggravando i cd. «carichi urbanistici»;

  è necessario che il giudice configuri in termini di pericolosità attuale e concreta le conseguenze del reato, che la misura cautelare è rivolta ad impedire. Il giudice, in particolare, deve manifestare una valutazione prognostica in concreto di detti effetti, senza ricorre ad enunciazioni astratte o generiche.

 

Appare utile trascrivere integralmente le argomentazioni svolte dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 2/2003:

 

«… 7. In ordine alla questione devoluta alle Sezioni Unite, si rileva che la giurisprudenza assolutamente preponderante della Corte è nel senso di ritenere la sussistenza del potere del giudice di disporre il sequestro preventivo di un immobile abusivamente costruito anche nell’ipotesi in cui l’edificazione risulti già ultimata. Al riguardo, è stato affermato che le conseguenze che il legislatore intende neutralizzare mediante il sequestro preventivo non sono identificabili con l’evento del reato in senso naturalistico e neppure con l’evento in senso giuridico (cioè , la lesione del bene penalmente tutelato), cosicché esse possono essere aggravate o protratte anche dopo la consumazione del reato medesimo. In particolare, si è detto che l’utilizzazione dell’immobile costruito in violazione degli strumenti urbanistici vigenti non modifica il perfezionamento del reato già avvenuto e nulla aggiunge alla lesione del bene formalmente tutelato, che è quello del previo controllo pubblico sulle trasformazioni del territorio, ma sicuramente aggrava e prolunga la lesione dell’equilibrio urbanistico del territorio, che è il valore sostanziale al quale è finalizzato il controllo pubblico sulle trasformazioni del territorio. (v. così, tra le decisioni più significative Cass. 3a Sez. 23-2-1995 – Forti; Cass. 3a Sez. 15-1-1997 – Messina; Cass. 3a Sez. 15-2-2000 – Scritturale; Cass. 3a Sez. 12-6-2001 – D’Amora). In altre decisioni (v. così Cass. 3a Sez. 11-1-2002 – Luongo) si è specificato che la costruzione abusiva, anche dopo il suo completamento, può determinare conseguenze negative sul regolare assetto del territorio aggravando i cd. carichi urbanistici. In più recenti sentenze del citato orientamento prevalente (v. Cass. Sez. 3a 8-2-2002 – Gullotta; Cass. Sez. 3a 19-3-2002 – Volpe; Cass. Sez. 3a 4-10-2002 – Grilli) si sottolinea, peraltro, la necessità che il giudice configuri le conseguenze del reato, che la misura cautelare deve impedire, in termini di pericolosità attuale e concreta; in specie, occorre che il giudice manifesti una valutazione prognostica in concreto di detti effetti, senza ricorrere ad enunciazioni astratte o generiche attesa la illegittimità dell’«equazione tra pertinenzialità della cosa ed automatica emissione della misura cautelare reale».

L’orientamento contrario (soprattutto, Cass. 3-7-2001 – Minopoli) giustifica la mancata possibilità di emissione di sequestro preventivo a fronte di una costruzione ultimata, non ravvisando conseguenze ulteriori rispetto all’ipotesi criminosa perfezionatasi in tutti i suoi elementi costitutivi, la quale, di per sé, si palesa già idonea eventualmente a ledere il regolare assetto del territorio. Detta impostazione evidenzia anche il carattere formale (di pure condotta) dei reati edilizi, e l’attuale inammissibilità di un provvedimento ex art. 321 c.p.p. inteso ad evitare la perpetrazione di ulteriori reati, atteso che allo stato, per esempio, il riferimento all’art. 221 T.U. Leggi sanitarie (divieto di abitare gli edifici sprovvisti di certificato di abitabilità: fattispecie criminosa in precedenza ripetutamente menzionata dalla giurisprudenza) non è più praticabile, essendo stato l’illecito depenalizzato ai sensi dell’art. 70, lettera b), D.Lgs. n. 507/1999.

 

Queste Sezioni Unite sono dell’avviso che l’orientamento prevalente manifesti una corretta interpretazione letterale e logico-sistematica dell’istituto del sequestro preventivo, secondo le linee di esso «su» evidenziate in via generale ed applicate nella materia dei reati edilizi. Difatti, le conseguenze antigiuridiche che il sequestro preventivo tende ad evitare si configurano come diverse rispetto a quelle ordinarie della fattispecie criminosa già eventualmente realizzata in tutti i suoi elementi (cioè, in relazione sia alla condotta dei cd. reati formali e sia all’evento naturalistico che integra la consumazione dei reati materiali). Come è noto, i reati edilizi hanno natura permanente e la relativa consumazione perdura fino alla cessazione dell’attività abusiva, in genere sino al momento di completamento del manufatto; peraltro, pur cessata la permanenza, l’effetto lesivo del bene giuridico protetto perdura nel tempo, ma tale evenienza è comune chiaramente a tutti i reati, anche a quelli qualificati come istantanei, dai quali discendono pregiudizi spesso prolungati e più o meno irreparabili. Distinte, invece, nella previsione di cui all’art. 321 c.p.p., sono le specifiche conseguenze che possono determinarsi a causa del mancato impedimento della libera disponibilità della cosa pertinente al reato in capo all’autore di esso ovvero di terzi. Dette conseguenze diverse, necessariamente antigiuridiche, sono sicuramente ipotizzabili nel caso in cui il reato siasi consumato ed in particolare l’edificio sia stato portato a termine. In tal guisa, deve qualificarsi, in modo esemplificativo, come antigiuridica l’implicazione proveniente dalle perpetrazione dell’illecito amministrativo ex art. 221 T.U. Leggi sanitarie, non più inquadrato «nell’agevolazione di commissione di altri reati», ma certamente costituente una situazione illecita ulteriore prodotta dalla condotta (la libera utilizzazione della cosa) che il provvedimento cautelare è finalizzato ad inibire.

 

 

Sotto altro profilo, va detto la Corte di Cassazione ha più volte ribadito che l’interesse sostanzialmente tutelato nell’ambito dei reati edilizi è rappresentato dalla vigilanza e controllo del territorio mediante l’adeguato governo pubblico degli usi e delle trasformazioni dello stesso, bene questo esposto a pregiudizio da ogni condotta che produca alterazioni dell’ordinato ed equilibrato assetto e sviluppo territoriale in danno del benessere complessivo della collettività e della sua attività, il cui parametro di legalità è dato dalla disciplina degli strumenti urbanistici e dalla normativa vigente (v. così, in primo luogo, Cass. Sez. Unite 12-11-1993 – Borgia; e, poi, tra le altre: Cass. 4-4-1995 – Marano; Cass. 12-5-1995 – Di Pasquale). Al riguardo, le decisioni della Corte, nel giustificare l’adozione della misura coercitiva in questione, hanno fatto talora riferimento all’aggravamento del carico urbanistico sulle infrastrutture preesistenti che potrebbe essere provocato dal libero uso dell’immobile abusivo.

 

Il concetto di carico urbanistico appare meritevole di attento approfondimento. Questa nozione deriva dall’osservazione che ogni insediamento umano è costituito da un elemento cd. primario (abitazioni, uffici, opifici, negozi) e da uno secondario di servizio (opere pubbliche in genere, uffici pubblici, parchi, strade, fognature, elettrificazione, servizio idrico, condutture di erogazione del gas) che deve essere proporzionato all’insediamento primario ossia al numero degli abitanti insediati ed alle caratteristiche delle attività da costoro svolte. Quindi, il carico urbanistico è l’effetto che viene prodotto dall’insediamento primario come domanda di strutture ed opere collettive, in dipendenza del numero delle persone insediate su di un determinato territorio. Si tratta di un concetto, non definito dalla vigente legislazione, ma che è in concreto preso in considerazione in vari istituti dl diritto urbanistico: a) negli standards urbanistici di cui al D.M. 2-4-1968 n. 1444, che richiedono l’inclusione, nella formazione degli strumenti urbanistici, di dotazioni minime di spazi pubblici per abitante a seconda delle varie zone; b) nella sottoposizione a concessione e, quindi, a contributo sia di urbanizzazione che sul costo di produzione, delle superfici utili degli edifici, in quanto comportino la costituzione di nuovi vani capaci di produrre nuovo insediamento; c) nel parallelo esonero da contributo di quelle opere che non comportano nuovo insediamento, come le opere di urbanizzazione o le opere soggette ad autorizzazione; d) nell’esonero da ogni autorizzazione e perciò da ogni contributo per le opere interne (art. 26 L. n. 47/1985 e art. 4, comma 7, L. 493/1993) che non comportano la creazione di nuove superfici utili, ferma restando la destinazione dell’immobile; e) nell’esonero da sanzioni penali delle opere che non costituiscono nuovo o diverso carico urbanistico (art. 10 L. n. 47/1985 e art. 4 L. 493/1993).

 

Le conseguenze antigiuridiche, ulteriori rispetto alla consumazione del reato, attengono sostanzialmente al volontario aggravamento o protrarsi della offesa del bene protetto anche dopo la commissione della fattispecie penalmente illecita, ponendosi in stretta connessione con la stessa. D’altro canto, il collegamento di detti effetti pregiudizievoli con il procedimento di repressione del reato comporta necessariamente che l’accertamento irrevocabile di questo sia idoneo ad impedire definitivamente il verificarsi delle conseguenze antigiuridiche.

 

Nella materia di che trattasi, tale risultato viene conseguito con l’emanazione, per le opere abusive, dell’ordine di demolizione ex art. 7 L. 47/1985 (adottato dal giudice con la sentenza di condanna, salvo che le opere siano state altrimenti demolite).

 

Detto provvedimento è formalmente giurisdizionale ma qualificabile sostanzialmente come sanzione amministrativa; esso comunque, pur esulando dalla nozione di effetto penale, costituisce atto dovuto per l’Autorità giudiziaria, privo di contenuto discrezionale e conseguenziale alla sentenza di condanna (v. così Cass. S.U. 19-6-1996 – Monterisi; Cass. 19-12-1997 – Poli; Cass. 6-7-2000 – Callea; Cass. 12-1-2000 – Giusta).

