La confisca penale delle costruzioni abusive
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2 Gen 2016
 
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La confisca penale delle costruzioni abusive

Reato di abuso edilizio e confisca penale: giurisprudenza rilevante.

 

Il sistema sanzionatorio disciplinato dalla legge n. 47/1985 ha risolto negativamente, in modo definitivo, il dibattuto problema relativo all’applicabilità alle costruzioni abusive della confisca prevista dall’art. 240 cod. pen.

Questa misura di sicurezza patrimoniale, talvolta disposta in passato dai giudici di merito, è stata sempre esclusa dalle decisioni della Suprema Corte.

 

Appare opportuno — in proposito — ricordare la più significativa giurisprudenza formatasi sotto il vigore della legge urbanistica.

 

Il primo ad interessarsi della materia sembra sia stato il Pretore di Orvieto (sent. 8-10-1971), il quale ritenne ammissibile la confisca dell’edificio costruito senza licenza del Sindaco e della parti realizzate oltre i limiti della licenza stessa, escludendo l’incompatibilità del relativo provvedimento con le sanzioni amministrative della demolizione e della pena pecuniaria previste dall’art. 13 della legge 6 agosto 1967, n. 765.

 

Fu poi il Pretore di Latina (sent. 14-10-1972) ad affermare che il contrasto della confisca con la sanzione pecuniaria e con quella della demolizione non sussisteva, e che — nell’ipotesi di confisca — il trasferimento di proprietà era fatto al patrimonio disponibile dello Stato e non privava l’autorità comunale del potere di disporre la demolizione e di eseguirla.

 

A sconvolgere l’indirizzo dei giudici di merito intervenne la Corte di Cassazione (24-3-1972) con l’annullamento senza rinvio di una decisione del Pretore di Massa Marittima, con la quale era stata ordinata la confisca di alcuni locali chiusi laddove era prescritto un porticato.

 

Con questa sentenza, premesso che la confisca è una misura di sicurezza, con la quale lo Stato adempie ad un suo scopo di tutela preventiva sociale mediante la privazione di beni patrimoniali appartenenti o non all’autore di un fatto preveduto dalla legge come reato, a causa della loro pericolosità rilevata con la commissione dei reati, e che le cose confiscate sono devolute allo Stato (art. 622 c.p.p. del 1930) il quale provvede ad alienarle o a distruggerle a seconda dei casi, venne affermato un principio fondamentale nei rapporti fra confisca e sanzioni amministrative in materia urbanistica.

 

Affermò la Corte Suprema che il mezzo diretto a scoraggiare ogni tentativo di violazione delle prescrizioni urbanistico-edilizie era previsto dall’art. 32 della legge urbanistica. La confisca del manufatto, pertanto, non poteva essere ordinata dall’autorità giudiziaria, poiché il provvedimento di demolizione non era la conseguenza automatica e vincolata della violazione commessa, ma era discrezionale ed andava adottato dal Sindaco dopo accurata valutazione di tutti gli elementi di giudizio, al fine di stabilirne la rispondenza al pubblico interesse.

 

Le Sezioni Unite penali (30-4-1983) ribadirono l’uniforme e costante orientamento della Corte, sancendo l’illegittimità della confisca sia sotto l’aspetto di uno straripamento di potere del giudice penale, sia sotto quello della inidoneità giuridica di tale provvedimento a conseguire il suo effetto naturale o tipico per la impossibilità di devolvere allo Stato la cosa confiscata.

 

A queste argomentazioni si replicò rilevando che i poteri del Sindaco (esercitati non sulla base di una accertata responsabilità penale) non sono esclusivi nella materia in esame, ma concorrono con i poteri spettanti al giudice penale, poiché il nostro ordinamento, rispetto allo stesso fatto, ha inteso reagire con sanzioni operanti ciascuna nel ramo di diritto che le è proprio.

 

Le sanzioni amministrative, pertanto, realizzano interessi completamente distinti da quelli perseguiti dal giudice ordinario nell’applicare la confisca, la quale, come misura di sicurezza, «consiste nell’eliminazione di cose che, provenendo da fatti illeciti penali, o in alcuna guisa collegandosi alla loro esecuzione, mantengono viva l’idea e l’attrattiva del reato» (Relaz. min. sul progetto del codice penale).

