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Lo sai che? Pubblicato il 7 gennaio 2016

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Lo sai che? Assegni scoperti: più difficile opporsi alla sanzione

> Lo sai che? Pubblicato il 7 gennaio 2016

Emissione di assegni senza provvista o a vuoto: se il soggetto sanzionato disconosce la firma sul titolo non è necessaria l’istanza di verificazione per confermare la sanzione amministrativa, essendo sufficienti anche le presunzioni.

 

Emissione di assegni a vuoto: è ormai noto a tutti che non si tratta più di un illecito penale, ma amministrativo; per cui chi commette tale condotta subisce una solo una sanzione da parte della Prefettura. L’opposizione a tale sanzione, però, è divenuta più difficile a seguito di una sentenza emessa dalla Cassazione nell’anno appena passato [1]. Secondo infatti la Corte, nell’ambito del giudizio di opposizione al decreto che irroga la sanzione pecuniaria per emissione di assegni scoperti [2], l’emittente può sì disconoscere la propria sottoscrizione ponendone in discussione l’autenticità (per esempio, dichiarando che il libretto gli è stato sottratto e che, pertanto, la firma non è la sua), ma l’amministrazione può dimostrare il contrario anche con qualsiasi altro mezzo di prova, ed anche con semplici presunzioni. Non si applicano, quindi, in questo caso le regole generali secondo cui tutte le volte in cui l’autore di una firma ne disconosce l’autenticità, la controparte deve instaurare l’apposito procedimento detto “istanza di verificazione”.

La tesi appena sposata dalla Cassazione era stata varata nel lontano 1993, ma poi la stessa Corte se ne era discostata nel 1999. Ora, invece, i giudici sono ritornati al primitivo orientamento. In sintesi, nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, qualora il soggetto che formalmente appare come emittente disconosca la sottoscrizione ivi comparente, spetta all’autorità che ha irrogato la sanzione dimostrare l’autenticità della sottoscrizione, ma a tal fine non deve proporre istanza di verificazione, essendo sufficiente anche il ricorso a presunzioni.

La sanzione

Risponde dell’illecito amministrativo di emissione di assegni senza provvista chiunque emetta un assegno, bancario o postale che, presentato in tempo utile per l’incasso, non venga pagato per mancanza di provvista.

note

[1] Cass. sent. n. 5574 del 19.03.2015.

[2] Art. 2 Dl 6 giugno 1956, n. 476 (convertito in legge 25 luglio 1956, n. 786).

[3] Cass. sent. n. 2969/1993

[4] Cass. sent. n. 14278/2007. La necessità della proposizione della istanza di verificazione in ipotesi di disconoscimento della sottoscrizione di un assegno può richiedersi nel solo caso in cui venga in discussione il rapporto di credito incorporato dal titolo: nel caso in cui, viceversa, venga in considerazione la potestà sanzionatoria esercitata a fronte della commissione dell’illecito amministrativo di emissione di un assegno privo di provvista, non può ritenersi che l’unica possibilità per l’amministrazione che abbia adottato il provvedimento sanzionatorio per dimostrare la fondatezza della pretesa punitiva possa essere rappresentata dalla formulazione della istanza di verificazione che, come detto, risponde ad altre finalità ed attiene al rapporto di credito incorporato dal titolo.

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Una volta che il destinatario della sanzione amministrativa per emissione di assegno senza provvista opponga il disconoscimento della sottoscrizione dell’assegno l’amministrazione può provare l’elemento materiale dell’illecito con altri mezzi di prova, ed eventualmente anche a mezzo di presunzioni.