 

Il pericolo, attinente alla libera disponibilità del bene, come già si è detto, deve presentare i caratteri della concretezza e dell’attualità. In tal senso si sono pronunciate espressamente queste Sezioni Unite (Cass. S.U. 14-12-1994 – Adelio), sottolineando che, ancorché manchi per le misure cautelari reali una previsione esplicita di concretezza come quella codificata per le misure sulla libertà personale alla lettera c) dell’art. 274 c.p.p., è nella fisiologia del sequestro preventivo di cui all’art. 321 c.p.p., quale misura anch’essa limitativa di libertà costituzionalmente garantite, che il pericolo debba essere contrassegnato dalla effettività e dalla concretezza.

 

Pertanto, spetta al giudice di merito con adeguata motivazione compiere una attenta valutazione del pericolo derivante dal libero uso della cosa pertinente all’illecito penale. In particolare, vanno approfonditi la reale compromissione degli interessi attinenti al territorio ed ogni altro dato utile a stabilire in che misura il godimento e la disponibilità attuale della cosa da parte dell’indagato o di terzi possa implicare una effettiva ulteriore lesione del bene giuridico protetto, ovvero se l’attuale disponibilità del manufatto costituisca un elemento neutro sotto il profilo della offensività. In altri termini, il giudice deve determinare, in concreto, il livello di pericolosità che la utilizzazione della cosa appare in grado di raggiungere in ordine all’oggetto della tutela penale, in correlazione al potere processuale di intervenire con la misura preventiva cautelare. Per esempio, nel caso di ipotizzato aggravamento del cd. carico urbanistico, va delibata in fatto tale evenienza sotto il profilo della consistenza reale ed intensità del pregiudizio paventato, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione del provvedimento coercitivo.

 

Nell’ambito di siffatto accertamento, possono venire in rilievo gli interventi di competenza della Pubblica Amministrazione in relazione alla sanatoria di costruzioni edificate senza concessione urbanistica ma conformi agli strumenti urbanistici (v. artt. 22-13-11 L. n. 47/1985). Il che potrebbe comportare il venir meno del «periculum in mora» (ed anche dell’ipotesi di reato prospettata), richiesti per la emissione della misura preventiva (v. in tema di incidenza della concessione edilizia in sanatoria sul decreto di sequestro: Cass. 22.6.1993 – Cipriano; Cass. 12.5.1995 – Di Pasquale)».

 

Nella giurisprudenza successiva:

 

—   «In materia edilizia, in caso di immobile abusivamente costruito che risulti ultimato, è ipotizzabile la sussistenza delle esigenze cautelari richieste dalla legge per disporre il sequestro preventivo, atteso che le conseguenze che tale misura tende ad evitare sono ulteriori rispetto alla fattispecie tipica realizzata, dal momento che l’esistenza di una costruzione abusiva può gravare il c.d. carico urbanistico e quindi protrarre le conseguenze del reato» (Cass., sez. III, 13 giugno 2007, in Riv. giur. edilizia, 2007, I, 1725).

 

—   «In materia edilizia è legittimo disporre il sequestro preventivo di un immobile abusivamente costruito la cui edificazione risulti già ultimata, purché le conseguenze ulteriori rispetto alla consumazione del reato abbiano carattere antigiuridico e possano essere impedite per effetto dell’accertamento del reato e purché il pericolo presenti il requisito della concretezza» (Cass. pen., sez. III, 5 novembre 2008, n. 43807, Pollone, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 1520).

 

—   «In tema di reati edilizi, è legittimo il sequestro preventivo di un manufatto abusivo già ultimato allorquando, pur cessata la permanenza, le conseguenze lesive della condotta sul bene protetto possano perdurare nel tempo, sempre che il pericolo degli effetti pregiudizievoli del reato presenti il requisito della concretezza, della cui sussistenza in punto di fatto il giudice di merito deve fornire adeguata giustificazione» (Cass.: sez. VI, 4 febbraio 2008, Bianchi; sez. III 12 dicembre 2007, Giuliano).

 

—   «In tema di reati edilizi o urbanistici, il sequestro preventivo di cosa pertinente al reato è consentito anche in caso di ipotesi criminosa già perfezionatasi, purché il pericolo della libera disponibilità della cosa stessa presenti i requisiti della concretezza e della attualità e le conseguenze del reato, ulteriori rispetto alla sua consumazione, abbiano connotato di antigiuridicità, consistano nel volontario aggravarsi o protrarsi della offesa al bene protetto che sia in rapporto di stretta connessione con la condotta penalmente illecita e possano essere definitivamente rimosse con l’accertamento irrevocabile del reato.

La valutazione che, al fine di disporre il sequestro preventivo di un manufatto abusivo, il giudice di merito ha il dovere di compiere in ordine al pericolo che la libera disponibilità della cosa pertinente al reato possa agevolare la commissione di altri reati, va diretta in particolare, ad accertare se esista un reale pregiudizio degli interessi attinenti al territorio o una ulteriore lesione del bene giuridico protetto, ovvero se la persistente disponibilità del bene costituisca un elemento neutro sotto il profilo della offensività» (Cass. pen., sez. III, 16 ottobre 2008, n. 42738, Fusco, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 1523).

 

—   «L’avvenuta ultimazione di un immobile abusivo non esclude che esso possa essere legittimamente sottoposto a sequestro preventivo ai sensi dell’art. 321 c.p.p. considerando, per un verso, che questo, nel prevedere che la cosa pertinente al reato possa essere sequestrata quando la sua disponibilità possa «aggravare o protrarre le conseguenze» del medesimo, esprime la volontà che vengano impediti effetti che vanno oltre la struttura tipica del reato, e cioè oltre la condanna (nei reati formali) ed oltre l’evento naturalistico (nei reati materiali); per altro verso che, tenendo presente l’oggetto della normativa penale in materia urbanistica, costituito dalla tutela sostanziale dell’assetto territoriale, questo viene ad essere necessariamente turbato non solo dalla realizzazione, ma anche dall’uso della costruzione abusiva, siccome implicante nuova domanda di servizi e di infrastrutture destinate ad aggravare il carico urbanistico» (Cass., sez. III, 13 marzo 2002, Franco, in Arch. nuova proc. pen., 2002, 421).

 

—   «In tema di sequestro preventivo del manufatto realizzato in assenza o totale difformità dal permesso di costruire tra le specifiche conseguenze antigiuridiche che possono determinarsi a causa del mancato impedimento alla libera disponibilità del manufatto abusivo può farsi rientrare la realizzazione dell’illecito amministrativo previsto dall’art. 221 R.D. 27 luglio 1934, n. 1265 (testo unico delle leggi sanitarie), divieto di abitazione di edifici sforniti di certificato di agibilità, atteso che anche in questo caso si determina una ulteriore situazione illecita prodotta dalla condotta originaria» (Cass., sez. III: 22 ottobre 2010, n. 3885; 7 ottobre 2004, D’Amore).

 

—   «In materia di reati edilizi l’utilizzo quale abitazione da parte dell’autore dell’illecito di un corpo di fabbrica abusivamente realizzato, che non comporti in concreto, per le dimensioni dell’immobile, le sue caratteristiche e per la destinazione ad abitazione familiare, un apprezzabile aggravamento del carico urbanistico, non giustifica la conservazione della misura cautelare reale per la mancanza del certificato di abitabilità, sulla base della sola violazione alla disposizione di cui all’art. 221 t.u.l.s., in quanto il sequestro preventivo è funzionale al processo di merito e non può essere utilizzato per anticipare le sanzioni amministrative accessorie della demolizione o della acquisizione alla p.a. della porzione di manufatto» (Cass. sez. III, 4 maggio 2004, Sardi).

 

—   «In tema di sequestro preventivo, la esigenza cautelare richiesta dalla legge per disporre il provvedimento è ipotizzabile anche dopo la consumazione del reato, in quanto le «conseguenze» che il legislatore ha inteso neutralizzare attraverso questa misura attengono anche agli effetti ulteriori ed immediati della fattispecie penale, tra i quali si pongono anche l’uso e il godimento del bene, che costituisce il prodotto del reato già consumato; ne consegue che l’utilizzazione di un fondo al quale è stata impressa una destinazione incompatibile con le locali previsioni urbanistiche protrae ed aggrava la lesione dell’equilibrio urbanistico del territorio, giustificando pienamente l’adozione del sequestro preventivo (in applicazione di tale principio la Corte ha rigettato il ricorso proposto avverso l’ordinanza confermativa di sequestro preventivo avente ad oggetto un fondo destinato all’uso commerciale di deposito di autovetture incompatibile con la destinazione agricola prevista dagli strumenti urbanitici» (Cass., sez; I, 14 marzo 2002, Rinaldi).

 

—   «La circostanza secondo cui il territorio è già urbanizzato non è idonea a legittimare interventi edilizi non rispettosi di interessi sottesi a vincoli imposti nella zona, in quanto il nuovo edificato contribuisce, comunque, ad aggravare, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, il danno arrecato dalle costruzioni non rispettose di tali finalità, rafforzando, pertanto, la necessità di provvedere alla tutela dei luoghi» (C. Stato, sez. VI, 1 luglio 2009, n. 4238).

 

—   «In tema di reati edilizi, ove vengano realizzate più opere, di cui una principale e le altre accessorie, il c.d. carico urbanistico da prendere in considerazione ai fini della consumazione dell’illecito va riferito all’entità abusiva unitariamente considerata e non ai singoli interventi individualmente valutati (fattispecie in tema di sequestro preventivo di una veranda abusiva e di altre opere funzionali alla medesima)» (Cass., sez. III, 2 aprile 2008, Del Fiacco).

