Il falso dell’acqua con poco sodio: oltre al cloruro c’è il bicarbonato
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4 Gen 2016
 
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Il falso dell’acqua con poco sodio: oltre al cloruro c’è il bicarbonato

Consumatori e diete povere di sodio: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea dichiara illegittime le etichette di bottiglia dell’acqua potabile da tavola che dichiarano “basso contenuto di sodio o sale”.

 

Non ogni “acqua con poco sodio” è davvero “con poco sale”: lo sa bene la Corte di Giustizia dell’Unione Europea che ha appena emesso una sentenza [1] in cui si fa chiarezza su un settore spesso lasciato alla suggestione dei consumatori. Secondo i giudici di Lussemburgo, sono illegittime le pubblicità e le etichette di bottiglia vendute nei supermercati quando dichiarano “acqua a basso contenuto di sodio o di sale”, o che sono indicate per le diete povere di sodio. E questo perché la verifica della quantità di sale viene fatta tenendo conto solo del clorulo di sodio (e quindi del comune sale da cucina), ma non anche del bicarbonato di sodio, che è un altro sale. È alla somma di questi due valori che bisogna guardare per verificare se davvero l’acqua sia indicata per una dieta priva di sali.

 

La Corte UE decreta così lo stop alla commercializzazione di bevande con un contenuto complessivo di sodio – quindi considerando tutti gli elementi – superiore a quello fissato dal regolamento comunitario sulle indicazioni nutrizionali e sulla salute fornite sui prodotti alimentari [2].

 

 

Il limite di sodio nell’acqua “a baddo contenuto di sodio”

In proposito l’Italia ha emanato, nel 2011, un decreto legislativo [3] che si occupa della materia: in esso si specifica che l’indicazione “a basso contenuto di sodio” può essere utilizzata solo a condizione che il contenuto sia inferiore a 20 milligrammi per litro, tenendo conto di tutti i componenti chimici. Solamente in questo caso, inoltre, è possibile precisare che una determinata acqua è “indicata per le diete povere di sodio”.

 

Il sodio – scrive la Corte – è un componente di diverse sostanze chimiche e, di conseguenza, è fuorviante fare riferimento a un unico elemento (come il cloruro di sodio) per sostenere che una determinata marca di acqua minerale è adatta per le diete a basso consumo di sale. Tra l’altro il regolamento, nell’indicare il quantitativo massimo di sodio sulle etichette, non fa distinzione tra “il sodio in funzione del composto chimico di cui fa parte o dal quale deriva”. Pertanto – proseguono i giudici europei – è necessario considerare la presenza complessiva di sodio, qualunque sia la sua forma chimica. Diversamente si finisce per pregiudicare il consumatore, che non viene sufficientemente informato su ciò che acquista e non è in grado di compiere scelte con piena cognizione di causa, senza incappare in pubblicità e informazioni false.

 

 

Il consumatore deve avere poco sale in acqua ma molto in zucca

Alla luce di ciò, bisogna considerare anche le scarse conoscenze di chimica e di alimentazione che può avere il consumatore, non avvezzo a leggere nel riquadro dell’etichetta con l’indicazione dei componenti chimici: è verosimile che questi, infatti, si limiti a leggere la scritta di maggior rilievo sulla confezione dell’acqua, più visibile, colorata, comprensibile e suggestiva. Per questo è necessario evitare qualsiasi comunicazione tendenziosa o fuorviante, che possa trarre in inganno chi acquista, attraverso diciture come “prodotto dietetico” o “a scarso contenuto di sale”, se poi non è questa la verità.

 

Non è solo un discorso di rispetto della concorrenza tra imprese (alcune della quali, invece, si attengono a un’informazione corretta), ma anche di tutela della salute. Per cui è inutile parlare di libertà di espressione dell’imprenditore e, quindi, chiamare in ballo la Carta Ue sui diritti fondamentali e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È vero che il limite imposto dal regolamento Ue costituisce una ingerenza nella libertà di espressione, ma ciò è giustificato dal perseguimento di un obiettivo legittimo, vale a dire la tutela della salute umana.


[1] C. Giust. UE. sent. del 17.12.2015 nella causa C-157/14.

[2] Regolamento UE n. 1924/2006, modificato dal regolamento 107/2008.

[3] Dlgs 176/2011 di recepimento della direttiva UE n. 2009/54.

 


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