Pignoramento conto corrente e carta di credito: come evitarlo
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3 Gen 2016
 
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Pignoramento conto corrente e carta di credito: come evitarlo

Pignoramento presso terzi del conto corrente bancario o postale, carte di credito, Paypal, stipendi e pensioni, procedura, ricerca telematica dei beni.

 

Circolano spesso voci circa speciali conti correnti o carte di credito non pignorabili: in realtà, ogni tipo di rapporto di credito con la banca o con la posta – e quindi, non solo il conto corrente vero e proprio, ma anche il deposito in cassetta di sicurezza, titoli di credito o il libretto di risparmio – è pignorabile. Pignoramento peraltro che – come a breve vedremo – è divenuto più facile grazie ad alcune modifiche legislative che consentono la massima trasparenza di tali rapporti nei confronti non solo del fisco, ma anche dell’ufficiale giudiziario.

 

In questa scheda, dopo una breve introduzione sulle possibilità di pignoramento dei conti correnti e delle carte di credito, verificheremo come materialmente si svolge la procedura.

 

 

Esistono conti correnti non pignorabili?

Tutti i conti correnti sono pignorabili, anche se entro determinati limiti. In generale, sono sottoposti a limiti i conti sui quali viene accreditata la pensione o lo stipendio (v. dopo).

 

Possono, tuttavia, esistere conti correnti pignorabili con maggiore difficoltà perché non facilmente rintracciabili. Uno di questi è il conto Paypal che, sebbene assimilabile a qualsiasi altro conto corrente, di fatto richiede una procedura più lunga e complessa (essendo Paypal una banca estera) e, soprattutto, non è presente nell’anagrafe dei conti correnti.

 

In verità, il creditore non è tenuto a sapere, prima della notifica dell’atto di pignoramento, se sul conto del debitore vi è o meno disponibilità liquida. Egli, cioè, potrebbe pignorare “alla cieca” senza subire pregiudizi (salvo la spesa di pochi euro per la notifica) qualora la procedura non dovesse sortire esiti positivi.

Dopo, infatti, aver ricevuto il pignoramento dalle mani dell’ufficiale giudiziario, la banca comunica al creditore, con raccomandata a.r., se il conto è attivo o meno. Qualora la risposta sia negativa, il creditore potrà evitare di iscrivere a ruolo il pignoramento, senza sobbarcarsi neanche le spese del contributo unificato. Insomma, è sempre possibile fare “marcia indietro”, sapendo in anticipo se vi sono o non vi sono somme da pignorare.

 

Inoltre, il pignoramento che il creditore notifica alla banca è piuttosto generico e non deve necessariamente indicare uno specifico conto da sottoporre al vincolo. L’ufficiale giudiziario, infatti, si limita a menzionare “qualsiasi rapporto di credito” sussistente tra il debitore e l’istituto. Pertanto, il pignoramento si estende a tutti i possibili conti aperti presso qualsiasi filiale di quella banca, nonché ai titoli di credito depositati, al contenuto delle cassette di sicurezza, ai libretti di risparmio, ecc.

 

Conti correnti cointestati

Il pignoramento del conto corrente cointestato è possibile nei limiti del 50% a prescindere da chi sia il principale (o esclusivo) utilizzatore del conto stesso. Si pensi al caso del conto cointestato a moglie e marito, dove solo quest’ultimo effettua i versamenti dei guadagni derivanti dall’attività lavorativa. Il creditore dovrebbe impiantare un’autonoma causa, dimostrando che la cointestazione è solo fittizia, per poter estendere il pignoramento al 100% delle somme.

 

Conti correnti su cui vengono accreditati stipendi

Per i conti correnti dove il debitore riesce a dare prova del fatto che la provvista è costituita solo dai versamenti dello stipendio mensile, effettuati dal suo datore di lavoro, il pignoramento è possibile solo entro i seguenti limiti:

 

– le somme già depositate in banca prima della notifica dell’atto pignoramento possono essere bloccate solo da 1.345,56 euro in su. Questo perché la legge stabilisce che non sono pignorabili gli stipendi già depositati sul conto per una misura pari al triplo dell’assegno sociale (che, per il 2015, ammonta ad euro 448,52), ossia appunto 1.345,56 euro;

 

– gli stipendi depositati in banca dopo la notifica dell’atto di pignoramento possono essere bloccati solo nella misura massima di un quinto.