 

—   «In tema di violazioni edilizie, ai fini della legittimità del provvedimento di sequestro preventivo, la sola esistenza di una struttura abusiva, realizzata senza autorizzazione e in zona sottoposta a vincolo paesaggistico integra il requisito dell’attualità del pericolo, indipendentemente dall’essere l’edificazione criminosa ultimata o meno, posto che l’offesa al territorio e gli effetti lesivi all’equilibrio urbanistico perdurano e sono anzi aggravati dall’utilizzazione della costruzione ultimata» (Cass.: sez. III, 21 ottobre 2008, n. 42539, Sessa, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 1527; sez. II, 14 maggio 2008, Cristallo).

 

—   «È legittimo il sequestro preventivo di una strada abusiva già ultimata — e quindi allorquando il relativo reato sia già perfezionato e consumato — in una zona di pregio paesaggistico (nella specie, isola d’Ischia), qualora determini una indebita intensificazione della fruizione del territorio, soggetto a speciale protezione dell’autorità, comportando una lesione attuale e persistente dell’equilibrio urbanistico dello stesso, e cioè del bene giuridico identificato con l’ordinato e razionale assetto distributivo del territorio» (Cass., sez. III, 22 gennaio 2003, Sferratore, in Arch. circolaz., 2003, 708).

 

—   «La natura permanente del reato previsto dall’art. 44, 1° comma, lett. c), D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, legittima il sequestro preventivo delle opere edilizie eseguite in zona sottoposta a vincolo anche nel caso di utlimazione dei lavori, in quanto l’esecuzione di interventi edilizi in zona vincolata ne protrae nel tempo e ne aggrava le conseguenze, determinando e radicando il danno all’ambiente ed al quadro paesaggistico che il vincolo ambientale mira a salvaguardare» (Cass., sez. III 19 maggio 2009, n. 30932, Tortora; 10 dicembre 2002, Caccaro, in Riv. pen., 2003, 394).

 

—   «Il sequestro preventivo di un bene demaniale, illecitamente occupato da privati mediante la realizzazione di manufatti abusivi, è ammissibile anche per il caso che detti manufatti siano ultimati, in quanto mirato ad impedire il protrarsi dell’occupazione e delle attività alla stessa connesse, e si riferisce propriamente alle opere che sottraggono lo spazio demaniale alla collettività e ne consentono l’uso per finalità diverse da quelle cui è destinato (fattispecie relativa alla realizzazione abusiva su suolo demaniale di una strada di rilevanti dimensioni, e di tettoie per il parcheggio delle auto, al fine di favorire l’accesso dei clienti a stabilimenti balneari installati su concessione)» (Cass., sez. III, 19 febbraio 2003, Barlotti).

 

 

Utilizzazione dell’immobile sequestrato a ordine di sgombero

 

—   «In tema di reati edilizi, ai fini dell’adozione del provvedimento di sequestro preventivo di un immobile già ultimato ed occupato, l’esigenza cautelare di evitare l’aggravamento del carico urbanistico è incompatibile con l’autorizzazione all’uso dell’immobile stesso». (Cass. pen., sez. III: 15 marzo 2010, n. 10230, Nigro; 4 dicembre 2008, n. 825, Violante).

 

—   «In tema di abuso edilizio e di sequestro preventivo finalizzato ad evitare l’aggravamento del carico urbanistico, non può essere successivamente autorizzata l’utilizzazione del bene, che finirebbe con il neutralizzare l’esigenza posta a base del sequestro» (Cass. sez. III, 5 maggio 2010, n. 29617, in Riv. giur. edilizia, 2010, I, 1709).

 

—   In materia edilizia, il provvedimento di sgombero di un immobile oggetto di sequestro preventivo adottato dal p.m., non avendo natura giurisdizionale, non è soggetto alla richiesta di riesame ex art. 322 c.p.p. ne è ricorribile per cassazione, ma è impugnabile unicamente davanti al giudice dell’esecuzione, organo dinanzi al quale dovranno essere dedotti gli eventuali vizi di illegittimità o di abnormità del provvedimento (in motivazione la Corte ha ulteriormente precisato che in questo caso il giudice dell’esecuzione competente coincide con il giudice che ha adottato il provvedimento di sequestro)» (Cass., sez. III: 3 dicembre 2009, n. 3924/10, Giannicola; 16 novembre 2007, Stravati).

 

—   In materia edilizia, è inammissibile il ricorso per cassazione avverso il provvedimento con cui, in esecuzione di un decreto di sequestro preventivo di un immobile abusivamente realizzato, il p.m. ne ordini lo sgombero da persone o cose, in quanto tale provvedimento non può dirsi affetto da abnormità atteso che rientra nei poteri che la legge processuale (art. 655 c.p.p.) attribuisce al p.m. per l’esecuzione dei provvedimenti giurisdizionali» (Cass., sez. III: 15 aprile 2009, n. 24662, in Riv. giur. edilizia, 2009, I, 2006; 16 novembre 2007, Stravati, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 679).

 

—   «L’ordine con cui il p.m. dispone lo sgombero di un immobile abusivo, in attuazione del decreto di sequestro preventivo emesso dal gip, è censurabile in sede esecutiva solo per l’inesistenza del titolo e per l’indispensabilità dello sgombero quale modalità esecutiva del sequestro (nella specie, i ricorrenti sostenevano che lo sgombero violasse i diritti fondamentali dell’uomo tutelati dalla Cedu e dalla Costituzione, incidendo negativamente su soggetti incolpevoli quali i minori; la Corte, nel dichiarare inammissibile il ricorso, ha precisato che detti motivi tendevano a sollevare «generiche problematiche logistiche» (Cass., sez. III, 3 dicembre 2009, n. 3915, Morganti).

 

—   «Il provvedimento con cui il p.m. nell’esercizio del potere di fissazione delle modalità esecutive del sequestro, rigetta la richiesta di immissione nella disponibilità di un immobile oggetto di sequestro preventivo, è impugnabile con la procedura dell’incidente di esecuzione e non già con lo strumento dell’opposizione di cui all’art. 263, 5° comma c.p.p., riservato al solo sequestro probatorio» (Cass. ord., sez. III, 24 aprile 2008, Calia).

 

 

Il sequestro penale e la violazione dei sigilli

 

Nel caso di prosecuzione dell’attività edilizia riguardante una costruzione sottoposta a sequestro con apposizione di sigilli si configura il reato di cui all’art. 349 cod. pen. (Violazione di sigilli).

 

I sigilli possono essere apposti in modo anche simbolico e possono pure consistere in semplici cartelli dai quali risulti il divieto di mutare la identità attuale del bene sequestrato.

 

In giurisprudenza:

 

—   «L’inefficacia o l’illegittimità del provvedimento di sequestro o di apposizione di sigilli non esclude il delitto di cui all’art. 349 c.p., considerato che la norma richiede soltanto che l’apposizione dei sigilli derivi da una disposizione di legge o da un ordine dell’autorità; una volta che il vincolo sia apposto, a tutela della identità e della conservazione della cosa, esso non può essere violato dal privato sino a che non venga formalmente rimosso dall’autorità competente» (Cass., sez. III: 6 novembre 2003, Stellitano; 19 febbraio 2001, Minieri, in Riv. pen., 2001, 843; 19 ottobre 1999, Giunta; 2 giugno 1998, Capolongo).

 

—   «In tema di violazione dei sigilli è sufficiente e necessario che i sigilli siano stati apposti per disposizione di legge o per ordine di un’autorità competente, amministrativa o giudiziaria, indipendentemente dalla legittimità o dall’efficacia del provvedimento e non ha perciò alcun rilievo il fatto che il sequestro non sia stato poi convalidato dall’autorità giudiziaria» (Cass., sez. III, 10 aprile 1996, Pinto).

 

—   «Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 349 c.p. si richiede soltanto che i sigilli siano apposti, per disposizione di legge o per ordine dall’autorità, al fine di assicurare la conservazione o l’identità di una cosa mobile o immobile per fini pubblici; il controllo sull’operatività del vincolo derivante dall’apposizione dei sigilli resta, pertanto, limitato all’identificazione dell’autorità che li ha apposti al solo fine di verificare l’esistenza del relativo potere e, inoltre, all’accertamento dell’esistenza della legge ovvero del provvedimento autoritativo, anche se atipico, che impongono o consentono tale apposizione. Non occorre, invece, che il provvedimento sia immune da vizi di legittimità, giacché questi, ove sussistenti, devono essere denunciati e fatti valere nei modi di legge, ai fini della revoca della misura, ma non giustificano l’autotutela attuata dall’interessato mediante rimozione dei sigilli o altra condotta idonea ad eludere il citato vincolo di immodificabilità della cosa, istituito per finalità pubbliche» (Cass., sez. VI, 26 giugno 1992, in Mass. Cass. pen., 1993, fasc. 2, 33).

 

—   «L’omessa convalida del sequestro è irrilevante ai fini della configurabilità del reato contemplato dall’art. 349 c.p., giacché l’interesse protetto dalla norma consiste nel rispetto dei segni esteriori del comando dell’autorità a nulla rilevando la legittimità del sequestro» (Cass., sez. III, 5 luglio 1994, Di Lorenzo, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 11, 97).

 

—   «I sigilli possono essere apposti anche dagli ufficiali di p.g., quando procedono ad autonomo sequestro; infatti l’art. 349 c.p. (violazione di sigilli) quando menziona l’“autorità” non si riferisce soltanto a quella giudiziaria o amministrativa, ma anche a quella che sia diretta promanazione o espressione della predetta» (Cass. [ord.], sez. III, 14 maggio 1996, Fiore).

 

—   «Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 349 c.p., (violazione dei sigilli) vanno qualificati quali sigilli anche i cartelli apposti sul luogo con la indicazione del provvedimento di sequestro, atteso che ciò che rileva è la funzione strumentale di identificare esattamente il bene e la intimazione a chiunque di astenersi da qualsiasi atto che possa attentare alla indisponibilità della cosa» (Cass., sez. III, 24 gennaio 2006, Ornano).

