La famiglia di fatto: nozioni generali sulla convivenza
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9 Gen 2016
 
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La famiglia di fatto: nozioni generali sulla convivenza

La nozione della famiglia di fatto, convivenza ed evoluzione storica.

 

Un fenomeno sociale in costante aumento è quello della convivenza senza matrimonio, ossia di persone che, pur non essendo sposate (o essendosi lasciate alle spalle un matrimonio), vivono more uxorio (dal latino mos, che significa usanza, costume, e uxor, che significa moglie), ossia come se fossero marito e moglie senza esserlo per il diritto.

 

L’espressione «famiglia di fatto» è oggi normalmente utilizzata proprio al fine di individuare quella particolare e spontanea formazione sociale che contiene in sè la struttura essenziale della famiglia fondata sul matrimonio, pur essendo priva di qualsiasi formalizzazione, religiosa o anche solo civile del rapporto di coppia .

 

La mancanza di formalizzazione avrebbe potuto limitarsi ad escludere l’uguaglianza davanti al diritto della coppia matrimoniale rispetto alla coppia di fatto; invece, quando si parla di assenza di formalizzazione, significa che il nostro legislatore non ha dettato alcuna norma giuridica per disciplinare almeno alcuni effetti di questo fenomeno sociale, così producendo un vuoto che ha prodotto una infinità di problemi ricaduti nelle aule giudiziarie anche se, come si avrà modo di vedere, esistono disposizioni legislative applicabili a svariati profili relativi alla situazione in esame.

 

Il vuoto legislativo, peraltro, è accompagnato da un vuoto etico; mancando norme giuridiche, la valutazione del fenomeno sociale e spontaneo di cui parliamo è rimesso alle opinioni, ai giudizi, talora ai pregiudizi, di chiunque voglia dire la sua sul tema.

 

Tale fenomeno, socialmente assai diffuso, di famiglia costituita senza l’atto formale del matrimonio, sorto con un atto di volontà privo di qualsiasi forma, si distingue nettamente sia da talune situazioni (matrimonio putativo, simulazione come vizio di volontà dell’atto di matrimonio), che presuppongono l’esistenza di un atto di matrimonio, seppure irregolarmente formato, sia dalla semplice coabitazione di persone fondata su motivazioni diverse (ospitalità, servizio o le c.d. comuni, in cui la convivenza è dovuta unicamente a motivi di carattere economico) .

 

Dottrina e giurisprudenza si sono lungamente confrontate sulla rilevanza giuridica del fenomeno e sulla disciplina dei rapporti interni ed esterni del nucleo così composto, non esistendo una regolamentazione espressa e generale del fenomeno, ma solo un complesso articolato di norme, prive di coordinamento, sparse e disorganiche che attribuiscono isolati effetti giuridici alla convivenza more uxorio, anche assai rilevanti, ma che gli sforzi interpretativi non riescono a ricomporre in un quadro normativo globale e coerente.

 

Come conseguenza di tanto, dottrina e giurisprudenza si sono decisamente distaccate sul punto; la maggioranza della dottrina ha optato per una definizione in senso negativo della famiglia di fatto ; al contrario la definizione in senso negativo della famiglia di fatto è stata invece contestata sia da una parte minoritaria della dottrina sia da una compatta giurisprudenza sul presupposto che occorrerebbe, parlando di coppie di fatto, riferirsi in senso positivo, «al rapporto di coppia, alle relazioni che in essa si svolgono e che hanno il proprio positivo fondamento in una convivenza sorretta da sentimenti di affetto, solidarietà, sostegno economico» .

 

Proprio la giurisprudenza, dal canto suo, ha recepito la dizione «famiglia di fatto», definendo il fenomeno alla stregua di una «convivenza caratterizzata da inequivocità, serenità e stabilità, da non confondere con i rapporti sentimentali saltuari caratterizzati o meno da continuativi rapporti sessuali, che possono anche dar luogo alla nascita di figli naturali».

 

La Suprema Corte, sin dal 1993, ha sempre cercato di applicare al tema in questione, il criterio della ragionevolezza quale corollario del più generale principio di eguaglianza formale e sostanziale ex art. 3 Cost. in modo da distinguere, all’interno dei cosiddetti rapporti di fatto, quelli dotati dei crismi della stabilità e della costanza, vale a dire quelli caratterizzati dall’«arricchimento e potenziamento reciproco della persona dei conviventi» e dalla «trasmissione di valori educativi ai figli», ricollegando solo a queste ultime ipotesi conseguenze giuridiche particolari e diverse da quelle riconosciute alla più ampia categoria dei rapporti sentimentali . Lungi dal costituire un riconoscimento giuridico del fenomeno in esame, le varie decisioni della Corte, dal 1993 in poi, hanno inteso attribuire un peso specifico notevole alle convivenze more uxorio sensibilmente radicate .

 

Le ragioni che possono condurre una coppia a stabilire una relazione avente carattere familiare, senza la celebrazione delle nozze, possono essere le più svariate: circostanze storiche e ambientali, motivazioni ideologiche di carattere religioso o di segno «libertario», e persino interessi economici , ma tali aspetti non interessano direttamente il giurista, cui spetta invece l’onere di stabilire se la convivenza e la nascita di figli al di fuori del vincolo sancito dal matrimonio diano luogo ed effetti rilevanti per il diritto .