 

La stessa regola vale non solo per stipendi e salari, ma anche per le altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a licenziamento, rapporti di agenzia, TFR, rappresentanze commerciali e rapporti di collaborazione coordinata e continuativa.

 

Conti correnti su cui vengono accreditate pensioni

Anche in questo caso, come per quello precedente, vigono due ordini di limiti:

 

– le somme già depositate in banca prima della notifica dell’atto pignoramento possono essere bloccate solo da 1.345,56 euro in su; non sono cioè pignorabili gli importi ricevuti a titolo di pensioni già depositati sul conto per una misura pari al triplo dell’assegno sociale (448,52 euro x 3);

 

– le pensioni depositate in banca dopo la notifica dell’atto di pignoramento possono essere bloccate solo nella misura massima di un quinto.

 

Conti correnti in rosso

Se il conto corrente è passivo non può essere pignorato poiché non esiste un rapporto di credito tra il correntista e la banca. Al pari non possono essere pignorati i versamenti che il cliente effettua in banca a copertura della passività e fino a quando la stessa non sia stata integralmente sanata.

 

Facciamo un esempio: se il debitore ha un conto con saldo passivo pari a mille euro, tutti i versamenti necessari a sanare lo scoperto – e quindi fino a mille euro – non sono pignorabili; quelli invece a partire da 1.000,01 euro lo saranno.

 

 

Esistono carte di credito non pignorabili?

Esistono diversi tipi di carta di credito. La carta di credito prepagata (di norma utilizzata per gli acquisti su internet) è pignorabile: essa, infatti, consente l’utilizzo di una somma già versata in banca, di cui quindi l’utilizzatore è creditore nei confronti dell’istituto di credito.

 

Le carte revolving non sono pignorabili. Esse, infatti, consistono in un credito che la banca concede al cliente, sino ad un determinato importo, consentendogli di spenderlo in beni di consumo. In pratica, all’utilizzatore è concesso utilizzare una somma di denaro pur non avendone disponibilità sul conto, salvo ovviamente restituirla con pagamenti rateali a saggi di interesse piuttosto elevati. Dunque, in questo caso, non è il cliente ad essere creditore della banca, me è l’inverso. Pertanto non è pignorabile né il denaro “virtuale” utilizzabile con la carta, né i pagamenti che l’intestatario della carta fa per ripianare il debito.

 

Le normali carte di credito, quelle cioè usate per pagare più comodamente in luogo di assegni o contante, non sono pignorabili: esse, infatti, non costituiscono un autonomo rapporto di credito del cliente con la banca, ma sono solo uno strumento per un utilizzo più comodo di un conto preesistente, sul quale si appoggiano. Dunque, è pignorabile non la carta, ma il conto su cui tale carta è stata attivata.

 

 

Come evitare il pignoramento del conto corrente, pagando

Esistono dei modi per bloccare l’esecuzione forzata quando il pignoramento è già in atto. Il debitore, infatti, potrebbe avere necessità di utilizzare il conto corrente per attività lavorativa e, quindi, ritenere preferibile pagare immediatamente il debito piuttosto che subire il congelamento del rapporto bancario.

 

Ovviamente, la prima soluzione è quella di contattare il creditore (o il suo avvocato) e tentare una soluzione bonaria, eventualmente strappando un saldo e stralcio o un pagamento dilazionato (in genere le due concessioni sono alternative).

 

Se, invece, il creditore non ne vuol sapere di dialogare, il debitore può sempre effettuare direttamente nelle mani dell’ufficiale giudiziario, il pagamento dell’importo dovuto al creditore per il quale si procede, maggiorato delle spese relative alla procedura. L’ufficiale giudiziario ha l’incarico di consegnare le somme ricevute al creditore. Così facendo l’esecuzione forzata non può proseguire e il debito si estingue.