 

—   «Per la configurabilità del reato di violazione di sigilli di cui all’art. 349 c.p. non occorre che il provvedimento di sequestro sia stato preventivamente notificato né occorre la rottura o la rimozione di sigilli, che potrebbero anche non essere stati apposti dal momento che oggetto specifico della tutela penale è l’interesse pubblico a garantire il rispetto dovuto al particolare stato di custodia imposto per disposizione di legge o per ordine dell’autorità al fine di assicurarne la conservazione, l’identità e la consistenza oggettiva; è necessario, comunque, un qualche segno esteriore attraverso il quale sia resa manifesta la volontà dello Stato volta a garantire la cosa sequestrata contro ogni atto di disposizione o manomissione da parte di persona non autorizzata (fattispecie di applicazione di un cartello indicante “cantiere in sequestro”» (Cass., sez. VI, 20 gennaio 1994, Mazzaglia, in Mass. Cass. pen., 1994, fasc. 10, 11).

 

—   «In assenza di una specifica definizione legislativa, il sigillo può essere costituito da qualsiasi segno esteriore e percettibile (bollo, timbro in ceralacca, strisce di carta, cartelli, fili di ferro e così via) che in modo anche simbolico, e quindi senza necessità di rendere inaccessibile o di racchiudere in congegni materiali la res serbanda, valga a manifestare la volontà pubblica di intangibilità di una determinata cosa mobile o immobile al fine di assicurarne la conservazione, l’identità e la consistenza oggettiva; ne consegue che il delitto di violazione di sigilli sussiste e si perfeziona non solo nel caso di rottura o di rimozione dei sigilli propriamente detti, ma anche quando si infrange il divieto che i sigilli simboleggiano e cioè con qualsiasi condotta che sia idonea a rendere frustranea l’assicurazione della cosa e ad escludere il vincolo di immodificabilità che su di essa è imposto (nella specie si è ritenuto che rientri nella condotta sopra descritta il caso del proprietario custode di una costruzione abusiva che, reso edotto del divieto di immutare lo stato dell’opera, impartitogli per iscritto pedissequamente al decreto di sequestro ed evidenziato dall’esposizione di cartelli, prosegua egualmente nei lavori abusivi)» (Cass., 8 ottobre 1990, in Mass. Cass. pen., 1991, fasc., 2, 96).

 

—   «Il reato di violazione di sigilli è configurabile anche nel caso in cui i sigilli siano apposti solo su una parte della res sequestrata, in quanto l’apposizione dei medesimi è operata a tutela del vincolo che riguarda l‘integrità e l’immodificabilità dell’intera res in sequestro ed investe qualsiasi attività che si svolga in sostanziale contrasto con il vincolo medesimo» (Cass., sez. III, 29 maggio 2008, Sottile).

 

—   «Per la configurazione del reato di violazione di sigilli apposti per disposizione della autorità — reato che ha diversa oggettività giuridica rispetto a quella del furto aggravato dalla violenza sulle cose — non è necessaria una condotta violenta, essendo sufficiente qualsiasi azione diretta ad eludere il divieto che i sigilli simboleggiano» (Cass., sez. V, 10 agosto 2000, n. 9022, Ravotti).

 

—   «Per la sussistenza del reato di cui all’art. 349 c.p., il vincolo di immodificabilità della cosa può essere frustrato da qualsiasi attività che, anche in assenza di materiale effrazione, violi la funzione strumentale e funzionale del sigillo che è quella di identificare esattamente il bene e di intimare a chiunque di astenersi da qualsiasi atto che possa, comunque, alterare l’indisponibilità della cosa (fattispecie in tema di prosecuzione di lavori su manufatto abusivo sottoposto a sequestro)» (Cass., sez. III: 8 ottobre 2001, n. 36210, Arcieri; 29 febbraio 2000, n. 2508, Marasca e altro).

 

—   «Nel delitto di violazione dei sigilli, oggetto della tutela penale non è la «cosa», assicurata dai sigilli stessi, bensì il mezzo giuridico che ne garantisce l’assoluta intangibilità; ciò perché la ratio della norma incriminatrice risiede nella necessità di presidiare con una sanzione penale il mancato rispetto dello stato di custodia, nel quale vengano a trovarsi determinate cose, mobili od immobili, per effetto della manifestazione di volontà della p.a. caratterizzata dall’apposizione dei sigilli; quindi, la finalità di assicurare la conservazionedella cosa sigillata, alla quale fa riferimento l’art. 349 c.p., viene frustrata anche mediante il semplice uso di essa, poiché il concetto di “conservazione” comprende non solo la categoria dell’indisponibilità, ma anche quella dell’interdizione dell’uso» (Cass., sez. VI, 28 aprile 1993, in Mass. Cass. pen., 1993, fasc. 11, 92).

 

—   «Il reato di violazione di sigilli ha natura istantanea e si perfeziona per il solo fatto dela rimozione, rottura, apertura, distruzione dei sigilli, ovvero con la realizzazione di qualsiasi comportamento idoneo a frustrare l’assicurazione della cosa mediante i sigilli pur lasciando intatti i medesimi; il momento di perfezionamento del reato può essere desunto anche da indizi gravi, precisi e concordanti e da nozioni di comune esperienza: quindi si può ritenere, in virtù di considerazioni logiche (l’inosservanza dei doveri imposti avviene a distanza di qualche tempo), di fatti notori (sospensione dell’attività edilizia durante il periodo natalizio), di massime di esperienza (l’accertamento viene effettuato tempestivamente a seguito, per lo più, di denuncia anonima) che il momento consumativo del delitto coincida con quello dell’accertamento, salva l’esistenza di ipotesi anomale e particolari da provare rigorosamente, le quali intaccano la detta presunzione rendendo almeno dubbia l’epoca di commissione dei fatti» (Cass., sez. II, 2 febbraio 2005, Savarese).

 

—   «Il momento consumativo del reato di violazione di sigilli può essere desunto non soltanto facendo ricorso ad elementi indiziari, ma anche a considerazioni logiche, fatti notori e massime di esperienza, in particolare potendosi presumere che tale momento coincida con quello dell’accertamento, salva l’esistenza di ipotesi anomale e particolari, oggetto di prova rigorosa, idonee ad intaccare tale presunzione e che rendano almeno dubbia l’epoca di commissione del fatto» (Cass., sez. III, 16 novembre 2007, Livoti).

 

—   «Il reato di violazione di sigilli ha natura istantanea e si perfeziona sia con la materiale violazione dei sigilli, sia con ogni condotta idonea a frustrare il vincolo di immodificabilità imposto sul bene per disposizione di legge o per ordine dell’autorità; di conseguenza, compiuta la prima infrazione, il reato si reitera ogni qualvolta si realizza una condotta contraria al precetto, in ulteriore violazione del persistente vincolo sulla res» (Cass., sez. III, 7 luglio 2004, Priolo; 17 aprile 2002, Massa).

 

—   «Per la configurabilità dell’aggravante di cui al capoverso dell’art. 349 c.p. è sufficiente che il violatore dei sigilli sia colui che abbia in custodia la res, che cioè sia stato nominato custode, anche se eventualmente la nomina risulti illegittima, giacché la norma tutela il vincolo, previsto per legge, di immodificabilità della cosa per finalità pubbliche, mentre gli eventuali vizi non consentono la cd. autotutela, ma devono essere fatti valere nei modi di legge» (Cass., sez. III: 2 giugno 1998, Capolongo e 22 settembre 1995, Mauro).

 

—   «In tema di violazione di sigilli, ai fini della sussistenza dell’ipotesi aggravata dalla qualità di custode di cui all’art. 349, 2° comma, c.p., non è necessario che il provvedimento di nomina sia accettato, trattandosi di un munus publicum obbligatorio, che non può essere rifiutato (art. 366, 2° comma, c.p.), tanto che l’illiceità del rifiuto comporta simmetricamente la non necessarietà dell’accettazione; il tutto secondo quanto risulta dall’art. 81 norme att. c.p.p. per il quale l’inosservanza delle formalità di dichiarazione di assumere gli obblighi di legge e di sottoscrizione del verbale da parte del custode non esime lo stesso dall’adempimento dei suoi doveri e dalla relativa responsabilità disciplinare e penale; ne consegue che il soggetto nominato custode rimane investito della relativa funzione per il solo fatto della nomina portata debitamente a sua conoscenza» (Cass., sez. III, 23 aprile 2008, Migliaccio).

 

—   «In tema di violazione di sigilli, la sussistenza dell’ipotesi aggravata di cui al 2° comma dell’art. 349 c.p., non è esclusa dalla mancata sottoscrizione, da parte del soggetto agente, dei verbali di sequestro e di nomina a custode, comunque operante a prescindere dall’accettazione di essa (nella specie, relativa a violazione di sigilli relativi a sequestro di immobile, è stata ritenuta sufficiente la contezza del vincolo apposto al manufatto nonché della nomina a custode derivante dalla consegna dei verbali)» (Cass., sez. III, 19 settembre 2007, De Cato).

 

—   «In tema di violazione dei sigilli, il soggetto nominato custode giudiziario è obbligato ad esercitare sulla cosa sottoposta a sequestro una custodia continua ed attenta e nel caso di mancato impedimento dell’evento può essere giustificato solo fornendo la prova che l’omessa vigilanza è stata dovuta a caso fortuito o forza maggiore, e non già adducendo di aver affidato i propri compiti di custodia ad altra persona (nel caso di specie, al coniuge)» (Cass., sez. III, 9 aprile 2004, Collettini).

