Poteri delle regioni in materia di abusivismo edilizio
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2 Gen 2016
 
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Poteri delle regioni in materia di abusivismo edilizio

Le Regioni possono esercitare poteri sostitutivi repressivi in materia di abusivismo edilizio: normativa e giurisprudenza.

 

A norma dell’art. 26 della legge n. 1150/1942 (modificato dall’art. 6 della legge n. 765/1967 e dalla successiva legislazione che ha trasferito alle Regioni le funzioni amministrative esercitate da organi centrali e periferici dello Stato in materia urbanistica), la Regione (attraverso gli organi competenti dalla stessa autonomamente determinati) — allorquando fossero state eseguite, senza licenza di costruzione o in contrasto con questa, opere non corrispondenti alle prescrizioni del piano regolatore, del programma di fabbricazione od alle norme del regolamento edilizio — poteva disporre la sospensione o la demolizione delle opere ove il Comune non avesse provveduto in un termine allo scopo fissato.

 

Secondo la circolare 28-10-1967, n. 3210 della Direzione generale della urbanistica — Ministero dei lavori pubblici, tra i presupposti applicativi dei poteri repressivi sostitutivi vi era anche quello che le opere fossero «non rispondenti alle prescrizioni, ovvero realizzate in violazione delle limitazioni stabilite dalla legge».

 

Irrilevante doveva ritenersi, invece, ai fini dell’esercizio del potere sostitutivo di cui all’art. 26, la violazione di modalità esecutive fissate nella licenza edilizia, qualora questa non avesse comportato violazione della normativa urbanistica o della disciplina configurata negli anzidetti strumenti di pianificazione.

 

Nel sistema previsto dall’art. 26 della legge urbanistica, dunque, l’esercizio del potere sostitutivo doveva essere preceduto da una vera e propria diffida rivolta al Comune con fissazione di un termine per l’adozione del provvedimento demolitorio (il Comune, comunque, manteneva ovviamente il potere di ordinare la demolizione anche dopo la scadenza del termine intimato).

I provvedimenti di demolizione potevano essere emessi — previo parere della Sezione urbanistica regionale — entro cinque anni dalla dichiarazione di abitabilità o di agibilità.

 

L’esercizio della repressione sostitutiva veniva considerato, per lo più, di carattere facoltativo; non pareva coerente, però, che il potere repressivo fosse disciplinato, per il Comune, come potestà irrinunciabile e di esercizio dovuto e fosse invece previsto soltanto come facoltativo in via sostitutiva.

 

La formula della legge (secondo la quale le autorità sostitute «possono disporre la sospensione o la demolizione»), infatti, poteva senz’altro interpretarsi nel senso che le autorità medesime avessero la potestà (e non solo «la facoltà») di intervenire, e la «possibilità» ben poteva intendersi riferita alla preventiva constatazione della sussistenza dei presupposti di legge, piuttosto che alla stessa adottabilità del provvedimento sanzionatorio sostitutivo.

 

La legge n. 47/1985 — all’art. 7, 7° ed 8° comma — ha introdotto un più immediato meccanismo di controllo e di sostituzione nelle ipotesi di inerzia del Comune nell’applicazione delle sanzioni urbanistiche.

 

Il sistema — come attualmente disciplinato dai commi 7 e 8 dell’art. 31 del T.U. n. 380/2001 — è così articolato:

 

—  il segretario comunale deve trasmettere mensilmente al P.M. competente per territorio, al Presidente della Giunta Regionale e (tramite l’ufficio territoriale del governo) al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, i dati relativi agli immobili e alle opere realizzati abusivamente, oggetto dei rapporti comunicati dagli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, nonché l’elenco delle ordinanze di sospensione adottate;

—  in caso di inerzia protrattasi per 15 giorni dall’accertamento delle violazioni, ovvero oltre il termine di 45 giorni dall’ordine di sospensione dei lavori (previsto dall’art. 27, 3° comma, per l’adozione dei provvedimenti definitivi di repressione), il competente ufficio regionale, nei successivi 30 giorni, si sostituisce al Comune nell’adozione dei previsti provvedimenti cautelari o repressivi, dandone contestuale comunicazione all’autorità giudiziaria, onde consentire l’eventuale esercizio dell’azione penale, qualora sia ravvisabile la sussistenza di reati.

 

L’ufficio regionale deve adottare, dunque, tutti i provvedimenti sanzionatori che la legge ricollega alla fattispecie illecita di volta in volta accertata (riteniamo che non gli competa — e che spetti solo al Consiglio comunale — il potere di escludere la necessità di procedere alla demolizione dell’opera abusiva per prevalenti interessi urbanistici al suo mantenimento e quando la stessa non contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali).

 

Evidenti appaiono, però, le discrasie del sistema, allorché si consideri che non è prevista la comunicazione alla Regione dei provvedimenti sanzionatori definitivi adottati del Comune.

Necessaria è, dunque, un’apposita normativa regionale di raccordo, che consenta alla Regione di acquisire immediata ed idonea informazione dell’inerzia dell’autorità comunale.

 

Secondo altra previsione di intervento sostitutivo, infine, la Regione dovrà emettere provvedimento di demolizione (ex art. 39, 4° comma, del T.U. n. 380/2001) entro sei mesi dalla data del decreto con cui abbia proceduto ad annullare titoli abilitativi illegittimi.

 

In pendenza della procedura di annullamento la Regione può ordinare la sospensione dei lavori, che conserva efficacia per sei mesi successivi alla notificazione.

 

La disposizione in esame deve essere, però, coordinata con il disposto dell’art. 38 del T.U. n. 380/2001 e, nell’ipotesi in cui non sia possibile la restituzione in pristino, spetterà all’autorità regionale l’applicazione, in via sostitutiva, della sanzione pecuniaria (secondo la procedura prevista dallo stesso art. 38).

 

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