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  

SEZIONE SECONDA CIVILE                      

sentenza                                      

sul ricorso iscritto al N.R.G. 26063 del 2009, proposto da:

PREFETTURA – UFFICIO TERRITORIALE DEL GOVERNO DI FERRARA, in persona

– ricorrente –

contro

C.M. ((OMISSIS

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO 1. – Con sentenza n. 619/2009, il Tribunale di Ferrara accoglieva l’appello di C.M. avverso la sentenza del Giudice di pace di Ferrara del 2 marzo 2007, con la quale era stata rigettata l’opposizione proposta dal C. avverso le ordinanze ingiunzioni emesse nei suoi confronti per emissione di assegni senza la dovuta provvista.
Il Tribunale rigettava, in primo luogo, l’eccezione, formulata dalla difesa erariale, di incompetenza ~ territoriale, rilevando che, poichè nel giudizio di opposizione a sanzioni amministrative competente è il giudice del luogo della commessa infrazione e che a tale criterio non deroga l’art. 25 c.p.c., doveva escludersi che la detta deroga potesse operare con riguardo al giudizio di appello.
Nel merito, il Tribunale rilevava che, sin dal ricorso in opposizione, il C. aveva disconosciuto le firme apposte sugli assegni cui si riferivano le ordinanze-ingiunzioni opposte, senza che l’amministrazione opposta avesse dichiarato di volersi avvalere dei documenti e senza che la medesima amministrazione avesse avanzato istanza di verificazione. Pertanto, in base alle regole del giudizio di cognizione ordinaria, applicabili anche al giudizio di opposizione ad ordinanza-ingiunzione, doveva ritenersi che, non avendo l’amministrazione fatto ricorso alla procedura di verificazione, non potevano considerarsi provati gli illeciti sanzionati.
2. – Avverso questa sentenza la Prefettura – Ufficio Territoriale del Governo di Ferrara ha proposto ricorso sulla base di due motivi, cui ha resistito, con controricorso, C.M., il quale ha anche depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE 1. – Con il primo motivo l’amministrazione ricorrente deduce violazione delle norme sulla competenza (art. 25 c.p.c. e R.D. n. 1611 del 1933, art. 7, comma 2), in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 2, ribadendo la propria eccezione di difetto di competenza del Tribunale di Ferrara, competente essendo, in forza del principio del foro erariale, il Tribunale di Bologna.
A conclusione del motivo la ricorrente formula il seguente quesito di diritto: “Dica l’Ecc.ma Corte di cassazione se, nell’ambito del giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione, disciplinato dalla L. n. 689 del 1981, art. 22 e segg., in grado di appello debbano operare l’art. 25 c.p.c. e il R.D. n. 1611 del 1933, art. 7, comma 2, con la conseguenza che – a pronunciare sull’impugnazione di sentenza del Giudice di Pace – è competente il Tribunale del luogo ove ha sede l’avvocatura dello Stato nel cui distretto le sentenze furono pronunciate”.
1.1. – Il motivo è infondato.
Le Sezioni Unite di questa Corte, infatti, hanno affermato il principio per cui “ai fini della competenza territoriale relativa ai procedimenti d’appello avverso le sentenze emesse dal giudice di pace in materia di opposizione a sanzioni amministrative, non si applica la regola del “foro erariale” stabilita nel R.D. 30 ottobre 1933, n. 1611, art. 7, relativa alle controversie in cui sia parte un’Amministrazione dello Stato” (Cass., S.U., ord. n. 23285 del 2010).
Il Collegio condivide tale principio, al quale intende dare continuità.
2. – Con il secondo motivo la Prefettura – UTG di Ferrara deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 214, 215 e 216 c.p.c. e art. 2697 c.c., sostenendo che il Tribunale avrebbe errato nel ritenere applicabile, nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, il regime probatorio del disconoscimento di scrittura privata, desumendo da ciò che, in caso di mancata verificazione della scrittura, anzichè prodursi l’effetto che il documento non poteva essere valutato come mezzo di prova, lo stesso dovesse essere ritenuto di per sè falso (e non già “neutro” dal punto di vista probatorio), escludendo altresì che potessero essere valutati e apprezzati tutti gli altri elementi di prova.