 

—   «Qualora venga riscontrata la violazione dei sigilli, di essa risponde, da solo o in concorso con altri, il custode giudiziario della cosa sottoposta a sequestro, il quale aveva il dovere giuridico di impedire che il fatto si verificasse; in tal caso si verte in ipotesi di responsabilità personale diretta, non oggettiva, ed incombe sul custode l’onere della prova degli eventuali caso fortuito o forza maggiore, quali cause impeditive dell’esercizio del dovere di vigilanza e custodia» (Cass., sez. III, 28 gennaio 2000, Capogna).

 

—   «In tema di violazione di sigilli (art. 349, 2° comma, c.p.), il custode è obbligato ad esercitare sulla cosa sottoposta a sequestro, e sulla integrità dei relativi sigilli, una custodia continua ed attenta; egli non può sottrarsi a tale obbligo se non adducendo oggettive ragioni di impedimento e, quindi, chiedendo ed ottenendo di essere sostituito, ovvero, qualora non abbia avuto il tempo e la possibilità di farlo, fornendo la prova del caso fortuito o della forza maggiore che gli abbiano impedito di esercitare la dovuta vigilanza; ne consegue che, qualora venga riscontrata la violazione di sigilli, senza che il custode abbia provveduto ad avvertire dell’accaduto l’autorità, è lecito ritenere che detta violazione sia opera dello stesso custode, da solo o in concorso con altri, tranne che lo stesso non dimostri di non essere stato in grado di avere conoscenza del fatto che per caso fortuito o per forza maggiore; ciò non configura alcuna ipotesi di responsabilità oggettiva, estranea alla fattispecie, ma un onere della prova che incombe sul custode» (Cass., sez. III, 7 maggio 2009, n. 19075, Santoro).

 

—   «Risponde del reato di violazione di sigilli, in concorso con terzi, il custode del bene in sequestro che non abbia adeguatamente vigilato sull’integrità dei sigilli apposti, a nulla rilevando il fatto che risiedesse in luogo diverso da quello ove era sito il bene in sequestro, non potendo valere detta circostanza come forza maggiore impeditrice dell’esercizio del dovere di vigilanza» (Cass., sez. III, 22 settembre 2010, n. 35956).

 

—   «Nell’ipotesi di concorso di persone nel delitto di violazione dei sigilli, la qualità di custode che, ai sensi del 2° comma dell’art. 349 c.p., aggrava il reato, si comunica ai concorrenti, con il solo temperamento, introdotto dall’art. 1 L. n. 19 del 1990 (che ha modificato l’art. 59 stesso codice), della necessità che essi ne abbiano conoscenza, o la ignorino colpevolmente, o la ritengano inesistente per errore derivante da colpa (la Cassazione ha evidenziato che le circostanze inerenti alle qualità personali del colpevole non rientrano tra quelle delle quali l’art. 118 c.p. esclude la comunicabilità ai correi)» (Cass., sez. III: 8 marzo 2013, n. 11402; 20 maggio 2010, n. 35550, Coppola).

 

—   «In tema di violazione di sigilli, una volta che il vincolo sia apposto, a tutela dell’identità e della conservazione della cosa, esso non può essere violato dal privato (proprietario, custode o terzo) sino a che non venga formalmente rimosso dall’autorità competente (nella specie, relativa a rigetto da ricorso, l’imputato lamentava erronea applicazione della legge penale, sostenendo che non sussisteva il delitto di violazione dei sigilli dal momento che gli stessi [ovverosia il sequestro penale relativo all’immobile adibito abusivamente ad albergo] erano divenuti inefficaci per effetto della depenalizzazione della contravvenzione in relazione alla quale erano stati apposti» (Cass., sez. III, 19 marzo 1997, Russo).

 

—   «In tema di violazione di sigilli, il dissequestro, determinando la cessazione del vincolo cautelare, priva i sigilli di rilevanza giuridica ed impedisce la configurabilità stessa del reato ove il privato li rimuova senza attendere l’intervento degli organi esecutivi all’uopo delegati» (Cass., sez. VI, 21 marzo 1994, in Giur. it., 1994, II, 786).

 

—   «Per la sussistenza del delitto di cui all’art. 349 c.p. non è necessario che il responsabile venga colto sul fatto oppure che i lavori siano in corso al momento dell’accertamento oppure venga utilizzata la cosa oggetto di sequestro, ma è sufficiente che esistano indizi gravi, precisi e concordanti perché il fatto della violazione dei sigilli possa essere riferibile all’imputato e, una volta individuato il responsabile, salva la dimostrazione di particolari ipotesi di caso fortuito o forza maggiore, ovvero di una colpevole vigilanza» (Cass., sez. III, 15 maggio 1996, Branca).

 

—   «In tema di violazione di sigilli, di cui all’art. 349 c.p., dalla mancata specificazione del divieto di proseguire le opere non può derivare di per sé la configurabilità della buona fede, poiché è dato di comune esperienza anche per i cittadini privi di cultura, che gli ordini dell’autorità vanno osservati, o che, quanto meno, prima di aggirarne il contenuto, il singolo sia tenuto ad espletare ogni opportuno accertamento per stabilirne caratteri e limiti» (Cass., sez. III, 10 ottobre 1995, Polizzi).

 

—   «In tema di violazione dei sigilli, l’elemento psicologico del reato è configurabile anche nella forma del dolo eventuale, non rilevando l’eventuale buonafede dell’agente cui incombe l’obbligo, nei casi dubbi, di interpellare il proprio difensore ovvero la stessa autorità procedente (fattispecie nella quale è stato ritenuto sussistente l’elemento psicologico del reato in esame, sub specie di dolo eventuale, per l’installazione di un prefabbricato su un’area oggetto di sequestro, in relazione alla quale era in precedenza intervenuto un provvedimento di dissequestro parziale riguardante i soli muri di recinzione)» (Cass., sez. III, 7 marzo 2008, Vissicchio).

 

—   «Il reato di violazione di sigilli è configurabile allorché si eseguono nella stessa area occupata dalla costruzione abusiva opere distinte, ma ad essa inequivocabilmente collegate, mirando l’apposizione dei sigilli ad impedire la prosecuzione dei lavori e l’ultimazione dell’opera, così che assume rilievo penale anche la condotta che, pur non determinando la distruzione effettiva dei sigilli, eluda il vincolo di immodificabilità imposto» (Cass. pen., sez. fer., 26 agosto 2008, n. 39050, Cocilova).

 

—   «Dinanzi alla reiterazione di comportamenti illeciti consistenti nella violazione dei sigilli apposti ad un manufatto sequestrato, è legittimo applicare la misura del divieto di risiedere nella località in cui ha sede il fabbricato abusivo» (Cass., sez. III, 17 gennaio 2008, Milani, in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 678).

 

—   «È illegittima la subordinazione della sospensione condizionale della pena alla demolizione del manufatto abusivo nel caso di condanna per il reato di violazione di sigilli» (Cass., sez. III, 20 maggio 2010, n. 27698, Bianco).

 

—   «Il comune è legittimato a costituirsi parte civile nel processo per il reato di violazione di sigilli apposti ad un cantiere in cui erano in corso di svolgimento interventi edilizi abusivi, in quanto, attesa la natura plurioffensiva di tale delitto, ne consegue un danno al territorio comunale cagionato dalla prosecuzione dei lavori» (Cass., sez. III, 22 aprile 2010, n. 34583, Vanacore).

 

L’agevolazione colposa della violazione di sigilli — già prevista come reato dall’art. 350 cod. pen. — costituisce fattispecie depenalizzata dall’art. 39 del D.Lgs. 30-12-1999, n. 507 ed è attualmente punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 155 a 930 euro. Essa ricomprende tutte le ipotesi in cui la condotta del custode non è dolosamente diretta a porre in essere la violazione dei sigilli, bensì questa è resa possibile dalla negligenza e trascuratezza dello stesso custode.

 

Qualora non vi sia stata apposizione (neppure simbolica) di sigilli, riteniamo che la prosecuzione dei lavori edilizi relativi a manufatti sequestrati integri il reato di cui all’art. 334 cod. pen., ove «per sottrazione» deve intendersi qualsiasi fatto idoneo ad eludere il vincolo imposto sul bene attraverso il sequestro.

 

Discorde è la giurisprudenza della Suprema Corte quanto alla possibilità di ravvisare il concorso materiale tra il reato di cui all’art. 349 e quello di cui all’art. 334 cod. pen.:

 

—  in senso affermativo, vedi Cass.: 5 febbraio 1998, n. 1534; 29 novembre 1983, D’Andreo; 4 novembre 1981, n. 9866;

—  nel senso (prevalente) della inconfigurabilità del concorso materiale, vedi Cass.: 25 giugno 1999, Casiglia; 18 aprile 1994, Urzo; 3 novembre 1992, n. 10611; 8 marzo 1991, n. 3009.

 

Secondo quest’ultimo orientamento: «Fermo restando che un soggetto, il quale prosegua lavori bloccati mediante sequestro, incorre nel reato di violazione dei sigilli, alla sola condizione che sul manufatto esista qualche simbolo atto a rendere noto a terzi che trattasi di manufatto sequestrato e quindi insuscettibile di qualsiasi modifica, non appare possibile ravvisare anche il delitto di cui all’art. 334 c.p., perché quest’ultima norma punisce la condotta di chi sottrae, sopprime, distrugge, disperde o deteriora una cosa sottoposta a pignoramento o sequestro, mentre l’azione compiuta da chi prosegue lavori edilizi in un cantiere sequestrato non sottrae alcunché, non sopprime la cosa sequestrata, non la distrugge né la disperde, né la deteriora, ma al contrario la migliora completandola; il che è il contrario esatto di quanto previsto dall’art. 334 cit., norma tra l’altro pensata con riguardo prevalentemente al pignoramento e sequestro di cose mobili, non essendo ammissibile una sottrazione in senso materiale di una cosa immobile».

