La famiglia di fatto: le sentenze sui conviventi non sposati
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9 Gen 2016
 
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La famiglia di fatto: le sentenze sui conviventi non sposati

L’evoluzione della famiglia di fatto nella vita sociale e le “conquiste” per via giudiziaria: l’abitazione, il denaro, gli acquisti, gli alimenti, l’impresa familiare.

 

L’evoluzione nella vita sociale

La convivenza more uxorio non è ancora disciplinata dal diritto, anche se diverse amministrazioni locali, ma soprattutto la giurisprudenza, si sono da tempo mosse nella direzione di un sia pur limitato riconoscimento, e conseguente tutela, di questa diffusa realtà.

Così, già nel lontano 1993, il Comune di Empoli istituì, primo in Italia, il registro delle convivenze, nel quale avrebbero dovuto essere inserite anche le coppie di conviventi appartenenti allo stesso sesso, ma la delibera fu annullata dal CORECO (l’organo di controllo sugli atti dei Comuni, poi soppresso).

 

Nel frattempo, diverse parti sociali e politiche presero coscienza del problema e caldeggiarono l’introduzione di nuovi istituti giuridici: fra questi il PACS (Patto Civile di Solidarietà), una sorta di via di mezzo fra il matrimonio e la coppia di fatto, e il DICO (Diritti e doveri delle persone stabilmente Conviventi), finalizzato al riconoscimento di alcuni diritti e doveri derivanti dai rapporti di convivenza.

È trascorso più di un quinquennio da quando i DICO e i PACS alimentavano le dispute nel mondo civile, interessando i media e portando allo scoperto i veri problemi sottostanti alle unioni di fatto e, tuttavia, anche questo florido periodo di discussioni e riflessioni è sfiorito dinanzi all’imporsi, a livello mediatico, di problemi più importanti che hanno attanagliato la vita civile del mondo occidentale, ossia la crisi della finanza mondiale, la crisi dell’eurozona e l’enorme tasso di disoccupazione.

 

Le conquiste in via giudiziaria: l’abitazione familiare

Alcune forme di tutela a favore dei conviventi more uxorio, come anticipato e come ci accingiamo a vedere, sono state introdotte dalla giurisprudenza: esaminiamo la casistica relativa ad alcune problematiche in materia affrontate in questi anni.

 

In primo luogo, in materia di abitazione familiare, ci si pose il problema della validità del contratto di costituzione di usufrutto di immobile stipulato tra due conviventi more uxorio, senza corrispettivo. Il Tribunale di Savona, nel 2001, lo considerò valido ed efficace perché esso troverebbe il suo fondamento nella convivenza stessa e nell’assetto che i conviventi hanno inteso dare ai loro rapporti.

 

Peraltro, già la Corte Costituzionale, nel 1989 (sent. 20-12-1989, n. 559), aveva dimostrato un’apertura nei confronti del fenomeno in esame, dichiarando contraria ai principi della carta costituzionale una legge regionale della Regione Piemonte, nella parte in cui non prevedeva la cessazione della stabile convivenza come causa di successione nell’assegnazione di alloggi di edilizia popolare ed economica.

 

Ancora più incisiva sul punto è stata la Corte Europea dei diritti dell’uomo nel 2010, secondo la quale la generalizzata esclusione dei soggetti legati da una relazione omosessuale dalla successione in una locazione o in un’assegnazione di edilizia popolare, non può essere accettata come necessaria per la protezione della famiglia concepita in senso tradizionale, dovendo uno Stato tenere conto degli sviluppi che avvengono in una società, incluso il fatto che esistono più modi di condurre e vivere la propria vita privata e familiare.

 

Altro problema, poi, molto sentito nella società civile è stato quello della successione del convivente nel contratto di locazione stipulato dall’altro partner ed avente per oggetto la casa familiare .

Sul punto, già dal 1988, il Giudice delle leggi aveva iniziato ad emanare varie sentenze a protezione della famiglia di fatto; la principale sentenza rimane quella del 1988, con la quale la Corte Costituzionale sancì l’illegittimità costituzionale del primo comma dell’art. 6 della L. 27-7-1978, n. 392 (cd. Legge dell’equo canone), nella parte in cui non prevedeva, tra i successibili nella titolarità del contratto di locazione in caso di morte del conduttore, in aggiunta al coniuge, agli eredi, e ai parenti e affini con lui abitualmente conviventi, il convivente more uxorio.