 

Si è anche sottolineato in dottrina che la contrapposizione tra «rapporti di diritto» e «rapporti di fatto» si sviluppa pur sempre all’interno del mondo del diritto .

 

Tale constatazione, svolta a livello generale, vale sicuramente anche per l’unione libera, ossia per la famiglia di fatto, così come confermato da quella dottrina che, in Italia come all’estero, nega ormai quasi unanimemente che i rapporti tra i conviventi siano, in quanto tali, sottratti alla sfera del giuridicamente rilevante : l’espressione «di fatto» connota, dunque, semplicemente il modo in cui la fattispecie viene in essere (rebus ipsis et factis, appunto, e non per effetto di un negozio giuridico), non già le sue conseguenze .

 

Dal «peccaminoso» concubinato alla valorizzazione degli artt. 2 e 29 Cost.

È doveroso evidenziare che, in passato, la convivenza come marito e moglie tra persone non coniugate veniva considerata in senso fortemente negativo ed era nel contempo individuata con una diversa terminologia .

 

Fino agli anni Sessanta, infatti, con riferimento alle situazioni in discorso, si discuteva di concubinato. Con il suddetto termine, impiegato con un’accentuata accezione negativa, si intendeva quel modello familiare non fondato sul matrimonio e, dunque, ritenuto non meritevole di tutela da parte dell’ordinamento giuridico, quasi come ogni ipotesi di riconoscimento giuridico concesso alle convivenze di fatto avrebbe potuto condurre ad una degradazione dello status della famiglia matrimoniale.

 

Vale la pena di notare come, curiosamente, in Francia, al termine concubinage non è stato mai attribuita alcuna valenza negativa, al punto che la legge sui Pacs (Loi n. 99-944 du 15-11-1999, art. 3) ne ha sancito l’ingresso nel Code Civil (cfr. art. 515-8, secondo cui «Le concubinage est une union de fait, caractérisée par une vie commune présentant un caractère de stabilité et de continuité, entre deux personnes, de sexe différent ou de même sexe, qui vivent en couple») .

 

Successivamente, il mutamento del costume sociale ed alcune aperture a livello legislativo e giurisprudenziale (ci si riferisce, in particolare, alla parificazione della condizione dei figli nati fuori del matrimonio ai figli nati durante il matrimonio avutasi con la legge di riforma del diritto di famiglia del 1975 nonchè alla precedente sentenza della Corte Costituzionale del 1969 , che sancì l’illegittimità costituzionale del reato di concubinato previsto dal codice penale all’art. 560 c.p.) hanno consentito di superare i pregiudizi ancorati ad una concezione tradizionale della famiglia, ravvisando così nella convivenza more uxorio un’autonoma formazione sociale non necessariamente caratterizzata da un disvalore rispetto alla famiglia fondata sul matrimonio.

 

Successivo ed ulteriore passaggio dell’affrancamento della famiglia di fatto è stato il nuovo orientamento giurisprudenziale e, prima ancora, dottrinale che, soprattutto facendo leva sull’interpretazione dell’espressione «formazione sociale» di cui all’art. 2 Cost., ha attenuato in modo considerevole le differenze legislative intercorrenti tra la famiglia di fatto e la famiglia fondata sul matrimonio .

 

Da segnalare il contrasto esistente in dottrina nella lettura dell’art. 29, co. 1, Cost., tra coloro che — in un’ottica giusnaturalista — ravvisano nella citata norma un mero riconoscimento a livello legislativo della «società naturale» basata sulla famiglia matrimoniale e chi, invece, attribuendo alla disposizione in discorso una funzione costitutiva, vede nella famiglia «una formazione frutto di aggregazione all’interno della società operante in quanto riconosciuta dall’ordinamento» . Il superamento della concezione tradizionale consente oggi di individuare nell’art. 29 Cost. un favor del Costituente per la famiglia fondata sul matrimonio .

 

In giurisprudenza, parimenti, la Corte Costituzionale se, da un lato, nell’anno 1989, ritenne che «l’art. 29 Cost., pur non negando dignità a forme naturali del rapporto di coppia diverse dalla struttura giuridica del matrimonio, riconosce alla famiglia fondata sul matrimonio una dignità superiore in ragione dei caratteri di stabilità e certezza e della reciprocità e corrispettività di diritti e doveri che nascono solo dal matrimonio», in ogni caso già precisava che non necessariamente occorreva una previsione di trattamenti sanzionatori per la famiglia non fondata sul matrimonio, la cui tutela trovava, anzi, un fondamento nella stessa Carta Costituzionale all’art. 2, ove si intendono garantire i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.

 

Possiamo dunque affermare che, già al momento della emanazione della Carta Costituzionale, le limitazioni che nel nostro ordinamento derivano dal riconoscimento costituzionale della famiglia solo se fondata sul matrimonio, già non potevano e certamente non possono oggi, essere intese come il segno di un atteggiamento di riprovazione verso i vincoli non formalizzati .

 

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Autore immagine: 123rf com

 


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