 

 

La restituzione delle cose sequestrate

 

Nel vigore del codice di procedura penale del 1930 la giurisprudenza non aveva assunto un orientamento univoco circa la individuazione del momento in cui deve disporsi la restituzione dei beni sequestrati per reati edilizi e la stessa Corte di Cassazione:

 

—  in alcune decisioni aveva affermato che il sequestro dell’immobile abusivo poteva essere mantenuto, sempre che non venissero a mancare le condizioni che ne avevano determinato l’adozione, fino alla definizione del processo penale con sentenza definitiva, dopo la quale — però — la misura coercitiva reale doveva essere revocata e non poteva essere tenuta ferma per garantire l’esecuzione dei provvedimenti amministrativi (così, da ultimo, sez. III, 7-10-1988);

—  in altre pronunzie, invece, si era espressa nel senso che — essendo il reato di costruzione abusiva di natura permanente — il sequestro, qualora fosse finalizzato ad impedire la continuazione dell’attività criminosa, doveva essere revocato dopo la sentenza di primo grado, che segna la cessazione della permanenza (così, da ultimo, sez. III, 13-3-1989 e 22-5-1989).

 

Le disposizioni del nuovo codice di rito sono sicuramente più precise e dettagliate, ma non hanno escluso il riproporsi della tematica già oggetto di contrastanti decisioni.

 

 

Quanto al sequestro probatorio, la cessazione del vincolo risulta collegata al venire meno delle esigenze che hanno dato luogo alla sua adozione: a norma dell’art. 262, commi 1 e 4, c.p.p., infatti le cose devono essere restituite quando la misura non risulta più necessaria a fini probatori e comunque dopo la sentenza non più soggetta ad impugnazioni, salvo che sia disposta la confisca.

 

Il giudice, però — anche qualora siano venute meno le esigenze di prova che hanno giustificato il provvedimento di sequestro — non può egualmente disporre la restituzione delle cose sequestrate nelle ipotesi in cui:

 

—  sia richiesto, dal pubblico ministero o dalla parte civile, «che il sequestro sia mantenuto a garanzia dei crediti nascenti dal reato» (art. 262, 2° comma, c.p.p.);

—  si tratti di cose soggette a confisca obbligatoria (art. 324, 7° comma, c.p.p.).

 

In giurisprudenza:

 

—   «Le cose sottoposte a sequestro probatorio, quando non sia più necessario mantenerle vincolate a fini di prova, devono essere restituite all’avente diritto, salvo in tre casi, e cioè che il giudice non ne disponga il sequestro conservativo o non le sottoponga a sequestro preventivo, ovvero che non ne ordini la confisca, anche dopo la sentenza non più soggetta a impugnazione» (Cass., sez. un., 3 luglio 1996, Chabrui).

 

—   «La restituzione dei beni oggetto di sequestro probatorio deve essere ordinata non solo quando, in presenza di legittimo provvedimento impositivo della misura, vengono meno le esigenze probatorie, ma anche quando risulti mancare, in base a dati non originariamente valutati, uno dei presupposti del sequestro stesso quale il rapporto tra la cosa ed il reato. A tale conclusione deve pervenirsi in base alla considerazione che per il sequestro probatorio non è prevista la possibilità di chiedere la revoca (come per quello preventivo) per cui l’interessato, nel caso in cui fossero scaduti i termini per il riesame o in caso di esaurimento del relativo procedimento, non potrebbe più altrimenti, nemmeno adducendo elementi nuovi, far valere l’illegittimità del sequestro stesso e chiedere la restituzione dei beni sotto codesto profilo, il che sarebbe in contrasto coi limiti che il giudicato in tale materia necessariamente riveste» (Cass., sez. VI, 21 febbraio 1995, n. 16).

 

—   «In tema di sequestro probatorio di immobile abusivo, laddove, venute meno, per effetto della definizione del procedimento, le esigenze probatorie, il giudice nulla disponga in ordine al bene in sequestro, in particolare non disponendo il sequestro preventivo o conservativo, deve ritenersi illegittima la protrazione del sequestro probatorio stesso al fine di conservare l’immobile in vista della sua demolizione, imponendosi invece la sua restituzione all’avente diritto» (Cass., sez. III, 28 novembre 2007, Irti).

 

—   «La restituzione dei beni assoggettati a sequestro probatorio e non più necessari a fini di prova deve essere disposta su richiesta dell’interessato, oltre che d’ufficio, dal p.m. durante le indagini preliminari con decreto che è soggetto ad opposizione nelle forme dell’art. 127 c.p.p. e, successivamente, con ordinanza emessa de plano, ma passibile di incidente di esecuzione, da parte del giudice di merito che procede» (Cass., sez. VI, 22 settembre 1998, Potenza).

 

—   «In caso di sequestro probatorio l’istanza di dissequestro deve essere proposta al p.m. al diniego del quale deve seguire opposizione al Gip la cui decisione è ricorribile per Cassazione; la competenza del Tribunale del riesame è esclusa posto che il giudizio di opposizione costituisce vero e proprio giudizio di impugnazione per cui, stante la tipicità dei rimedi, non è dato derogare alle previsioni di legge» (Cass., sez. I, 1 dicembre 1994, n. 4468).

 

—   «Contro il decreto del P.M. che dispone o respinge l’istanza di restituzione dei beni oggetto di sequestro probatorio gli interessati possono proporre opposizione al giudice; poiché l’art. 63 quinto comma cod. proc. pen., che prevede tale rimedio, dispone che detto giudice provvede a norma dell’art. 127 cod. proc. pen. deve ritenersi che la relativa decisione, ai sensi della richiamata disposizione, possa essere esclusivamente oggetto di ricorso per Cassazione e non già di appello: ciò in quanto, stante il principio di tassatività vigente in tema di impugnazioni, non è dato ricorrere ad un rimedio diverso da quello previsto dalla legge» (Cass., sez. VI, 21 febbraio 1995, n. 16).

 

—   «L’opposizione contro il decreto del p.m., che respinge la richiesta di restituzione delle cose sequestrate può avere ad oggetto solo le questioni relative alla necessità di mantenere il sequestro ai fini di prova, mentre ogni altra questione relativa alla opportunità o legittimità del sequestro deve essere fatta valere col procedimento del riesame» (Cass., sez. VI, 25 novembre 2003, Armenise).

 

—   «La decisione del giudice sull’opposizione proposta contro il decreto del p.m. che abbia disposto, nel corso delle indagini preliminari, la restituzione delle cose sequestrate, deve essere assunta con la procedura di cui all’art. 127 c.p.p. con la garanzia del contraddittorio; ne consegue che se il provvedimento del gip viene assunto de plano si determina una nullità ai sensi dell’art. 127, 5° comma c.p.p.» (Cass. sez. VI, 10 marzo 2003, Cocco).

 

—   «L’ordinanza del gip che, a norma dell’art. 263, 5° comma c.p.p., provvede sull’opposizione degli interessati avverso il decreto del p.m. di rigetto della richiesta di restituzione delle cose in sequestro o di rilascio di copie autentiche di documenti, è ricorribile per cassazione per tutti i motivi indicati dall’art. 606, 1° comma c.p.p.

Il ricorso per cassazione contro l’ordinanza emessa dal gip a norma dell’art. 263, 5° comma, c.p.p., è deciso in camera di consiglio con le forme del rito non partecipato di cui all’art. 611 c.p.p.» (Cass. pen., sez. un., 30 ottobre 2008, n. 9857, Manesi, in Foro it., 2009, II, 610).

 

—   «Qualora, nel corso delle indagini preliminari, venga richiesta la restituzione di cose sottoposte a sequestro probatorio non al p.m., come previsto dall’art. 263, 4° comma, c.p.p., ma direttamente al GIP e questi provveda negativamente, previa acquisizione del parere del p.m., tale provvedimento, pur non qualificabile come abnorme, è tuttavia da considerare affetto da nullità assoluta per incompetenza funzionale; ove poi, avverso il medesimo provvedimento, venga proposto appello ai sensi dell’art. 322bis c.p.p., è da escludere che tale impugnazione possa essere qualificata come opposizione proposta ai sensi dell’art. 263, 5° comma, c.p.p. nei confronti del parere negativo del p.m. (all’uopo assimilato ad un decreto di rigetto della richiesta di restituzione) ed è, d’altra parte, da considerare affetto anch’esso da nullità assoluta per incompetenza funzionale il provvedimento con il quale l’adito tribunale trasmetta gli atti al GIP ritenendo convertibile l’impugnazione in incidente di esecuzione, dal momento che, in materia di restituzione, il giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 263, 6° comma, c.p.p. diventa competente solo dopo la sentenza non più soggetta ad impugnazione» (Cass., sez. III, 12 marzo 1999, Rutigliani, in Arch. nuova proc. pen., 1999, 378).

 

—   «Competente a decidere sull’istanza di restituzione della cosa sottoposta a sequestro probatorio nella fase in cui, chiuse le indagini preliminari con l’esercizio dell’azione penale attraverso il decreto di citazione a giudizio dell’imputato, gli atti non siano ancora stati trasmessi al giudice del dibattimento, è il GIP» (Cass., sez. IV, 19 febbraio 1999, Marchese).

 

—   «Sulla richiesta di restituzione delle cose assoggettate a sequestro probatorio, legittimamente il giudice che procede nella fase processuale provvede de plano, essendo la procedura camerale ex art. 127 c.p.p. prevista, dall’art. 263, 5° comma, stesso codice, solo in sede di opposizione al decreto del P.M. che, nella fase delle indagini preliminari, provvede in merito a tale richiesta; contro il provvedimento emesso de plano dal giudice non è d’altro canto esperibile il ricorso per cassazione, ma solo l’incidente di esecuzione ex art. 666 c.p.p., attivabile in ogni momento» (Cass., sez. VI, 1° aprile 1999, Inchingolo).