 

Sulla scia del giudice delle leggi, anche la Suprema Corte iniziò a modificare la propria giurisprudenza, affermando, ad esempio che «il diritto di subentrare spetta al convivente indipendentemente dal fatto che manchino eredi legittimi del conduttore».

 

Questo orientamento è stato confermato anche in tempi recenti da Cass. 13-2-2013, n. 3548, secondo la quale il convivente more uxorio ha pieno diritto a subentrare nel contratto di locazione del convivente defunto e ciò a prescindere dalla presenza di figli.

 

Per quanto attiene, poi, il problema del pagamento del canone, un’accorta giurisprudenza di merito affrontò il problema della responsabilità per il pagamento del canone di locazione nell’ipotesi di successione del convivente more uxorio nel contratto di locazione, stabilendo «che non sussiste una responsabilità solidale, o sussidiaria, in capo all’originario conduttore (e quindi in capo ai suoi eredi), in relazione all’inadempimento dell’obbligo contrattuale di pagare il corrispettivo della locazione gravante sul convivente more uxorio succeduto nel contratto di locazione ex art. 6 L. n. 392/1978: del pagamento, quindi, risponde soltanto questo ultimo dal momento in cui subentra nel contratto».

 

Sempre in ambito di abitazione familiare, altro problema affrontato dalla giurisprudenza è stato quello dell’assegnazione della casa familiare in caso di cessazione della convivenza in presenza di figli minori: il Tribunale di Palermo affermò che, se la casa familiare apparteneva a entrambi i conviventi, e vi erano figli minori, in caso di cessazione della convivenza, essa poteva essere assegnata a quello che fosse affidatario dei figli minori. Sempre nell’interesse preminente della prole, dello stesso avviso fu il Tribunale di Firenze , il quale affermò che il genitore affidatario del figlio minore, o maggiorenne non economicamente autosufficiente, nato durante la convivenza more uxorio e riconosciuto da entrambi i genitori, ha diritto all’assegnazione della casa familiare di proprietà esclusiva dell’altro genitore, affinché il figlio possa usufruire dell’ambiente domestico ove è vissuto e possa limitare il disagio e le difficoltà conseguenti alla cessazione della convivenza fra i genitori.

 

In riferimento, poi, all’ipotesi nella quale un convivente abbia eseguito lavori di ristrutturazione e/o ampliamento nella casa di proprietà dell’altro, secondo la giurisprudenza egli, in quanto assimilabile a un ospite, non ha diritto al pagamento di una somma corrispondente all’incremento di valore fatto registrare dal fabbricato di proprietà dell’altro, a meno che non provi che le sue dazioni eccedono l’assolvimento dei doveri morali e sociali di cui all’art. 2034 c.c.

 

Sulla stessa linea interpretativa si pose il Tribunale di Roma che, con sentenza del 30-10-1991, stabilì che le somme spese da un convivente more uxorio attraverso l’impresa edile di cui era titolare, per ristrutturare la casa di proprietà esclusiva del partner, nella quale la coppia aveva abitato, non erano ripetibili, considerata la presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative rese tra partner conviventi, presunzione che poteva essere vinta solo dalla rigorosa prova dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato e oneroso, tra le parti, o dall’accordo per una ripetizione delle somme impiegate per i lavori effettuati. Una successiva decisione della Corte di Cassazione sul punto , infine, stabilì che la presunzione di gratuità delle prestazioni rese da un convivente nei confronti dell’altro viene meno allorché risulti che la prestazione stessa esula dai doveri di carattere morale e civile di mutua assistenza e collaborazione, in relazione alle qualità e alle condizioni sociali delle parti e si configuri come mera operazione economica che abbia determinato un inspiegabile e illogico arricchimento del convivente con proprio ingiusto danno .

 

Per quanto riguarda, poi, la tutela giurisdizionale del convivente rimasto in casa quando l’altro si sia allontanato o sia defunto, ci si è chiesti se possa o meno esperire azione di spoglio come possessore dell’immobile.

 

Con specifico riferimento al caso di convivenza cessata con l’allontanamento di uno dei conviventi dalla casa di proprietà comune dove entrambi avevano vissuto con la prole, venuta meno la situazione di compossesso che caratterizzava la precedente situazione di fatto si è ritenuto che, essendo il possesso esclusivo dell’abitazione rimasto a uno solo dei conviventi, questi può anche cambiare la serratura (e le relative chiavi) della porta d’ingresso della casa ed esperire l’azione di reintegrazione nei confronti dell’ex partner che, con uno stratagemma violento e clandestino, si sia impossessato delle nuove chiavi al fine di poter rientrare nell’abitazione a suo piacimento .

