Il monopolio della scuole statale: una risorsa o un peso?
Miscellanea
5 Gen 2016
 
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Rubbettino
 


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Il monopolio della scuole statale: una risorsa o un peso?

Scuola di Stato e scuola privata: la competizione nell’istruzione.

 

La scuola di Stato è un patrimonio grande e prezioso che va protetto, salvato; solo che quanti difendono il monopolio statale dell’istruzione non aiutano la scuola di Stato a sollevarsi dalle difficoltà in cui versa. Nessuna scuola sarà mai uguale all’altra – un preside più attivo, una segretaria più operosa, una biblioteca ben fornita, un laboratorio ben attrezzato, insegnanti più preparati, ecc., bastano a fare la differenza. Ma se nessuna scuola sarà mai uguale all’altra, tutte potranno migliorarsi attraverso la competizione. In breve, esistono buone ragioni per affermare che è tramite la competizione tra scuola e scuola che si può sperare di salvare la nostra scuola: la scuola statale e quella non-statale.

 

La realtà è che, è bene insistervi, il monopolio statale dell’istruzione è la vera, acuta, pervasiva malattia della scuola italiana. Il monopolio statale nella gestione dell’istruzione – come fatto presente, e non da oggi, da Antonio Martino – è negazione di libertà; è in contrasto con la giustizia sociale; devasta l’efficienza della scuola.

E favorisce l’irresponsabilità di studenti, talvolta anche quella di alcuni insegnanti e, oggi, pure quella di non pochi genitori. Il monopolio statale dell’istruzione è negazione di libertà: unicamente l’esistenza della scuola libera garantisce alle famiglie delle reali alternative sia sul piano dell’indirizzo culturale e dei valori che sul piano della qualità e del contenuto dell’insegnamento. Il monopolio statale dell’istruzione viola le più basilari regole della giustizia sociale: le famiglie che iscrivono il proprio figlio alla scuola non statale pagano due volte; la prima volta con le imposte – per un servizio di cui non usufruiscono – e una seconda volta con la retta da corrispondere alla scuola non statale.

 

Il monopolio statale dell’istruzione devasta l’efficienza della scuola: la mancanza di competizione tra istituzioni scolastiche trasforma queste ultime in nicchie ecologiche protette e comporta di conseguenza, in genere, irresponsabilità, inefficienza e aumento dei costi. La questione è quindi come introdurre linee di competizione nel sistema scolastico, fermo restando che ci sono due vincoli da rispettare: l’obbligatorietà e la gratuità dell’istruzione.

 

Teme la concorrenza chi ha paura del confronto e sotto il manto pretestuoso di un’uguaglianza (al ribasso) si affanna a proteggere i propri interessi a spese degli altri. Scriveva Salvemini («L’Unità», del 17 ottobre 1913): «Il Governo tenga le sue scuole e cerchi di farle andare meglio che sia possibile; e i privati restino assolutamente liberi, nei limiti delle leggi comuni, di organizzare le loro scuole come meglio credono. La scuola privata può avere anche un utile campo di tentativi e di esperimenti pedagogici a patto di essere lasciata del tutto libera. Dalla concorrenza delle scuole private libere le scuole pubbliche – purché stiano sempre in guardia, e siano spinte dalla concorrenza a migliorarsi, e non pretendano neghittosamente eliminare con espedienti legali la concorrenza stessa – hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere […]». Contrario – sta parlando della scuola media – sia al monopolio di Stato come anche alla “libertà di insegnamento” così come «la intendono i clericali, cioè come arma per demolire le scuole pubbliche e arrivare al monopolio ecclesiastico», Salvemini («L’Unità», del 17 maggio 1919) insiste sul fatto che «il metodo migliore per risolvere il problema […] è sempre quello escogitato dai liberali del nostro Risorgimento: non vietare l’insegnamento privato, ma mantenere in concorrenza con esso un sistema di scuole pubbliche».

 

Di fronte a quello che egli vede come «un diffuso desiderio tra noi che sia proibito l’insegnamento privato», Salvemini aveva già fatto presente qualche anno prima, su «Critica Sociale» (del 1 ottobre 1907) che: «a parte le difficoltà materiali insuperabili, che renderebbero vana ogni legislazione giacobina contro le scuole private, io non credo che la scuola pubblica avrebbe molto da guadagnare dalla scomparsa della scuola privata […]. Questa può essere un utile campo di esperimenti pedagogici, rappresentare sempre un pungiglione ai fianchi della scuola pubblica, e obbligarla a perfezionarsi, senza tregua, se non vuole essere vinta e sopraffatta».

 

Ma c’è molto di più. Difatti – precisa Salvemini – «se nella città, in cui abito, le scuole pubbliche funzionassero male, e vi fossero scuole private che funzionassero meglio, io vorrei essere pienamente libero di mandare i miei figli a studiare dove meglio mi aggrada. Lo Stato ha il dovere di educare bene i miei figli, se io voglio servirmi delle sue scuole. Non ha il diritto di impormi le sue scuole, anche se in esse i miei figli saranno educati male. E non è proprio questa l’ora, in cui più sincera e più aspra e io direi anche più eccessiva è la critica che noi stessi facciamo delle nostre scuole, non è proprio questa l’ora più adatta a chiedere la soppressione delle scuole private […]».