 

—   «Nei confronti del provvedimento del giudice che dispone la restituzione dei beni sottoposti a sequestro probatorio l’unico rimedio esperibile è l’incidente di esecuzione ai sensi dell’art. 676 c.p.p. e, qualora sia stato utilizzato un mezzo di impugnazione, non opera il principio della conservazione, poiché si tratta di rimedi eterogenei e l’incidente di esecuzione non può essere considerato mezzo di impugnazione» (Cass., sez. VI, 29 settembre 2003, Comi).

 

—   «L’ordinanza del giudice del dibattimento che rigetta l’istanza di restituzione di un’area sequestrata è impugnabile solo insieme alla sentenza, secondo i criteri generali stabiliti dall’art. 586, 1° comma, c.p.p.; parimenti, non è esperibile l’incidente di esecuzione, il cui utilizzo è confinato al caso in cui la sentenza non sia più impugnabile, ex art. 263, 6° comma, c.p.p.» (Cass.: sez. III, 28 gennaio 2004, Luise, in Arch. nuova proc. pen., 2004, 303; sez. II, 1° febbraio 2000, Munerati).

 

—   «L’ordinanza con la quale il giudice del dibattimento dispone la restituzione all’avente diritto di un bene sottoposto a sequestro probatorio può essere impugnata, a mente dell’art. 586 c.p.p., non autonomamente, ma solo unitamente alla sentenza che definisce il relativo grado di giudizio, dovendosi escludere la sua ricorribilità in cassazione, in applicazione della disciplina camerale di cui all’art. 127 c.p.p., in quanto l’art. 263 c.p.p., che regola la procedura per la restituzione delle cose in sequestro, rinvia a detta disciplina soltanto con riferimento alla fase delle indagini preliminari e non a quella del giudizio, dove il contraddittorio fra le parti si è già instaurato» (Cass., sez. III: 30 novembre 2007, Camiletti; 16 maggio 2000, D’Ascoli).

 

—   «La regola stabilita dall’art. 263, 6° comma, c.p.p., secondo cui, dopo la sentenza non più soggetta ad impugnazione, sulla richiesta di restituzione delle cose sequestrate provvede il giudice dell’esecuzione, trova applicazione anche nel caso in cui il procedimento penale sia stato definito con provvedimento di archiviazione, per cui su detta richiesta dovrà pronunciarsi il giudice per le indagini preliminari che ha adottato quel provvedimento e la procedura sarà quella stabilita dall’art. 676, 1° comma c.p.p.» (Cass. pen., sez. I, 19 febbraio 2009, n. 12880, Maniago, in Arch. nuova proc. pen., 2009, 474).

 

—   «Le cose che soggiacciono a confisca obbligatoria non possono essere restituite in nessun caso all’interessato, anche quando siano state sequestrate dalla polizia giudiziaria di propria iniziativa e per finalità esclusivamente probatorie, dacché l’art. 324 c.p.p., nel disciplinare il procedimento di riesame delle misure cautelari, reali, stabilisce al 7° comma che la revoca del provvedimento di sequestro non può essere disposta nei casi indicati dall’art. 240, 2° comma c.p., e tale norma è espressamente richiamata dall’art. 355, 3° comma, nuovo c.p.p. in materia di sequestro probatorio» (Cass., sez. II, 1 dicembre 2004, Schipani; sez. V, 18 maggio 2005, Zhu).

 

 

Il sequestro preventivo, invece, deve essere revocato:

 

—  quando viene a mancare «il pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati» (art. 321, 3° comma, c.p.p.);

—  quando interviene «sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, ancorché soggetta ad impugnazione» (art. 323, 1° comma, c.p.p.) e non sia stato richiesto il sequestro conservativo.

 

Anche in relazione a questa nuova normativa riteniamo che il sequestro preventivo di uno stabile, costruito abusivamente, ben possa essere mantenuto dopo la sentenza di condanna di primo grado, pur comportando questa la cessazione della permanenza del reato.

 

La cessazione della permanenza, invero, è un effetto meramente formale di tale sentenza e non fa venire meno il pericolo che la libera disponibilità del bene possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato ovvero agevolare la commissione di altri reati (in senso contrario: Cass., sez. III, 20 febbraio 1997, Lieto).

 

Dopo la sentenza definitiva, invece, qualora non vi sia stata conversione in sequestro conservativo ex art. 323, 4° comma, c.p.p., le cose sequestrate devono essere restituite a colui che prova di averne diritto ed il sequestro non può essere mantenuto a garanzia dei provvedimenti della pubblica Amministrazione.

 

In giurisprudenza:

 

—   «La revoca parziale del sequestro preventivo di un immobile abusivamente realizzato va disposta, per evitare che la misura risulti inutilmente vessatoria, ogniqualvolta sia possibile scindere, senza vanificare le esigenze cautelari, la parte illegittimamente realizzata da quella costruita in conformità alle prescrizioni normative» (Cass. pen., sez. III, 24 giugno 2009, n. 33539, Repetti).

 

—   «La revoca del sequestro preventivo in relazione a fattispecie di reato per le quali è prevista la confisca obbligatoria è possibile soltanto nell’ipotesi nella quale vengano a mancare gli elementi costituenti il fumus commissi delicti e non per il venire meno delle esigenze cautelari, atteso che in tali ipotesi la pericolosità della res non è suscettibile di valutazioni discrezionali, ma è presunta dalla legge» (Cass., sez. III, 6 aprile 2005, Amico).

 

—   «Con l’istanza di revoca di una misura cautelare reale, ex art. 321, 3° comma, c.p.p., in assenza di un mutamento del quadro processuale di riferimento, non possono essere riproposti motivi già dedotti nel giudizio di riesame avverso il medesimo provvedimento e rigettati con decisione definitiva; inoltre, se l’istanza è presentata in dibattimento, non può essere fondata su elementi di prova consentiti, ma non ancora ritualmente acquisiti agli atti processuali» (Cass., sez. III, 27 maggio 2004, Troncone).

 

—   «È abnorme, e quindi ricorribile per cassazione, il provvedimento cin cui il P.M. rigetta la richiesta di revoca del sequestro preventivo proposta nel corso delle indagini preliminari, invece che trasmetterla, con le proprie richieste e con gli elementi sui quali fonda le sue valutazioni al gip» (Cass.: sez. IV, 23 dicembre 2009, n. 360/10, Luongo; sez. II, 13 dicembre 2007, Lepretti).

 

—   «In tema di misure cautelari reali, il provvedimento con cui il P.M. rigetta de plano, anziché trasmetterla al gip, la richiesta di revoca del sequestro preventivo presentata dall’interessato, deve essere considerato equipollente ad un parere negativo (la Corte, nell’enunciare il predetto principio, ha annullato senza rinvio il provvedimento del tribunale del riesame che aveva dichiarato inammissibile l’impugnazione proposta dall’interessato avverso il provvedimento del p.m., disponendo per l’effetto la trasmissione degli atti al gip in base al principio generale della conservazione degli atti giuridici e del c.d. favor impugnationis)» (Cass. ord., sez. III, 19 marzo 2008, Tilaro).

 

—   «Dopo la sentenza definitiva, qualora non sia stata disposta la confisca e non vi sia stata conversione in sequestro conservativo ex art. 323, 4° comma, c.p.p., le cose sequestrate devono essere restituite a colui che prova di averne diritto, ed il sequestro non può essere mantenuto a garanzia né dei provvedimenti della p.a., né della demolizione ordinata ai sensi dell’art. 7, ultimo comma, L. 28 febbraio 1985, n. 47 (Cass., sez. III: 21 ottobre 2003, Cotena; 27 settembre 2000, Cimaglia, in Riv. pen., 2001, 654; 18 febbraio 1999, Parisi).

 

—   «Non è possibile mantenere il sequestro probatorio o preventivo di una costruzione abusiva dopo la sentenza definitiva in quanto l’ordine di demolizione ex art. 7, ult. comma, L. 28 febbraio 1985, n. 47 non è assimilabile parzialmente alla confisca obbligatoria e non può considerarsi sostitutivo ed assorbente del sequestro probatorio o preventivo data la diversa natura dei due istituti: le misure di sicurezza previste in modo tassativo mentre gli art. 262, 4° comma e 323, 3° comma c.p.p. consentono il permanere del sequestro dopo la sentenza definitiva solo se sia disposta la confisca» (Cass., sez. II, 12 marzo 1996, Starcevic, in Riv. giur. edilizia, 1996, I, 1113).

 

—   «L’ordine di demolizione delle opere costruite abusivamente, impartito dal giudice con la sentenza di condanna, è compatibile con il dissequestro delle stesse, stante che il provvedimento che ne aveva tolto la disponibilità all’imputato cessa di avere effetto all’esito dell’accertamento giurisdizionale dei fatti di reato e della responsabilità del loro autore; ritenere legittima la protrazione, dopo la sentenza di condanna, degli effetti del sequestro probatorio al fine di conservare l’immobile abusivo in vista della demolizione e, così, rendere questa operante, finirebbe con il conferire al detto sequestro finalità che non gli sono proprie» (Cass., sez. III, 11 febbraio 1997, Di Bari).

 

—   «Il terzo rimasto estraneo al procedimento di restituzione delle cose sottoposte a sequestro preventivo può proporre esclusivamente incidente di esecuzione avverso la decisione conclusiva dello stesso, per far valere in ogni tempo, il proprio diritto alla restituzione» (Cass. ord., sez. I, 11 giugno 2008, Potito).

 

—   «L’ordinanza con cui il giudice del dibattimento, in pendenza del processo, provvede sull’istanza di dissequestro proposta da un terzo che non è parte del giudizio, è impugnabile esclusivamente mediante l’appello previsto dall’art. 322bis c.p.p., non trovando applicazione in tale ipotesi il generale principio dell’impugnabilità dell’ordinanza unitamente alla sentenza che definisce il giudizio, in quanto il terzo non è legittimato a proporre impugnazione avverso tale sentenza»(Cass., sez. III, 11 dicembre 2007, Argiolas).