Premesso che il disconoscimento, in linea di principio, produce solo ed esclusivamente l’effetto, in mancanza di verificazione, che il documento disconosciuto non può essere valutato dal giudice, la difesa erariale rileva che allorquando il disconoscimento abbia ad oggetto un titolo di credito occorre distinguere il caso in cui la controversia riguardi il diritto di credito incorporato nel titolo da quello in cui la controversia verta tra soggetti diversi dai titolari del rapporto di credito, e concerna segnatamente la responsabilità per un’infrazione commessa con l’emissione dell’assegno. Nel primo caso, il regime del disconoscimento può trovare completa attuazione e avere effetto decisivo sulla controversia, atteso che, non potendosi avvalere del titolo, la parte titolare del credito, in assenza di verificazione, non può dare prova del diritto; nel secondo caso, sussisterebbe una vera e propria incompatibilità con la funzione e la struttura del giudizio di verificazione, atteso che il disconoscimento non proverebbe nulla in ordine alla autenticità del documento e quindi sulla responsabilità in ordine alla sua emissione.
Il Tribunale, inoltre, avrebbe errato nel ritenere che, per effetto della mancanza di verificazione, dovesse escludersi automaticamente la prova dell’autenticità del documento e quindi della responsabilità del trasgressore, in quanto la mancanza di verificazione equivale ad una dichiarazione di non volersi avvalere del documento, che rimane neutro dal punto di vista probatorio.
A conclusione del motivo la ricorrente formula il seguente quesito di diritto: “Dica l’Ecc.ma Corte di cassazione se, nell’ambito del giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione per emissione di assegni senza provvista (L. n. 386 del 1990 , art. 2), vertendosi in ordine all’accertamento della responsabilità del trasgressore, il Giudice violi gli artt. 214, 215 e 216 c.p.c., nonchè l’art. 2697 c.c., qualora – come nella specie – faccia discendere la mancata prova dell’autenticità della sottoscrizione degli assegni e l’insussistenza dell’illecito dalla sola mancata presentazione dell’istanza di verificazione della firma disconosciuta dall’ingiunto”.
3. – Con il terzo motivo l’amministrazione ricorrente denuncia il vizio di omessa motivazione, sostenendo che la mancata presentazione della istanza di verificazione nulla direbbe in ordine all’autenticità del documento e alla paternità del sottoscrittore, rimanendo neutro dal punto di vista probatorio in ordine alla responsabilità per l’infrazione contestata e la sanzione irrogata;
in tal modo, osserva la ricorrente, il Tribunale avrebbe del tutto omesso di motivare sulla responsabilità del trasgressore, che viceversa risultava provata dalla documentazione depositata sin dal primo grado di giudizio, consistente nei protesti, nei quali l’Ufficiale giudiziario affermava che la firma apposta sugli assegni era del sig. C.M., e nelle segnalazioni fatte dalla Banca al Prefetto in ordine alla emissione di assegno senza provvista sul conto corrente intestato alla Traghetto s.r.l., da parte del rappresentante legale con firma autorizzata sul conto corrente e individuato nel sig. C..
Ai sensi dell’art. 366-bis c.p.c., l’amministrazione ricorrente individua la seguente questione sottoposta all’esame della Corte:
”Dica l’Ecc.ma Corte di cassazione se il Tribunale, – nell’ambito di un giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione per emissione di assegni senza provvista (L. n. 386 del 1990, ex art. 2), – facendo discendere l’insussistenza dell’illecito dalla sola, mancata presentazione dell’istanza di verificazione della firma disconosciuta dall’ingiunto sugli assegni, abbia omesso di motivare sul punto decisivo della questione controversa, quello dell’accertamento della responsabilità del trasgressore, per come valutabile dagli elementi offerti in atti, quali i protesti elevati, le segnalazioni della banca e gli atti del procedimento sanzionatorio”.
4. – Il secondo motivo di ricorso è fondato.
