Vincenzo Rizza
Vincenzo Rizza
3 Gen 2016
 
Le Rubriche di LLpT


Le Rubriche di LLpT
 

Il Fondo statale per il mantenimento dell’ex coniuge

Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno: i rapporti economici tra coniugi graveranno su tutti i contribuenti?

 

La Legge di stabilità 2016 ha previsto l’introduzione di una misura sperimentale che istituisce un Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno. Con la sua entrata a regime, sarà lo Stato ad anticipare gli alimenti non pagati dall’obbligato, facendosi carico di recuperarli nei confronti di chi non paga.

 

Il fondo in esame, inserito nella Legge di stabilità definitivamente approvata dal Senato con il voto di fiducia del 22 dicembre 2015, con una dotazione finanziaria abbastanza limitata nella fase iniziale ma destinato, in teoria, ad autoalimentarsi in seguito alla sua entrata a regime, prevede che qualora il coniuge in stato di bisogno non abbia regolarmente ricevuto dall’obbligato il pagamento degli assegni alimentari, può rivolgersi al Tribunale per chiedere che tali assegni gli vengano anticipati dallo Stato. Sarà quest’ultimo, poi, con strumenti ora non definiti, a recuperare quanto anticipato nei confronti di chi si è sottratto al pagamento dovuto.

 

La lettura dell’epigrafe dell’articolo lascerebbe pensare al tentativo del Legislatore di affrontare un tema seriamente presente nella società e concernente la difficoltà economica generalmente conseguente alla crisi familiare. Un esame più approfondito del testo di legge lascia invece trapelare una misura del tutto parziale, estemporanea, mirata ad affrontare solo una parte del problema e, si potrebbe dire, solo ciò che emerge dell’iceberg.

 

Un iceberg che è, invece, nell’esperienza comune ed in quella di chi si occupa di crisi coniugale, estremamente grave, imponente e complesso, se è vero (come è vero!) che le separazioni danno spesso luogo a vere e proprie situazioni di indigenza dell’uno o dell’altro coniuge e, perché no, di entrambi.

 

Le misure a sostegno della famiglia, scarse, precarie, solo accennate, delle quali si parla senza riuscire ad affrontarle con provvedimenti mirati, dovrebbe coinvolgere anche l’aspetto della crisi coniugale ed i suoi effetti, perché la famiglia non cessa con la separazione ed i rapporti etici, spesso collegabili alla presenza di figli, permangono anche dopo il divorzio. Ma non sembra che questo intervento e la logica che lo sostiene, possa considerarsi uno strumento efficace.

Senza dire che il concetto sociologico di “famiglia” sta mutando, per cui la società tende sempre più a definirlo come aggregazione di fatto che prescinde dalla formalizzazione anagrafica; con ciò complicando ulteriormente le cose, dal momento che nella norma in esame si fa riferimento solo al “coniuge”.

 

Rimane fermo, dunque, l’auspicio che le misure a sostegno dei crediti alimentari vadano rivolte non solo a chi lascia alle spalle un’esperienza matrimoniale, ma anche a chi, comunque, abbandona una situazione di fatto legalmente riconosciuta, -non finiremo mai di sollecitare l’adozione di una legge seria sulle unioni civili – specie nel caso in cui vi siano dei figli.

Sebbene il proponente abbia alla fine adottato una terminologia paritaria riferendosi al “coniuge”, le dichiarazioni parallele alla presentazione dell’emendamento lasciano invece trapelare una lettura della ratio della norma orientata verso la tutela della parte che viene ritenuta -e certamente lo è, nell’attuale società italiana – debole nella situazione di crisi familiare: la donna. La donna quasi sempre collocataria dei figli.

 

Ciò che emerge dalle nebbie di questo nuovo istituto lasciato nella sua attuazione concreta a decreti attuativi da adottarsi, in teoria, entro trenta giorni dall’entrata in vigore della Legge di Stabilità, è una certa approssimazione sui suoi risvolti pratici: competenza, definizione del concetto di “situazione di bisogno”, necessità -o meno – della presenza di figli minori o portatori di handicap grave, tutelabilità – o meno – di figli non matrimoniati.