 

L’ufficiale giudiziario redige apposito verbale e lo deposita immediatamente in cancelleria con la prova del versamento al creditore della somma consegnata dal debitore, annotando il verbale nel ruolo generale delle esecuzioni.

Solitamente tale rimedio viene usato nel pignoramento mobiliare ma la sua applicazione è possibile a ogni tipo di esecuzione forzata.

 

All’atto del pagamento il debitore può anche fare apposita dichiarazione con cui si riserva il diritto di chiedere la restituzione della somma versata.

In tal modo il debitore può evitare il pignoramento, ma può contestualmente muovere al creditore le proprie contestazioni promuovendo un separato giudizio di opposizione. Se esso ha esito positivo, il creditore deve restituire quanto incassato dal debitore.

Il pagamento ha l’effetto di liberare immediatamente il debitore, salvo che il versamento sia fatto con riserva di ripetizione e non implichi quindi in alcun modo riconoscimento del debito e rinunzia alla contestazione di esso .

 

Versamento in luogo del pignoramento

Quando invece il debitore vuole evitare gli inconvenienti del pignoramento ma non intende effettuare il pagamento perché intende ad esempio sollevare opposizione, o è in corso un processo di cognizione, può versare all’ufficiale giudiziario una somma di denaro pari al valore del credito per il quale procedere, aumentato di 2/10

Questo pagamento non estingue il debito, è solo un versamento in luogo del pignoramento. La procedura esecutiva pertanto prosegue.

 

 

Come evitare il pignoramento del conto corrente, non pagando

Di norma, esistono tutta una serie di sistemi, spesso utilizzati dal debitore, per ridurre al minimo il rischio di pignoramento del conto.

 

Prelievi periodici

Il primo è quello di mantenere il conto corrente a “zero”, ossia prelevare periodicamente e con frequenza le somme che vi vengono, di volta in volta, accreditate, in modo da non far trovare alcunché al creditore all’atto del pignoramento.

 

Nel caso in cui il conto corrente contenga solo i redditi di lavoro dipendente ci si può limitare – come specificato sopra – a tenere la provvista sotto la soglia di impignorabilità che è pari a 1.345,56 euro.

 

Conto con “fido”

Un altro sistema è quello di ottenere, dalla banca, un’apertura di credito (cosiddetto fido) e utilizzarla nei limiti della soglia consentita. In tal caso, infatti, il conto non viene considerato come un credito del correntista nei confronti dell’istituto, ma al contrario un debito. Come visto per il caso del conto in rosso, peraltro, tutti i pagamenti ripristinatori della provvista (cioè volti a restituire l’apertura di credito) non sono pignorabili.

 

Per esempio: Caio ottiene dalla banca un’apertura di credito per mille euro. Egli effettua, nel corso del trimestre, spese complessive per 900 euro. Nello stesso arco di tempo, Caio versa sul conto “affidato” 200 euro e ricevere bonifici da terzi soggetti per un ammontare di 400 euro. Tali somme (pari a 600 euro) non sono pignorabili perché non hanno ancora ricoperto il fido. Qualora Caio dovesse successivamente versare altri 500 euro, potrebbero essere pignorati solo 100 euro (600+500 = 1.100 euro, di cui 1.000 però vanno a ricoprire il debito esistente con la banca per via del fido).

 

Conto cointestato

Come detto in apertura, il conto cointestato – non necessariamente con un familiare – è pignorabile fino a massimo il 50%.

Fra l’altro, in questo caso, se il debito deriva da cartelle esattoriali, Equitalia non potrà ricorrere alla speciale esecuzione forzata che le consente di pignorare immediatamente il conto dietro notifica alla banca di un semplice atto (con ordine di pagamento delle somme se, entro 60 giorni, il debitore non avrà corrisposto il dovuto). Al contrario, l’Agente della riscossione dovrà procedere come tutti gli altri privati, con udienza davanti al giudice del tribunale.