Questa Corte ha avuto modo di affermare il principio per cui “in tema di giudizio di opposizione al decreto del Ministero del Tesoro irrogativo di sanzione pecuniaria per violazione del D.L. 6 giugno 1956, n. 476, art. 2 (convertito in L. 25 luglio 1956, n. 786) nel caso in cui la prova dell’illecito valutario che l’Amministrazione attribuisce alla controparte è costituita da un assegno, colui contro il quale tale prova è addotta può disconoscere la propria sottoscrizione, ponendo in discussione l’autenticità dell’assegno, ma il conseguente accertamento va compiuto, senza dover ricorrere alle forme del giudizio di verificazione di cui all’art. 216 c.p.c., come accertamento istruttorio finalizzato alla sola decisione sulla debenza della pena pecuniaria e senza alcuna statuizione sulla autenticità della sottoscrizione” (Cass. n. 2696 del 1003).
In motivazione, nella citata decisione, si è affermato che il giudizio di verificazione della scrittura privata disconosciuta, disciplinato dall’art. 216 c.p.c. e segg., ha la funzione di accertare la autenticità della scrittura o della sottoscrizione, che sono state disconosciute a norma del precedente art. 214. Si è quindi rilevato che sono discussi gli effetti della pronuncia di verificazione, atteso che un primo orientamento interpretativo, configurando l’istanza di verificazione come azione di accertamento incidentale, attribuisce alla sentenza conclusiva la possibilità di acquistare autorità di cosa giudicata, quanto meno nell’ipotesi di dichiarazione positiva di autenticità (art. 220 cpv. c.p.c.); un contrario orientamento interpretativo ravvisa nell’istanza di verificazione una richiesta istruttoria diretta ad ottenere l’ammissione di un mezzo di prova e quindi limita gli effetti della pronuncia di verificazione alla efficacia probatoria della scrittura privata, tendendo a negare a detta pronuncia effetti extraprocessuali.
Tuttavia, si è precisato, quando la verificazione ha per oggetto un titolo di credito (come nel caso di specie), l’incorporazione nel documento del diritto fa si che il relativo giudizio non possa dirsi limitato alla formazione della prova, comportando implicazioni necessarie sulla autenticità o falsità del titolo di credito e quindi sulla esistenza o meno del diritto in esso incorporato.
Da tale caratteristica deriva che non può svolgersi un giudizio di verificazione dell’assegno in assenza dei soggetti che appaiono titolari dei diritti in esso incorporati, e nei confronti, invece, del Ministero del tesoro, il quale è del tutto estraneo rispetto a tali diritti. D’altro canto, i soggetti titolari dei diritti derivanti dall’assegno ad apparente firma del sottoscrittore non sono legittimati a partecipare al giudizio di opposizione ad ordinanza ingiunzione, che concerne la legittimità della inflizione di pena pecuniaria per una infrazione valutaria.
Nella citata sentenza si è quindi ritenuta sussistente una incompatibilità tra la funzione e la struttura del giudizio di verificazione della scrittura privata disciplinato dall’art. 216 c.p.c. e segg. (qualunque sia la tesi interpretativa che al riguardo si voglia recepire) e la fattispecie oggetto di giudizio, in cui la prova dell’illecito valutario attribuito dall’Amministrazione alla controparte era costituita da un assegno.
Da qui la duplice conclusione che: “colui contro il quale tale prova è addotta può disconoscere la propria sottoscrizione, ponendo in questione l’autenticità dell’assegno, ma il conseguente accertamento va compiuto al di fuori delle forme del giudizio di verificazione, come accertamento istruttorio finalizzato alla sola decisione sulla debenza della pena pecuniaria da parte del (sottoscrittore) (e senza alcuna statuizione diretta sulla autenticità della sottoscrizione dell’assegno, e quindi sulla sua falsità)”; “è erronea, pertanto, la sentenza impugnata che ha fatto discendere la insussistenza dell’illecito dalla sola mancata presentazione dell’istanza di verificazione della scrittura privata da parte dell’Amministrazione del tesoro”.