 

L’individuazione dell’«avente diritto» alla restituzione può suscitare qualche problema:

 

In giurisprudenza:

 

—   «La restituzione delle cose sequestrate e non confiscate va operata in favore di colui che vanti su di esse una pretesa giuridicamente meritevole e dia prova positiva del suo ius possidendi» (Cass., sez. I, 13 febbraio 2008, Lattanzi).

 

—   «I soggetti legittimati a ottenere la restituzione delle cose sequestrate non possono essere individuati, in ogni caso, negli stessi che hanno proposto la richiesta di riesame, perché chi è legittimato ad esperire tale mezzo processuale non è necessariamente la persona che ha diritto a rientrare in possesso delle cose sequestrate» (Cass., sez. II, 28 maggio 2008, Varini).

 

—   «Il giudice dell’esecuzione, nell’ambito del procedimento preordinato alla restituzione delle cose sequestrate (artt. 263 e 262 c.p.p.), ha il potere di accertare la titolarità delle stesse prima di disporne la restituzione; detto potere spetta al giudice penale anche nel caso in cui non vi sia controversia sulla proprietà della cosa; né determina alcuna presunzione sulla titolarità della cosa l’appartenenza del luogo in cui il sequestro è avvenuto» (Cass., sez. I, 16 gennaio 2003, Gelli, in Arch. nuova proc. pen., 2003, 266).

 

—   «In tema di procedimento di riesame del sequestro preventivo, ove emerga la sussistenza di una controversia effettiva in ordine alla proprietà del bene sottoposto a sequestro, ai sensi dell’art. 324, 8° comma c.p.p., il tribunale del riesame deve rimettere gli atti al giudice civile per la decisione della controversia relativa, mantenendo nel frattempo il sequestro e con astensione dalla pronuncia sulla richiesta di riesame, ravvisandosi nella fattispecie un caso di sospensione obbligatoria del procedimento penale» (Cass., sez. III, 11 ottobre 2007, Pizzata).

 

—   «In tema di riesame, il principio di cui all’art. 324, 8° comma, c.p.p. — per il quale, nel caso di contestazione della proprietà, il giudice penale rinvia la decisione della controversia al giudice civile, mantenendo nel frattempo il sequestro — deve essere inteso nel senso che il giudice ha l’onere di accertare, in limine, l’esistenza di una controversia che deve essere effettiva e, quindi, già instaurata oppure instauranda in ordine alla proprietà del bene sottoposto al vincolo ed, a tal fine, non è sufficiente la mera constatazione di una controversia sul bene dedotta dai meri rilievi difensivi» (Cass.: sez. III, 11 ottobre 2007, Pizzata; sez. II, 31 ottobre 2003, Altamura).

 

—   «In tema di procedimento per la restituzione delle cose sequestrate, il provvedimento con il quale il giudice penale rimette le parti davanti al giudice civile per la risoluzione della questione sulla proprietà, non ha contenuto decisorio ma ha natura interlocutoria, perché non pregiudica l’interesse delle parti, ed è pertanto inoppugnabile» (Cass., sez. II: 23 aprile 2008, Lusito; 28 settembre 2005, Basile).

 

—   «È illegittimo il provvedimento con cui il giudice dell’esecuzione rigetta l’opposizione a decreto di restituzione di cose sequestrate, in pendenza di giudizio di accertamento della proprietà di esse dinanzi al giudice civile, a nulla rilevando che quest’ultimo giudizio sia stato definito con sentenza di primo grado, dal momento che questa non determina vincoli per il giudice penale e lo obbliga, in caso di impugnazione, a mantenere il sequestro sino all’esito definitivo della controversia» (Cass., sez. I, 21 febbraio 2008, Venturini).

 

—   «In tema di restituzione del corpo di reato, l’insorgere della controversia sulla proprietà delle cose sequestrate, delle quali è stata ordinata la restituzione, di per sé non fa venir meno del tutto la competenza del giudice penale; il procedimento incidentale dinanzi al giudice civile, previsto dall’art. 263, 3° comma, c.p.p. nell’ambito del procedimento per la restituzione delle cose sequestrate, ha come oggetto esclusivo la risoluzione della controversia sulla proprietà delle stesse; ne consegue che spetta al giudice penale che ha ordinato la restituzione delle cose sequestrate provvedere in ordine alla custodia delle stesse fino a quando la controversia sulla loro proprietà non sia stata risolta» (Cass., sez. VI, 20 settembre 1995, Porcelluzzi).

 

—   «Ai fini della restituzione della cosa sequestrata e non confiscata, è necessaria la prova rigorosa di un diritto legittimo e giuridicamente apprezzabile su di essa, non potendo ipotizzarsi, in questa materia, un «favor possessionis» che prescinda dal «jus possidendi» (Cass., sez. un., 18 ottobre 1995, n. 10372).

 

—   «Il giudice dell’esecuzione, competente alla restituzione delle cose sequestrate, deve accertare l’effettiva sussistenza del diritto alla restituzione a favore del richiedente, attuando, in caso negativo, la norma di cui all’art. 264 c.p.p., stante il principio che, per l’accoglimento della domanda, non è sufficiente il favor possessionis, ma occorre la prova positiva del jus possidendi» (Cass., sez. un., 3 luglio 1996, Chabrui).

 

—   «In materia edilizia, qualora debba procedersi alla restituzione di un manufatto abusivo per il venire meno della efficacia del sequestro, dovendo la restituzione essere effettuata a favore di chi «ne abbia il diritto» è necessario accertare se si sia verificata la acquisizione del bene al patrimonio del Comune, quale effetto di diritto dell’inottemperanza, nel termine di giorni novanta dalla notificazione, all’ingiunzione a demolire emessa dal sindaco ex art. 7 L. n. 47/85» (Cass., sez. III, 20 settembre 2001, Alvani).

 

—   «In materia edilizia il manufatto abusivo dissequestrato dopo che il responsabile non abbia ottemperato all’ingiunzione comunale di demolizione dello stesso va restituito non già al privato responsabile, quand’anche egli sia ancora in possesso del bene, bensì allo stesso ente comunale ormai divenutone proprietario a tutti gli effetti a seguito dell’inutile decorso del termine di legge di cui all’art. 31 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (Cass. pen., sez. III: 20 marzo 2008, n. 25112, Russo in Riv. giur. edilizia, 2008, I, 1219; 28 novembre 2007, Mancini).

 

—   «In caso di inottemperanza all’ordine sindacale di demolizione di un immobile realizzato in violazione delle norme edilizie, alla scadenza del termine di giorni novanta assegnato per l’esecuzione si verifica ope legis l’effetto ablatorio con acquisizione gratuita al patrimonio comunale, atteso che la notifica dell’accertamento formale dell’inottemperanza si configura solo quale titolo necessario per l’immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari (in applicazione di tale principio la eventuale restituzione dell’immobile da parte del giudice deve essere disposta in favore dell’ente territoriale)» (Cass., sez. III: 22 ottobre 2010, n. 40924, in Riv. giur. edilizia, 2011, I 267; 22 aprile 2010, n. 22237, Gotti; 17 novembre 2009, n. 2912/10, in Riv. giur. edilizia, 2010, I, 640; 21 maggio 2009, n. 39075, Bifulco; 28 novembre, 2007, Mancini; 16 febbraio 2005, Di Giacomo; 19 ottobre 2004, Sbalzo; 9 giugno 2004, Di Meglio, in Giust. pen., 2005, II, 569).

 

—   «In materia edilizia, la acquisizione al patrimonio comunale del manufatto abusivo richiede, oltre alla intervenuta scadenza del termine di legge di giorni novanta finalizzato a che il contravventore ottemperi all’ordine di demolizione, la notifica al medesimo dell’accertamento dell’inottemperanza, giacché solo con tale ultima formalità l’ente pubblico acquisisce il titolo per l’immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari» (Cass., sez. III, 6 febbraio 2008, Capobianchi).

 

—   «In tema di inottemperanza all’ordinanza di demolizione di un immobile realizzato in violazione delle norme edilizie, l’acquisizione del manufatto abusivo al patrimonio del Comune nel cui territorio l’opera è stata realizzata non si verifica per il solo fatto dell’omessa demolizione entro il termine di novanta giorni, di cui all’art. 7 L. 8 febbraio 1985, n. 47 — ora sostituito dall’art. 31 T.U. in materia edilizia (D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) —, ma è necessario che il comune: a) proceda al formale accertamento dell’inottemperanza all’ingiunzione a demolire da parte del responsabile; b) provveda alla notifica nei confronti dell’interessato dell’eseguito accertamento all’inottemperanza; c) provveda alla trascrizione nei registri immobiliari del titolo di acquisizione dell’immobile e degli estremi sostanziali e catastali individuanti l’immobile» (Cass., sez. III: 1 ottobre 2003, Coco; 13 febbraio 2003, Mancuso; 17 ottobre 2002, Petrucci; 26 settembre 2002, Clemente).

 

—   «Sull’istanza di restituzione del manufatto abusivo sequestrato, del quale, con sentenza di applicazione della pena a richiesta delle parti, è stata ordinata la demolizione, deve provvedere il giudice dell’esecuzione previa fissazione dell’udienza ai sensi dell’art. 666, 3° comma, c.p.p., per essere stato l’ordine di demolizione emesso nell’ambito di un giudizio penale che si è concluso con una sentenza di condanna (cui, quanto agli effetti, è equiparata la sentenza prevista dagli artt. 444 e 445 c.p.p.) (nella specie la Corte ha annullato il provvedimento del giudice dell’esecuzione che aveva rigettato l’istanza predetta, perché inammissibile ex art. 666, 2° comma, c.p.p., vertendosi in tema di sanzioni di natura non penale, e quindi non valutabile in sede penale)» (Cass., sez. III, 1° dicembre 1995, Rossiano).

 

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