 

Nella sentenza 7214/2013, la Cassazione ha poi spiegato come «la convivenza more uxorio, quale formazione sociale che dà vita a un consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità e tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Pertanto l’estromissione violenta o clandestina dell’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio».

 

Sui medesimi presupposti, secondo la Cassazione (sent. 15-9-2014, n. 19423) , la medesima azione di spoglio può essere esperita, dal convivente rimasto in casa dopo la morte del compagno proprietario della casa, nei confronti dell’erede legittimo – ospite occasionale di quest’ultimo prima che morisse.

 

Il denaro e gli altri beni

I conviventi more uxorio, nella maggior parte dei casi, mettono in comune i rispettivi beni mobili, dando così luogo, relativamente ad essi, al rapporto giuridico tecnicamente indicato come comunione. Trattasi, però, di comunione diversa da quella che caratterizza i rapporti economici intercorrenti fra coniugi, per cui il regime della comunione legale tra coniugi non è applicabile ai conviventi more uxorio.

In particolare, i beni apportati dai conviventi more uxorio in vista del futuro matrimonio devono considerarsi conferiti a titolo di comunione pro indiviso, per cui se cessa la convivenza viene meno anche la comunione e ciascuno dei «comunisti» ha diritto, ai sensi dell’art. 1111 c.c., alla quota, in natura, da lui conferita, stimata al valore sussistente al momento della cessazione della convivenza e quindi della comunione .

Inoltre, non è infrequente che i conviventi intrattengano un rapporto di conto corrente cointestato: in questa ipotesi , alla cessazione della convivenza, le somme a credito nel conto devono considerarsi appartenenti in parti uguali a ciascuno dei conviventi; ciò anche nel caso in cui si dimostri che soltanto l’uomo aveva originariamente la proprietà delle somme depositate, mentre la donna, durante la convivenza, si era completamente dedicata alla famiglia di fatto, come casalinga, giacché le somme risparmiate e come sopra depositate sul conto cointestato devono considerarsi destinate alle spese riguardanti la famiglia stessa, secondo gli usi .

 

Gli acquisti

L’inapplicabilità, ai conviventi more uxorio, del regime di comunione legale fra coniugi, è stata più volte ribadita dalla giurisprudenza di merito sul presupposto che la famiglia fondata sul matrimonio gode di netta supremazia, anche costituzionale, rispetto alla famiglia di fatto, e che non è di conseguenza sostenibile un’equiparazione tra le due forme di convivenza; alla luce di ciò, si è ritenuto che, qualora uno dei conviventi more uxorio abbia acquistato un immobile solo a proprio nome, il partner non può, allo scioglimento del rapporto, considerarsi contitolare pro indiviso del bene, salvo il caso in cui venga data esauriente e rituale prova della sussistenza di una donazione indiretta, o di una interposizione reale di persona, o dell’adempimento spontaneo e consapevole di un’obbligazione naturale. Né assume rilievo, ai fini della possibilità di divenire comproprietario del bene, che il convivente abbia falsamente dichiarato nel rogito di essere coniugato con l’acquirente .

 

Gli alimenti e il mantenimento

Gli alimenti si fondano sul vincolo di solidarietà che lega, o almeno dovrebbe legare, le persone fra le quali corre taluno dei rapporti indicati dalla legge: per esempio coniugio, parentela e affinità entro certi gradi.

In particolare, è l’art. 433 c.c. a prevedere i soggetti tenuti all’obbligo di mantenimento, che in ordine sono: il coniuge; i figli, anche adottivi, e, in loro mancanza i discendenti prossimi; i genitori, e, in loro mancanza, gli ascendenti prossimi; gli adottanti; i generi e le nuore; il suocero e la suocera; i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali.

Qualora si verifichi lo stato di bisogno dell’avente diritto (si deve trattare di persona compresa fra quelle indicate dalla legge e comunque non in grado di provvedere a se stessa), l’obbligato — o, se vi sono più obbligati, ciascuno in proporzione alle proprie sostanze — può scegliere fra il corrispondere all’alimentando un assegno a questo titolo, oppure accoglierlo e mantenerlo nella propria casa.