 

Inoltre, se effettivamente il legislatore avesse inteso privare il giudice penale del suo tipico potere di ordinare la confisca del corpo del reato, avrebbe dovuto specificarlo espressamente, trattandosi di una eccezione ad un principio generale.

 

I limiti della trattazione non consentono una più approfondita disamina.

 

Deve però riconoscersi che il sistema sanzionatorio vigente — articolato su una generale obbligatorietà della demolizione, correlata all’acquisizione gratuita ed automatica dell’immobile abusivo al patrimonio del Comune — attua praticamente le medesime finalità della confisca penale e che, se questa venisse contemporaneamente disposta, genererebbe indubbi problemi di adeguamento tra procedure diverse.

 

—   «In materia edilizia, a seguito alla condanna per il reato previsto dall’art. 44, 1° comma, lett. b), D.P.R. n. 380 del 2001, L. 28 febbraio 1985, n. 47, non può essere disposta la confisca, né obbligatoria né facoltativa, a norma dell’art. 240 c.p., atteso che tale disposizione è derogata dalla disciplina speciale dell’art. 7 L. n. 47/1985, ai sensi della quale è prevista una specifica sanzione amministrativa (ingiunzione a demolire) di tipo ripristinatorio affidata in primis, all’autorità comunale ed in via subordinata all’autorità giudiziaria, e fatta salva la possibilità di dichiarazione di prevalenti interessi pubblici che legittimano l’acquisizione gratuita del bene al patrimonio comunale» (Cass. pen., sez. III: 28 ottobre 2009, n. 9170/10, Vulpio, in Riv. giur. edilizia, 2010, I, 616; 25 aprile 2009, n. 15717, Bianchi; 29 luglio 2008, n. 39514, Masullo, in Riv. giur. edilizia, 2009, I, 657).

 

—   «In materia edilizia, a seguito di sentenza di condanna per le ipotesi di reato di cui all’art. 44 D.P.R. n. 380 del 2001, non può essere disposta la confisca del manufatto abusivo di cui all’art. 240 c.p. essendo la demolizione dello stesso l’unico rimedio percorribile per l’eliminazione degli effetti del reato» (Cass., sez. III, 28 novembre 2007, Irti).

 

—   «In materia edilizia, a seguito di sentenza di condanna per le ipotesi di reato di cui all’art. 20 L. 28 febbraio 1985, n. 47, non può essere disposta la confisca, né obbligatoria né facoltativa, a norma dell’art. 240 c.p., atteso che tale disposizione è derogata dalla disciplina speciale dell’art. 7 citata L. n. 47, ai sensi della quale è prevista una specifica sanzione amministrativa (ingiunzione a demolire) di tipo ripristinatorio, fatta salva la possibilità di dichiarazione di prevalenti interessi pubblici che legittimano l’acquisizione gratuita del bene al patrimonio comunale» (Cass., sez. III, 7 dicembre 2001, Siniscalco, in Riv. pen., 2003, 132).

 

—   «L’illegittima statuizione della confisca del manufatto abusivo, disposta con la sentenza di condanna o di applicazione della pena per il reato di costruzione abusiva in zona vincolata, può essere sostituita d’ufficio dalla Corte di cassazione con l’ordine di demolizione e con quello di rimessione in pristino dello stato dei luoghi, previo annullamento senza rinvio della sentenza limitatamente alla confisca illegittimamente disposta» (Cass., sez. III, 11 novembre 2009, n. 82, Hernandez Lozan).

 

 

L’art. 39, 12° comma, della legge 23-12-1994, n. 724, ha previsto la confisca obbligatoria (in caso di condanna) delle opere oggetto di abusi edilizi poste in essere da soggetti definitivamente condannati per il reato di cui all’art. 416bis cod. pen. (associazione di tipo mafioso) e per i reati di riciclaggio di danaro.

 

La confisca si estende anche alle opere abusive eseguite da terzi per conto dei soggetti anzidetti.

 

La sentenza che dispone il provvedimento ablatorio è titolo per l’immediata trascrizione nei registri immobiliari e, per effetto della confisca, le opere sono acquisite di diritto e gratuitamente al patrimonio indisponibile del Comune sul cui territorio insistono.

 

Diritto-Urbanistico

 

 


 


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