Convivenza: la giurisprudenza sulla famiglia di fatto
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10 Gen 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Convivenza: la giurisprudenza sulla famiglia di fatto

Coppie di conviventi: La Cassazione e lo studio sulle soluzioni relative ai problemi dei conviventi more uxorio.

 

In tema di espulsione dello straniero, l’art. 19, comma secondo, lett. c), D.Lgs. n. 286 del 1998, nella parte in cui prevede il divieto di espulsione della straniera coniugato con un cittadino italiano, non è applicabile, in via analogica, allo straniero convivente more uxorio con un cittadino italiano, in quanto la norma, secondo l’interpretazione offertane dalla Corte cost. (ord. n. 313 del 2000), risponde all’esigenza di tutelare l’unità della famiglia e riguarda persone che si trovano in una situazione di certezza di rapporti giuridici che è assente nella convivenza more uxorio, non essendo possibile equiparare la famiglia legittima (N.d.r.: leggasi dopo la riforma della filiazione: «fondata sul matrimonio») e la famiglia di fatto nella materia dell’immigrazione clandestina, disciplinata da norme di ordine pubblico, nella quale l’espulsione incontra i soli limiti strettamente previsti dalla legge, allo scopo di escludere facili elusioni della disciplina stabilita per il controllo dei flussi migratori (Cass. civ., Sez. I, 24-22004, n. 3622).

 

L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale. È, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza — il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza (Cass. civ., Sez. III, 15-5-2009, n. 11330).

 

In tema di rapporto di lavoro domestico in situazione di convivenza, l’esistenza di un contratto a prestazioni corrispettive deve essere escluso solo in presenza della dimostrazione di una comunanza di vita e di interessi tra i conviventi (famiglia di fatto), che non si esaurisca in un rapporto meramente affettivo o sessuale, ma dia luogo anche alla partecipazione, effettiva ed equa, del convivente alla vita e alle risorse della famiglia di fatto in modo che l’esistenza del vincolo di solidarietà porti ad escludere la configurabilità di un rapporto a titolo oneroso (Cass. civ., Sez. L, 22-11-2010, n. 23624).

 

Il compossesso non consiste nell’esercizio, solidaristico e comunitario, di un’unica signoria, rappresentando, piuttosto, la situazione della confluenza su di una stessa cosa di poteri plurimi, corrispondenti, nella loro estrinsecazione, ad altrettanti distinti diritti, di identico o di differente tipo. Ne consegue che il convivente more uxorio del soggetto possessore dell’immobile in cui risiede la famiglia di fatto, in ragione di tale sola convivenza, pur qualificata dalla stabilità della relazione e protetta dall’ordinamento, non è compossessore con quello, ma detentore autonomo dell’immobile stesso, che, dunque, non può usucapire (Cass. civ., Sez. II, 14-6-2012, n. 9786).

 

Ai fini dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, nel reddito complessivo dell’istante, ai sensi dell’art. 76 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, deve essere computato anche il reddito di qualunque persona che con lui conviva e contribuisca alla vita in comune. (Nella specie, la Corte ha rigettato il ricorso avverso una decisione che aveva revocato l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato in considerazione dei redditi percepiti dalla madre della convivente more uxorio del soggetto beneficiato, anch’essa convivente con quest’ultimo, osservando che la locuzione «componente della famiglia», cui fa ricorso l’art. 76 citato, a differenza della parola «congiunti», non si riferisce ad un legame di consanguineità o di natura giuridica) (Cass. pen., Sez. IV, 20-9-2012, n. 44121; tratta da Italgiure).

 

Il convivente more uxorio non è punibile ai sensi dell’art. 384 comma secondo cod. pen. per il reato di favoreggiamento personale commesso mediante false o reticenti dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria senza essere stato previamente informato, ai sensi dell’art. 199 cod. proc. pen., della facoltà di astenersi dal rilasciarle (Cass. pen. Sez. V, 30-5-2012, n. 40912; tratta da Italgiure).

 

L’attribuzione patrimoniale effettuata dalla convivente more uxorio che, nel corso della relazione paramatrimoniale, ha proceduto all’acquisto di un immobile in comunione con il partner per quote uguali, pur avendo sborsato l’intero prezzo per l’acquisto, è qualificabile alla stregua di una donazione indiretta della quota dell’immobile stesso. Tale liberalità è valida malgrado il mancato rispetto delle forme solenni previste per la donazione, inapplicabili alla donazione indiretta. Nessuna forma d’invalidità è poi riconducibile al fatto che il denaro impiegato per l’acquisto fosse stato conseguito dalla donna quale provento della sua attività di prostituta, atteso che tale profilo attiene ad una fase pregressa rispetto alla donazione, che è invece frutto dello spirito di liberalità con il quale la donna aveva inteso arricchire il suo convivente (Cass. civ., Sez. II, 25-3-2013, n. 7480, tratta da Ipsoa).

 

La convivenza more uxorio determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su un interesse proprio ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità. L’estromissione violenta o clandestina del convivente dall’unità abitativa compiuta dal partner, di conseguenza, giustifica il ricorso alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio nei confronti dell’altro anche quando il primo non vanti un diritto di proprietà sull’immobile che, durante la convivenza, sia stato nella disponibilità di entrambi (Cass. civ., Sez. II, 21-03-2013, n. 7214; tratta da Ipsoa).

 

I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso od in relazione alla convivenza (Cass. civ., Sez. I, 22–1-2014, n. 1277; tratta da Ipsoa).

 

Il discrimine fra l’adempimento dei doveri sociali e morali, quale può individuarsi in qualsiasi contributo fra conviventi, destinato al menage quotidiano ovvero espressione della solidarietà fra persone unite da un legame intenso e duraturo, e l’atto di liberalità va individuato, oltre che nella spontaneità, soprattutto nel rapporto di proporzionalità fra i mezzi di cui l’adempiente dispone e l’interesse da soddisfare. Orbene, tale requisito, riconosciuto in relazione alle obbligazioni naturali in generale, deve essere ribadito in riferimento all’adempimento di doveri morali e sociali nella convivenza more uxorio (Cass. civ., Sez. I, 22-1-2014, n. 1277; tratta da Ipsoa).

 

La qualità di convivente more uxorio del comodatario di un appartamento destinato ad abitazione legittima ad esperire l’azione di spoglio (nella specie, contro un terzo), in quanto la convivenza more uxorio determina sulla casa ove si svolge e si attua il programma di vita in comune un potere di fatto basato su un interesse proprio del convivente, ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, avente titolo in un negozio giuridico di tipo familiare (Cass. civ., Sez. II, 2-1-2014, n. 7, tratta da Ipsoa).

 

Il diritto al risarcimento del danno conseguente alla morte di una persona in favore del convivente more uxorio di questa va riconosciuto a condizione che venga fornita, con qualsiasi mezzo, la prova dell’esistenza e della durata di una comunanza di vita e di affetti e di una vicendevole assistenza morale e materiale, cioè di una relazione di convivenza avente le stesse caratteristiche di quelle dal legislatore ritenute proprie del vincolo coniugale (Cass. civ., Sez. III, 16-6-2014, n. 13654; tratta da Ipsoa).

 

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