L’obbligo di somministrare gli alimenti viene meno, fra l’altro, se muore l’obbligato o se cessa lo stato di bisogno dell’avente diritto.

Il diritto agli alimenti ha natura patrimoniale (ossia ha un contenuto economicamente valutabile) ma, a differenza degli altri diritti patrimoniali, non è cedibile, essendo intimamente connesso, come già detto, allo stato di bisogno del titolare.

 

Concetto più ampio di alimenti è poi quello di mantenimento, consistente non nel somministrare all’avente diritto di che vivere, ma nell’assicurargli un tenore di vita proporzionato alla propria condizione economica .

 

Chiariti questi concetti, occorre chiedersi se anche tra conviventi more uxorio sussista un obbligo agli alimenti e al mantenimento. In proposito, la giurisprudenza di merito , fin dagli anni novanta, è sempre stata dell’idea che «il convivente more uxorio non ha diritto agli alimenti, e tantomeno al mantenimento, poiché la convivenza concretizza una situazione di fatto, caratterizzata dalla precarietà e dalla revocabilità unilaterale, cui non si ricollegano diritti e doveri se non di carattere morale; è invece legittimato a chiedere un contributo per il mantenimento di eventuali figli avuti dal convivente, trattandosi di richiesta fondata sull’obbligo dei genitori di mantenere i figli per il solo fatto di averli generati».

Peraltro, anche in tempi recenti, la giurisprudenza di legittimità ha confermato questo orientamento, sostenendo che la convivenza more uxorio si fonda su doveri morali e materiali ed è questa la ragione per la quale non può considerarsi fonte di obblighi di natura economica. In questo senso, la Cassazione ha ritenuto che la famiglia di fatto genera soltanto obbligazioni naturali (art. 2034 c.c.) (a condizione che la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens) , tra l’altro, in quanto tali, non ripetibili, cioè non soggette a restituzione, una volta terminata la convivenza .

 

Il lavoro e l’impresa familiare

Alla famiglia di fatto è applicabile l’istituto giuridico dell’impresa familiare (Cass. civ., 15-3-2006, n. 5632), intendendosi per essa (art. 230bis c.c.) l’impresa alla quale collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo.

Va premesso che l’istituto giuridico dell’impresa familiare ha natura suppletiva , in quanto è diretto ad apprestare una tutela minima e inderogabile a quei rapporti di lavoro che si svolgono nell’ambito degli aggregati familiari; di conseguenza, non può ravvisarsi nell’ipotesi in cui tra i componenti la famiglia sia configurabile un diverso rapporto come ad es. esempio un contratto anche orale di lavoro subordinato ovvero una associazione in partecipazione.

 

Al fine di stabilire se le prestazioni lavorative svolte nell’ambito di una convivenza more uxorio diano luogo a un rapporto di lavoro subordinato o non siano piuttosto riconducibili allo schema dell’art. 230bis c.c., la Cassazione, negli anni, ha più volte chiarito «che è possibile escludere l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato solo in presenza della dimostrazione rigorosa di una comunanza di vita e di interessi tra i conviventi, che non si esaurisca in un rapporto meramente spirituale, affettivo e sessuale, ma, analogamente al rapporto coniugale, dia luogo anche alla partecipazione, effettiva ed equa, della convivente more uxorio alle risorse della famiglia di fatto; altrimenti, infatti, è da ritenere che ci si trovi in presenza di un rapporto di lavoro subordinato, con conseguente diritto della convivente (è la donna, di regola, a trovarsi in questa condizione) ad esigere il relativo trattamento economico e previdenziale».

 

Anche la giurisprudenza di merito (Trib. Milano 5-10-1988) precisò che la convivenza more uxorio costituisce titolo idoneo a fondare una presunzione di gratuità delle prestazioni di lavoro rese dalla convivente solo quando la convivenza preveda un’equa ed effettiva partecipazione agli incrementi patrimoniali della famiglia di fatto; fuori da tale ipotesi, la prestazione di lavoro, se non retribuita, è astrattamente idonea a configurare un depauperamento del prestatore e un arricchimento senza causa del convivente, con conseguente diritto a promuovere le opportune iniziative giudiziarie volte al recupero del dovuto.