 

Ciò che, invece, emerge con certezza ed è stato sottolineato da autorevoli esponenti del mondo forense, è la palese deresponsabilizzazione di entrambe le figure coinvolte: il coniuge obbligato e quello beneficiario degli alimenti.

 

L’obbligato potrebbe essere indotto a ritenere che sarà lo Stato a sopperire al suo disinteresse nei confronti dell’ex coniuge e dei figli. Potrebbe coscientemente scegliere di posticipare il pagamento nelle more dell’intervento dello Stato, sperando che l’azione di recupero di quest’ultimo sia comunque rimandata nel tempo, inadeguata, inefficace, più facilmente eludibile di quanto non avvenga adesso, con il controinteressato pronto a trovare gli strumenti più congrui per perseguire l’interesse all’incasso delle somme dovute per alimenti. La denuncia penale, il pignoramento di crediti e stipendi, l’accredito diretto dell’importo degli alimenti da parte dell’INPS, l’acquisizione di garanzie reali sugli immobili di proprietà del coniuge. Tutte azioni che, pur esperibili dal creditore, per la loro complessità potrebbero indurre a preferire la strada della supplenza statale per il pagamento senza le difficoltà di un recupero che richiede tempi non congrui, necessità di rivolgersi ad un legale, incertezza sull’esito delle procedure.

 

E cosa succede se chi deve pagare – ci si potrebbe chiedere – non è, effettivamente, in condizione di farlo? In questo caso lo Stato non avrà più possibilità di rivalersi e gli assegni graveranno, nella realtà, sullo Stato e, quindi, sulla finanza pubblica alimentata dai contribuenti.

 

Diverranno, in definitiva, una misura d’assistenza lasciata – se si pensa al caso di separazione o divorzio consensuale – alla libera determinazione degli interessati. I coniugi potrebbero, in teoria, stabilire congiuntamente importi più elevati di quanto sarebbe giusto, nella prospettiva che sarà lo Stato, a pagare.

 

Una misura, dunque, che sceglie l’intervento diretto dello Stato nei rapporti patrimoniali tra coniugi, in apparente contrasto con la tendenza sempre più spiccata della giurisprudenza a dare rilievo al contenuto contrattualistico e libero dei rapporti economici tra coniugi; tendenza emergente, per esempio, dal riconoscimento dei patti prematrimoniali e degli accordi “privati” tra i soggetti coinvolti nella crisi matrimoniale. Una misura che rende ulteriormente incerto il confine tra ciò che del matrimonio interessa tutta la società e ciò che, invece, riguarda puramente e semplicemente le obbligazioni tra privati.

Una misura, tra l’altro, che aggrava ulteriormente il carico dei procedimenti in sede giudiziaria già pesante e con tempi inumani.

 

Un ulteriore, deplorevole aspetto, dunque, della dislessia scaturente da scelte diverse operate dalla giurisprudenza e dal legislatore; dalla incapacità di affrontare i temi salienti della nostra società con uno sguardo logico, coerente e soprattutto, d’insieme; con misure dettate dalla capacità di leggere la società reale e le sue nuove e fluide articolazioni.

 

Lo scopo di assistenza legato alla situazione di bisogno indotta dalla separazione non coglie, ad avviso di chi scrive, nel segno.

 

Non v’è dubbio, infatti, che la cessazione del vincolo matrimoniale o la separazione dei coniugi causa, molto spesso, situazioni di povertà. Situazioni che pesano in misura maggiore sulle donne, ma che non trascurano neppure il marito (o compagno) costretto il più delle volte a lasciare l’abitazione.

 

Avviene così che negli Stati Uniti molte associazioni femminili chiedono l’abolizione degli alimenti tra coniugi in considerazione della progressiva equiparazione della rispettiva capacità lavorativa; altrettanto, invece, non può avvenire nella società italiana caratterizzata da un persistente handicap lavorativo a carico della componente femminile. Handicap ulteriormente aggravato da alcune situazioni geoeconomiche come quella del Sud.

 

In definitiva si corre il rischio che questa iniziativa legislativa appaia legata ad un’azione estemporanea, più che ad uno studio effettivo dei bisogni reali dei coniugi separati.