4.1. – In una successiva pronuncia, tuttavia, questa Corte ha affermato il diverso principio per cui “ai sensi del D.Lgs. n. 507 del 1999, art. 29, risponde dell’illecito amministrativo di emissione di assegni senza provvista chiunque emetta un assegno, bancario o postale che, presentato in tempo utile per l’incasso, non venga pagato per mancanza di provvista; ne consegue che, nel giudizio di opposizione a sanzione amministrativa, qualora il soggetto che formalmente appare come emittente disconosca la sottoscrizione ivi comparente, grava sull’autorità che ha irrogato la sanzione l’onere di dimostrare l’autenticità della sottoscrizione, proponendo idonea istanza di verificazione. (Nella specie, la S.C. ha riformato la sentenza di merito, che aveva rigettato l’opposizione proposta dall’amministratore di una società di capitali ritenendo che la mancata comunicazione alla banca dell’avvenuta cessazione dalla carica di amministratore precludesse la prova della falsità della sottoscrizione e considerando idoneo a provare l’autenticità della firma il mero protesto dell’assegno, omettendo di valutare l’inidoneità di tale atto a dimostrare la provenienza e l’autenticità del titolo)” (Cass. n. 14278 del 2007).
5. – Il Collegio ritiene che debba essere privilegiato il primo orientamento per le seguenti ragioni.
In primo luogo, perchè la seconda decisione afferma la indispensabilità, in ipotesi di disconoscimento della sottoscrizione dell’assegno da parte dell’opponente a ordinanza ingiunzione, della istanza di verificazione, senza prendere in considerazione le argomentazioni svolte nella prima sentenza. In secondo luogo, perchè, come esattamente rilevato nella motivazione della prima decisione, la necessità della proposizione della istanza di verificazione in ipotesi di disconoscimento della sottoscrizione di un titolo di credito può predicarsi nel solo caso in cui venga in discussione il rapporto di credito incorporato dal titolo; nel caso in cui, viceversa, venga in considerazione la potestà sanzionatoria esercitata a fronte della commissione dell’illecito amministrativo di emissione di un assegno privo di provvista, non può ritenersi che l’unica possibilità per l’amministrazione che abbia adottato il provvedimento sanzionatorio per dimostrare la fondatezza della pretesa punitiva possa essere rappresentata dalla formulazione della istanza di verificazione che, come detto, risponde ad altre finalità ed attiene al rapporto di credito incorporato dal titolo.
In sostanza, una volta che il destinatario della sanzione amministrativa per emissione di assegno senza provvista opponga il disconoscimento della sottoscrizione dell’assegno l’amministrazione può provare l’elemento materiale dell’illecito con altri mezzi di prova, ed eventualmente anche a mezzo di presunzioni. In ciò si rinviene l’errore in diritto nel quale è incorsa la sentenza impugnata, atteso che la stessa ha ritenuto che l’unica modalità della quale l’amministrazione poteva avvalersi per dimostrare la sussistenza dell’illecito, a fronte del disconoscimento della sottoscrizione, fosse l’istanza di verificazione, cosi omologando il rapporto rilevante sul piano dell’illecito amministrativo a quello, del tutto differente, del rapporto intercorrente tra il sottoscrittore del titolo e il beneficiario dello stesso.
6. – In conclusione, rigettato il primo motivo di ricorso, accolto il secondo e assorbito il terzo, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio al Tribunale di Ferrara, in persona di diverso magistrato, il quale procederà a nuovo esame dell’appello alla luce del seguente principio di diritto: “nel giudizio di opposizione a ordinanza ingiunzione per emissione di assegni senza provvista, qualora il soggetto che formalmente appare come emittente disconosca la sottoscrizione che compare sul titolo, l’autorità che ha irrogato la sanzione non ha l’onere di dimostrare l’autenticità della sottoscrizione mediante idonea istanza di verificazione, potendo la sussistenza dell’illecito essere dimostrata con altri mezzi di prova e anche mediante presunzioni”.
Al giudice di rinvio è demandata altresì la regolamentazione delle spese del giudizio di cassazione.

 PQM


La Corte rigetta il primo motivo di ricorso, accoglie il secondo, assorbito il terzo; cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di cassazione, al Tribunale di Ferrara, in persona di diverso magistrato.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 20 gennaio 2015.
Depositato in Cancelleria il 19 marzo 2015

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