 

Al sistema formativo di tipo “napoleonico”, cioè al “metodo monopolistico”, Luigi Einaudi oppone il “metodo anglosassone”, cioè il “metodo di libertà”. E proprio a questo, scrive Luigi Einaudi nelle Prediche inutili, «dobbiamo, con sforzo continuo, ritornare; ritornare, dico, perché esso è il metodo eterno di tutti i tempi e di tutti i paesi nei quali più feconda è stata la scuola: quando Bologna, Padova, Pavia e Parigi vedevano consacrata da diplomi imperiali o da bolle pontificie un’università già nota e viva e operosa perché i lettori famosi avevano eletto stanza in quella città e avevano, con lo splendore della loro dottrina, attirati a sé gli scolari vaganti d’Europa e avevano ivi fatti rifiorire gli studi umanistici e fisici». Il “metodo di libertà” fa tutt’uno con il principio del tentativo e dell’errore: «Trial and error è il motto appropriato alle scuole in cui domina la libertà. E sta qui la differenza fondamentale tra il metodo “monopolistico” e quello di “libertà”: quello monopolistico consente i mutamenti solo quando essi sono consacrati da una autorità pubblica; laddove il metodo di libertà riconosce sin dal principio di potere versare nell’errore e auspica che altri tenti di dimostrare l’errore e di scoprire la via buona alla verità».

 

In breve: «Senza concorrenza fra istituti statali e istituti privati, non v’ha sicurezza che l’insegnamento sia l’ottimo. Importa esistano rivalità, emulazione, concorrenza perché perizia, ingegno, carattere siano stimolati al bene. Il monopolio, anche dello Stato, è sinonimo di stasi, di pigrizia mentale, di prepotere».

 

Competizione: solo che soluzioni migliori saranno impossibili fino a che la competizione tra scuola pubblica e scuola privata sarà resa irta di difficoltà se non addirittura impossibile dal finanziamento pubblico alla sola scuola statale. Da un lato, infatti, avremo la scuola pubblica «mantenuta con il denaro di tutti, con le imposte pagate da tutti i cittadini secondo le norme di giustizia accolte nel Paese», e dall’altro una scuola privata che «non gode di nessun contributo di imposte e deve provvedere da sé all’intero costo dell’insegnamento». Questa l’argomentazione di Einaudi: «Se si suppone, a cagion di esemplificazione grossolana, probabilmente inferiore al vero, che la scuola pubblica provveda, per ogni 100 lire di costo, con 70 lire di contributo statale tratte dalle imposte e con 30 lire pagate dagli studenti, la scuola privata dovrà coprire tutte le cento lire con i contributi degli iscritti. I genitori degli studenti frequentatori degli istituti privati non solo debbono pagare 100 invece di 30; ma, essendo cittadini contribuenti anch’essi, hanno dovuto inoltre partecipare al pagamento delle 70 lire che lo Stato destina al sovvenimento delle scuole pubbliche. Doppia e flagrante ingiustizia; ché i frequentatori delle scuole private non solo assolvono 100 invece di 30; ma in aggiunta sono gravati delle 70 lire volte a beneficio altrui».

È così, allora, si comprende che in tempi di crisi economica, come gli attuali, molte famiglie non avranno più la disponibilità economica per pagare la retta della scuola privata, con la conseguenza che uno dopo l’altro istituti privati, anche di grande prestigio, sono costretti a chiudere.

 

Quindi: famiglie private della possibilità di scegliere per i propri figli la scuola da esse ritenuta migliore; e un sistema formativo dove ogni significativa innovazione viene stravolta nella trama dei regolamenti di una burocrazia asfissiante. In ogni caso, dice ancora Einaudi, tutto ciò sta a significare che «i genitori, che non vogliono o non possono assoggettarsi ad oneri diversi e maggiori di quelli gravanti sugli iscritti alle scuole pubbliche, sono forzati ad iscrivere i figli in questa con violenza recata alla loro volontà e al loro diritto di scelta; e soprattutto con il risultato di creare, di fatto, il monopolio statale della istruzione, con danno palese per la cosa pubblica, non dissimile dal danno recato da ogni altra specie di monopolio».

 

Queste, dunque, le conseguenze dirette del finanziamento pubblico a esclusivo beneficio delle scuole di Stato. E a questo punto val la pena soffermarci su un’altra non irrilevante conseguenza di tale realtà. Di continuo si ripete che lo Stato non deve finanziare le scuole private per la semplice ragione che queste sarebbero scuole dei ricchi: i ricchi, proprio perché ricchi, si finanzino le loro scuole, non chiedano soldi allo Stato – denaro estremamente necessario al funzionamento della scuola statale. Questa, tuttavia, è la situazione: le scuole non statali stanno sostanzialmente scomparendo dal nostro Paese; hanno chiuso o chiudono i battenti per mancanza di iscrizioni; mancanza di iscrizioni dovuta a un impoverimento generale e diffuso delle famiglie di lavoratori; le scuole private che ancora resistono, lottano ogni giorno per la sopravvivenza; fiorenti ne restano poche, soprattutto nelle grandi città dove ancora vivono famiglie ricche e benestanti. Dunque: esistono, anche se sono poche, ormai sempre di meno, scuole private che sono scuole dei ricchi. Ma il pregiudizio, duro a morire, è che tutte le scuole private sono scuole dei ricchi.

 

La verità è che le scuole private – si pensi alle scuole dei padri somaschi, dei lassalliani, dei salesiani, degli scolopi, delle orsoline e così via – sono sorte e sopravvissute in vista dell’educazione dei figli e delle figlie delle famiglie più povere. Se alcune di queste scuole, tra quelle che sono sopravvissute e che con coraggio e generosità riescono ad andare avanti, si sono trasformate in scuole dei ricchi, ciò si deve alla pressione di uno statalismo cieco e irresponsabile.

 

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