 

 

La ricerca telematica dei beni

Come anticipato in apertura, se un tempo la ricerca della banca ove il debitore intratteneva il proprio rapporto di conto corrente presentava maggiori problematicità, oggi tale attività è agevolata grazie alla possibilità – da parte dell’ufficiale giudiziario e, quindi, del creditore – di affacciarsi a una banca dati telematica dove sono indicati i conti correnti intestati ai cittadini. È la cosiddetta anagrafe dei rapporti finanziari o dei conti correnti.

 

A tal fine il creditore può fare istanza al Presidente del Tribunale al fine di essere autorizzato alla ricerca telematica dei beni del debitore da parte dell’ufficiale giudiziario.

Il creditore può anche essere autorizzato a consultare personalmente le banche dati telematiche quando le strutture tecnologiche, necessarie a consentire l’accesso diretto da parte dell’ufficiale giudiziario alle banche dati non sono funzionanti.

 

L’ufficiale giudiziario accede telematicamente ai dati contenuti nelle banche dati delle P.A. o alle quali le stesse possono accedere per acquisire tutte le informazioni rilevanti per individuare le cose e i crediti da sottoporre ad esecuzione, comprese quelle relative ai rapporti intrattenuti dal debitore con istituti di credito, datori di lavoro o committenti.

In particolare, l’ufficiale giudiziario può accedere alle seguenti banche dati:

 

– anagrafe tributaria, compreso l’archivio dei rapporti finanziari;

 

– pubblico registro automobilistico (PRA);

 

– banche dati degli enti previdenziali.

 

Il creditore può dichiarare che intende partecipare personalmente alla ricerca telematica dei beni di pignorare. In tal caso, l’ufficiale giudiziario deve comunicargli con un preavviso di 3 giorni la data (entro 15 giorni) e l’ora in cui effettuerà la ricerca.

 

L’accesso alle banche dati è gratuito.

 

Quando l’ufficiale giudiziario procede a ricercare i beni in modalità telematica, consegna senza ritardo al creditore il verbale di pignoramento, il titolo esecutivo ed il precetto, e deposita immediatamente l’originale dell’atto di pignoramento nella cancelleria del tribunale, che forma il fascicolo dell’esecuzione.

 

Trascorsi 10 giorni dal pignoramento, il creditore pignorante e ognuno dei creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo può fare istanza per chiedere l’assegnazione o la vendita delle cose mobili o l’assegnazione dei crediti.

 

 

Cos’è e come funziona il pignoramento del conto corrente

Il pignoramento del conto corrente bancario o postale rientra nel più generale mezzo di esecuzione forzata che va sotto il nome di “pignoramento presso terzi”. Il terzo, che subisce il pignoramento, in realtà non è il debitore principale dell’obbligazione, ma il debitore del debitore. Un esempio servirà a comprendere meglio la questione. Immaginiamo che Tizio (debitore principale) debba una somma di denaro a Caio (creditore) e, a sua volta, Sempronio (debitore del debitore) ne debba un’altra a Tizio (debitore principale). Caio – che è il creditore di Tizio – può effettuare un pignoramento nei confronti di Sempronio, andando a bloccare la somma che questi deve a Tizio, prima del versamento stesso.

 

La banca è un esempio classico di soggetto “debitore del debitore”: infatti, tutte le volte in cui un correntista deposita una somma sul conto, l’istituto di credito diventa suo debitore di quello stesso importo ed è chiamato a restituirglielo a sua semplice richiesta.

 

Il creditore può venire a conoscenza dell’esistenza di questi crediti tramite l’assunzione di informazioni o mediante un’attività investigativa o tramite ricerca telematica dall’ufficiale giudiziario che si affaccia alla cosiddetta anagrafe dei conti correnti. L’individuazione dell’istituto di credito ove il debitore intrattiene un rapporto di conto corrente può, ad esempio, essere desunta da eventuali pagamenti, bonifici, o fatture effettuati o rilasciati dal debitore.