Meglio sarebbe stato, probabilmente, studiare forme diverse di assistenza ed aiuto: per esempio intervenendo sui tempi dei procedimenti civili inerenti la materia alimentare o sui suoi costi, attraverso l’ampliamento del patrocinio a spese dello Stato.

 

Sarebbe sembrato più opportuno l’istituzione di incentivi sul pagamento degli affitti, a favore del coniuge costretto ad abbandonare la casa coniugale di proprietà od anche di quello presso il quale sono collocati i figli. E altrettanto sarebbe stato possibile pensare per le utenze o per i servizi pubblici a favore della prole (asili nido, buoni scuola, assegni familiari svincolati dall’esistenza di un rapporto di lavoro).

 

Sarebbe stato opportuno, forse, affrontare pregiudizialmente l’aspetto della crisi coniugale concernente l’emergenza abitativa attraverso, per esempio, l’attribuzione di canali privilegiati nell’assegnazione di alloggi di edilizia pubblica a separati o divorziati, specie se con prole.

E poiché la stabile collocazione dei figli presso la madre viene individuata spesso come motivo di insorgenza di situazioni di povertà sia per il padre che per la madre, non sarebbe impensabile facilitare l’alternanza nell’affidamento dei figli – sei mesi presso l’uno e sei mesi presso l’altro – limitando la compartecipazione alle spese solo per quelle non ordinarie. È una prassi, abbastanza frequente nel sistema francese, che consentirebbe di far venir meno la necessità di un assegno mensile, giacché ciascuno dei due genitori dovrebbe provvedere al fabbisogno della prole nel periodo di rispettiva convivenza.

 

Si potrebbero studiare, in definitiva, misure forse più efficaci e corrispondenti ai bisogni reali, senza necessità di caricare sul pubblico problematiche che riguardano solo aspetti di carattere privato e sui quali l’unico obbligo dello Stato potrebbe essere ricondotto ad un mero dovere di vigilanza.

 

 


 

TESTO DELLE NORME APPROVATE NELLA LEGGE DI STABILITA’.

Art. 414. È istituito, in via sperimentale, nello stato di previsione del Ministero della giustizia, con una dotazione di 250.000 euro per l’anno 2016 e di 500.000 euro per l’anno 2017, il Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno.

Art. 415. A valere sulle risorse del Fondo di cui al comma 226-bis, il coniuge in stato di bisogno che non è in grado di provvedere al mantenimento proprio e dei figli minori, oltre che dei figli maggiorenni portatori di handicap grave, conviventi, qualora non abbia ricevuto l’assegno determinato ai sensi dell’articolo 156 del codice civile per inadempienza del coniuge che vi era tenuto, può rivolgere istanza da depositare nella cancelleria del tribunale del luogo ove ha residenza, per l’anticipazione di una somma non superiore all’importo dell’assegno medesimo. Il presidente del tribunale o un giudice da lui delegato, ritenuti sussistenti i presupposti di cui al periodo precedente, assumendo, ove occorra, informazioni, nei trenta giorni successivi al deposito dell’istanza, valuta l’ammissibilità dell’istanza medesima e la trasmette al Ministero della giustizia ai fini della corresponsione della somma di cui al periodo precedente. Il Ministero della giustizia si rivale sul coniuge inadempiente per il recupero delle risorse erogate. Quando il presidente del tribunale o il giudice da lui delegato non ritiene sussistenti i presupposti per la trasmissione dell’istanza al Ministro della giustizia, provvede al rigetto della stessa con decreto non impugnabile. Il procedimento introdotto con la presentazione dell’istanza di cui al primo periodo non è soggetto al pagamento del contributo unificato.

Art. 416. Con decreto del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono adottate, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, le disposizioni necessarie per l’attuazione dei commi 226-bis e 226-ter, con particolare riguardo all’individuazione dei tribunali presso i quali avviare la sperimentazione, alle modalità per la corresponsione delle somme e per la riassegnazione al Fondo di cui al comma 226-bis delle somme recuperate ai sensi del terzo periodo del comma 226-ter.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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