 

Le persone di cui stiamo discorrendo, qualora prestino in modo continuativo la propria attività di lavoro nella famiglia o nell’impresa familiare, hanno diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e a partecipare agli utili dell’impresa familiare, al netto delle spese di mantenimento, gravanti, queste, sul reddito d’impresa e «la ripartizione degli utili deve essere accertata sulla base dell’effettiva partecipazione all’impresa, anche se fosse in contrasto con la documentazione fiscale e il lavoro della donna è considerato equivalente a quello dell’uomo» .

 

Con riferimento all’onere della prova, il componente dell’impresa familiare, se vuole partecipare agli utili, deve provare sia lo svolgimento di un’attività di lavoro continuativa (nel senso di attività non saltuaria, ma regolare e costante anche se non necessariamente a tempo pieno), sia l’accrescimento della produttività dell’impresa procurato dal suo lavoro (necessaria per determinare la quota di partecipazione agli utili e agli incrementi). La continuità dell’apporto richiesto dall’art. 230bis c.c. non esige comunque la continuità della presenza in azienda.

Le decisioni concernenti l’impiego degli utili e degli incrementi, nonché quelle inerenti alla gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa, sono adottate, a maggioranza (quella che rileva è la maggioranza assoluta, ossia la metà più uno), dai partecipanti all’impresa familiare.

 

In caso di divisione ereditaria o di trasferimento dell’azienda, i partecipanti hanno il diritto di prelazione su di essa, ossia il diritto di essere preferiti, a parità di condizioni, agli altri eventuali acquirenti. Se però il partecipante è stato attivamente presente alle trattative e alla conclusione del contratto di vendita dell’azienda a terzi, vengono meno sia il suo diritto di prelazione che l’obbligo del titolare di notificargli la proposta di alienazione (Trib. Roma 1-2-1994). Il diritto di prelazione non spetta in caso di decesso del titolare dell’impresa familiare, poiché verificandosi un’evenienza del genere la proprietà dell’azienda e la qualità di titolare dell’impresa si trasferiscono agli eredi.

Il diritto di partecipazione è intrasferibile, a meno che il trasferimento non avvenga in favore di taluna delle persone sopra indicate, con il consenso di tutti i partecipanti.

Per quanto riguarda il recesso dall’impresa familiare, può essere anche tacito; la giurisprudenza di merito(Trib. Roma 5-2-1990), per esempio, considerò tale l’accettazione di un incarico d’insegnamento in una scuola statale da parte di un componente l’impresa; questo atto, infatti, fa venir meno il requisito della «continuità» dell’apporto di lavoro, requisito da intendersi non in senso temporale ma come effettivo e prevalente impegno del soggetto all’impresa familiare.

 

Per quanto riguarda l’esclusione dall’impresa familiare, essa non può essere adottata nei confronti del titolare, in quanto proprietario dei beni aziendali e dei capitali, per cui non può essergli sottratto l’esercizio dell’attività; l’esclusione può pertanto avvenire soltanto nei confronti dei partecipanti, che hanno diritto alla liquidazione della quota di utili e al risarcimento dei danni se l’esclusione è ingiustificata (Cass. civ. 5-7-1992, n. 8959).

 

La convivenza more uxorio del coniuge separato o divorziato

Accade di frequente che un coniuge separato o divorziato vada a convivere more uxorio con un’altra persona. In questo caso, la giurisprudenza ha sempre ritenuto che se la convivenza acquista carattere di stabilità e affidabilità e incide positivamente sulla situazione economica del coniuge separato o divorziato, annullandone o riducendone lo stato di bisogno e risolvendosi, quindi, in una fonte effettiva e costante di reddito, anche se non comporta per i conviventi alcun diritto al mantenimento reciproco può incidere sull’ammontare dell’assegno di mantenimento fissato in sede di separazione o di divorzio, legittimando la parte obbligata a corrisponderlo a chiederne, a seconda delle circostanze, la riduzione o la sospensione .

La Suprema Corte , in tempi più recenti, ha così negato la corresponsione di un assegno divorzile alla moglie che aveva costituito con altra persona un nuovo nucleo familiare, dal quale erano nati dei figli, partendo dal presupposto che l’instaurazione di una stabile e duratura convivenza more uxorio recide ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale.

 

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Commenti
1 Dic 2016 Chiara Tomasoni

Buongiorno, a chi mi devo rivolgere per trattare il mio caso? Negata divisione dei bei acquistati durante la convivenza?

Grazie

Chiara T.