 

Una volta verificata l’esistenza di rapporti di conto corrente o di lavoro è quindi possibile esperire la procedura esecutiva sulle somme spettanti al debitore che siano nella disponibilità di terzi.

Non è necessario, invece, che il creditore conosca l’esigibilità del credito in quanto non è condizione necessaria per la sua pignorabilità.

 

 

La procedura

La procedura inizia con la notifica di un atto di pignoramento tanto nei confronti del debitore che della banca.

 

Eseguita la notifica dell’atto di pignoramento, l’ufficiale giudiziario consegna senza ritardo al creditore l’originale dell’atto di citazione.

Il creditore deve depositare, entro 30 giorni dalla consegna, nella cancelleria del tribunale competente per l’esecuzione:

 

– la copia conforme dell’atto di citazione, del titolo esecutivo e del precetto. A tali fini, la conformità delle copie è attestata dall’avvocato del creditore.

Il mancato deposito dei documenti nel termine indicato comporta la perdita di efficacia del pignoramento;

 

– la nota d’iscrizione a ruolo, che deve contenere l’indicazione delle parti, del difensore della parte che iscrive a la causa ruolo, delle generalità e del codice fiscale (se gli è stato attribuito) della parte che iscrive a la causa ruolo, della cosa o bene oggetto di pignoramento e le ulteriori integrazioni. A partire dal 31 marzo 2015, la nota di iscrizione e delle copie conformi degli atti sono depositate con modalità telematiche. A tal fine, l’avvocato attesta la conformità degli atti agli originali.

 

Al momento del deposito, il cancelliere forma il fascicolo dell’esecuzione.

 

La dichiarazione della banca

La banca deve mandare, tramite raccomandata o PEC, al creditore procedente la dichiarazione di possedere cose appartenenti al debitore, specificando di quali cose o di quali somme è debitore o si trova in possesso e quando ne deve eseguire il pagamento o la consegna.

 

La dichiarazione deve essere spedita entro 10 giorni dalla notifica al terzo dell’atto di pignoramento.

In caso di mancato invio della dichiarazione, il creditore procedente lo deve dichiarare in udienza e il giudice, con ordinanza, fissa un’udienza successiva. L’ordinanza è notificata al terzo almeno 10 giorni prima della nuova udienza. Se questi non compare alla nuova udienza o, comparendo, rifiuta di fare la dichiarazione, il credito pignorato o il possesso del bene di appartenenza del debitore, nei termini indicati dal creditore, si considera non contestato ai fini del procedimento in corso e dell’esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione e il giudice provvede all’assegnazione o alla vendita del bene.

 

Se sulla dichiarazione sorgono contestazioni, il giudice dell’esecuzione le risolve, compiuti i necessari accertamenti, con ordinanza. L’ordinanza produce effetti ai fini del procedimento in corso e dell’esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione ed è impugnabile con l’opposizione agli atti esecutivi.

 

Nella nuova disciplina non si prevede più alcuna differenza tra i crediti derivanti da rapporti di lavoro e gli altri crediti.

 

L’assegnazione delle somme pignorate

Se la banca si dichiara debitrice di somme immediatamente esigibili o comunque esigibili nel termine di 90 giorni, il giudice dell’esecuzione le assegna in pagamento.

Il giudice dispone l’assegnazione o la vendita con ordinanza, dopo aver verificato l’idoneità del titolo esecutivo e la correttezza della quantificazione del credito operata dal creditore nel precetto e anche se il creditore non ne ha contestato l’ammontare. Tale accertamento è impugnabile nei modi e termini della opposizione agli atti esecutivi.

 

L’ordinanza deve poi essere notificata, in forma esecutiva, al terzo.


Autore immagine: 123rf com

 


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Commenti
4 Gen 2016 Paolo X

Complimenti per l’articolo.

Una piccola nota; Nell’esempio delle 1000 euro di fido non avete menzionato la soglia di inpignorabilità.

Mi chiedo inoltre cosa succede se, una volta arrivata la notifica di pignoramento, il debitore apre subito un’altro conto corrente?

Grazie