Se il permesso di costruire viene annullato
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2 Gen 2016
 
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Se il permesso di costruire viene annullato

Conseguenze sanzionatorie in caso di intervento edilizio effettuato con permesso di costruire annullato.

 

Un’apposita disciplina sanzionatoria regola i casi di annullamento del permesso di costruire.

L’art. 13, comma 3°, della legge-ponte si limitava ad estendere a tali ipotesi l’applicazione delle sanzioni previste per le opere eseguite in assenza di titolo abilitativo.

 

L’art. 38 del T.U. n. 380/2001 — ricalcando la formulazione dell’art. 11 della legge n. 47/1985 — prevede autonome misure per il caso in cui un’opera, pur realizzata in piena conformità al permesso di costruire, si trovi successivamente in una posizione di illegittimità, per sopravvenuto annullamento del titolo in sede amministrativa o giurisdizionale.

 

Appare opportuno ricordare che, in materia di annullamento, dottrina e giurisprudenza sono divise tra un orientamento rivolto a privilegiare la tutela dell’affidamento del privato (laddove questi non abbia indotto in inganno l’amministrazione o non abbia comunque contribuito a determinare la situazione da rimuovere) ed un’opposta tendenza rivolta, invece, ad elidere in ogni caso il pregiudizio al bene urbanistico-ambientale.

 

In tale contesto — non prevedendo la legge un termine per l’esercizio del potere di annullamento di ufficio — alcune decisioni dei giudici amministrativi hanno configurato lo stesso potere come esercitabile in qualsiasi tempo; altre lo hanno agganciato al limite temporale di dieci anni dal rilascio del titolo abilitativo, di cui all’art. 27 della legge n. 1150/1942; altre ancora hanno evidenziato la necessità di motivare con più forti e specifiche ragioni di interesse pubblico quei provvedimenti di annullamento che comportino il sacrificio di situazioni giuridiche ormai consolidate per il decorso di un notevole lasso di tempo.

 

Il dirigente o responsabile del competente ufficio comunale deve anzitutto verificare se l’annullamento sia dovuto a vizi di procedura nel rilascio del permesso: in tal caso — potendosi procedere a sanatoria — rimuoverà i vizi e legittimerà la costruzione.

Qualora, viceversa, causa dell’annullamento siano vizi sostanziali dell’atto (es.: mancato rispetto delle leggi e degli strumenti di pianificazione urbanistica) si procederà, quando sia possibile, alla riduzione in pristino del preesistente assetto urbanistico.

 

Nell’ipotesi, infine, in cui non sia possibile la rimozione dei vizi delle procedure amministrative, o la riduzione in pristino, verrà applicata una sanzione pari al valore venale della parte dell’opera abusivamente costruita, valutato dall’agenzia del territorio.

 

Difficile è stabilire quando «non sia possibile la riduzione in pristino». La legge parla infatti di possibilità, non di opportunità. Sembrerebbe quindi pacifica, ad esempio, la demolizione di un intero immobile di cui venisse a mancare il titolo; ma la considerazione delle multiformi fattispecie concretamente verificabili esclude che si possa prescindere del tutto da eque valutazioni di opportunità, anche di ordine economico-sociale.

 

Quando l’annullamento investe solo una parte dell’opera, deve comunque applicarsi la disciplina della difformità parziale: non può ordinarsi, pertanto, la riduzione in pristino qualora ciò possa recare pregiudizio alle parti legittime.

 

 

In giurisprudenza:

 

—   «Ai sensi dell’art. 38 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, nel caso di opere realizzate sulla base di titolo annullato, la loro demolizione deve essere considerata quale extrema ratio, privilegiando, ogni volta che ciò sia possibile, la riedizione del permesso di costruire emendato dai vizi riscontrati» (C. Stato, sez. IV, 16 marzo 2010, n. 1535).

 

—   «Nel caso di annullamento giurisdizionale di concessione edilizia illegittimamente rilasciata il comune, sul quale incombe l’obbligo di ripristinare l’ordine violato, deve valutare se ingiungere la demolizione dell’edificio già realizzato o applicare una sanzione pecuniaria, a seconda che l’illegittimità della costruzione già eseguita sia conseguente a vizi di carattere sostanziale, per inosservanza di prescrizioni urbanistiche, ovvero a vizi formali dell’iter procedimentale» (C. Stato, sez. IV, 29 luglio 2008, n. 3772).

 

—   «Nelle ipotesi in cui sia possibile eliminare la violazione riscontrata per mezzo di un nuovo intervento che restituisca all’opera piena compatibilità con il regime edilizio inizialmente inosservato, il Comune deve astenersi dal provvedere, comunque, alla repressione dell’abuso e deve, al contrario, consentire la conformazione dei lavori ai parametri costruttivi giudicati violati (come, peraltro, chiarito dal primo comma dell’art. 38 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, là dove assegna priorità — rispetto all’adozione di atti repressivi — alla rimozione dei vizi)» (C. Stato, sez. IV, 10 aprile 2008, n. 1546).

 

—   «Ai sensi dell’art. 38 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, in caso di accertato abuso edilizio, è applicabile la sanzione pecuniaria ove risulti accertato che la demolizione della parte del manufatto realizzata senza il prescritto titolo abilitativo esporrebbe a serio rischio statico la preesistente restante parte del fabbricato» (C. Stato, sez. IV, 21 aprile 2008, n. 1776).

 

Il criterio di determinazione della sanzione pecuniaria non è correlato a quelli previsti dagli artt. 33 e 34 dello stesso T.U. n. 380/2001 (non è applicabile, pertanto, agli edifici residenziali, il calcolo riferito al costo di produzione).

 

Ipotizza, però, la SANDULLI la possibilità di un’applicazione estensiva dei parametri attualmente fissati dagli artt. 33 (interventi di ristrutturazione edilizia) e 34 (difformità parziali), pur demandando in ogni caso la determinazione all’Agenzia del territorio: ciò allo scopo di «salvare la coerenza del sistema» ed ovviare alla «irrazionalità dell’adozione di due diversi criteri di calcolo per il medesimo tipo di sanzione».

 

La valutazione dell’Agenzia deve essere notificata all’interessato dal dirigente o dal responsabile dell’ufficio tecnico comunale e «diviene definitiva decorsi i termini di impugnativa».

La valutazione dell’Agenzia, comunque, per il suo carattere consultivo, deve ritenersi un atto interno del procedimento, non impugnabile in via giurisdizionale.

 

Essa potrà essere oggetto soltanto di opposizione in via amministrativa al Sindaco, nei termini che dovranno essere fissati nel provvedimento di notifica.

PREDIERI rileva, in proposito, l’opportunità che la valutazione venga notificata nel contesto della medesima ordinanza che irroga la sanzione pecuniaria.

 

L’integrale pagamento della sanzione pecuniaria produce i medesimi effetti della sanatoria prevista dall’art. 36 del T.U. n. 380/2001.

 

Diritto-Urbanistico


 


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