Gli accordi collettivi salvano le co.co.co.
Lo sai che?
11 Gen 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Gli accordi collettivi salvano le co.co.co.

Oltre 100.000 contratti co.co.co. regolarizzati dalle previsioni degli accordi collettivi: dai call center, al recupero crediti, alle scuole private ed i centri di formazione.

 

Non tutti i rapporti parasubordinati, meglio noti col nome di co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuative), saranno da abolire o sostituire: in diversi settori, difatti sono già stati sottoscritti degli accordi collettivi, che mettono al riparo determinate collaborazioni dalla presunzione di subordinazione.

 

Gli interventi si sono resi necessari in quanto il Decreto di riordino dei contratti di lavoro [1] (si tratta di un decreto attuativo del Jobs Act, noto anche come Testo Unico dei contratti) riconduce al contratto subordinato le collaborazioni esclusivamente personali, continuative, e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente, anche con riferimento a luogo e orario di lavoro.

 

Una dicitura non molto chiara, che rischia di ricondurre nell’alveo del lavoro dipendente anche figure che subordinate non sono, ma che, per la particolarità del settore o delle mansioni svolte concretamente, non sono suscettibili di un inquadramento univoco. Peraltro, non sono a rischio i soli parasubordinati, ma anche coloro che svolgono il lavoro in maniera autonoma, occasionale o con Partita Iva.

 

 

Co.co.co.: le professioni “dubbie”

Pensiamo, ad esempio, ad un insegnante di scuola privata, che solitamente è inquadrato con un contratto di collaborazione: nello svolgimento del suo lavoro, è tenuto al rispetto degli orari ed all’effettuazione della docenza in determinate aule o locali, ma organizza le lezioni in modo autonomo, senza essere soggetto a potere disciplinare o direttivo da parte del management della scuola. Un’organizzazione siffatta, secondo quanto stabilito dal Testo Unico dei contratti, è pienamente riconducibile al lavoro subordinato, a causa dell’etero-organizzazione di tempi e luogo di lavoro. È possibile salvarsi dalla subordinazione, tuttavia, qualora l’insegnante sia libero di decidere l’orario, o possa scegliere di effettuare parte delle lezioni in modalità e-learning, senza essere legato a un luogo di lavoro.

 

Problematico è anche il caso del softwarista (le cui mansioni spesso si concretizzano nella responsabilità della manutenzione della rete aziendale): poiché l’autonomia di tale figura è rilevante, considerate le modalità di svolgimento degli incarichi e le particolari competenze, diverse da quelle della generalità dei dipendenti, solitamente è inquadrato dall’azienda come cococo o Partita Iva, anche se è tenuto a rispettare lo stesso orario del personale, per esigenze pratiche. Secondo il dispositivo del Testo Unico, tale figura è da ricondursi al lavoro subordinato, a causa del rispetto dei tempi e del luogo di lavoro: non sarebbe riconducibile, invece, qualora il lavoratore fosse libero di gestire tempi e luogo, magari operando da remoto.

 

Non ha una soluzione lineare nemmeno l’ipotesi del libero professionista iscritto all’albo che collabora presso uno studio con partita Iva: pur essendo tale casistica, secondo il Testo unico, ricompresa in quelle che escludono la presunzione di subordinazione, di fatto il professionista è soggetto alle direttive dello studio, pertanto si concretizzerebbe un rapporto subordinato a causa della etero-direzione. Per escludere il rischio, la collaborazione dovrebbe essere regolata da un coordinamento con la committenza.

 

 

Co.co.co.: gli accordi collettivi che salvano dalla subordinazione

Visti i forti dubbi sulla disciplina delle collaborazioni in concreto, e dato che il Testo Unico prevede specifici accordi collettivi, tra gli elementi che mettono in salvo dalla presunzione di subordinazione, le principali sigle sindacali si sono già messe al lavoro per realizzare dei contratti “su misura”.

Difatti, per le collaborazioni disciplinate da intese specifiche, con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, si determina l’inapplicabilità del criterio dell’etero-organizzazione verso i collaboratori rientranti nella sfera di azione del contratto.

In particolare, sino ad oggi, si può dire che siano stati messi in salvo ben 100.000 contratti parasubordinati, grazie agli accordi realizzati in diversi settori-chiave: ad esempio, per le telecomunicazioni, è stata perfezionata un’intesa il 22 dicembre scorso, con la quale sono stati stabiliti dei parametri che mettono al riparo dalla presunzione di subordinazione; lo stesso è stato fatto nel settore del recupero crediti, in cui le cococo hanno sostituito i vecchi contratti a progetto (cocopro), e sono stati decisi i parametri di autonomia, pur nel rispetto delle forme di coordinamento, quali la prenotazione delle postazioni di lavoro in determinate fasce orarie; lo stesso è avvenuto nel settore della ricerca, con l’accordo del 30 dicembre, secondo cui è possibile fissare fasce orarie e ore di didattica senza sconfinare nella subordinazione.

 

 

Co.co.co.: i collaboratori interessati dagli accordi collettivi

Come poc’anzi accennato, gli accordi collettivi, sinora, hanno coinvolto una platea di circa 100.000 parasubordinati, così suddivisi:

 

scuole private: 40.000 collaboratori;

call center: 35.000 collaboratori;

– recupero crediti: 19.000 collaboratori;

formazione professionale: 15.000;

università private: 6.000 collaboratori;

istituti di ricerca: 5.000 collaboratori;

organizzazioni non governative: 5.000 collaboratori.

 

Molti altri settori, oltre quelli elencati, si stanno iniziando a muovere per creare degli accordi ad hoc che permettano la sopravvivenza delle co.co.co. all’interno di specifici ambiti. Per quanto concerne le Pmi, è stato espressamente richiesta la regolamentazione di una particolare situazione lavorativa, quella degli ex dipendenti in pensione, che devono permanere in azienda per un periodo limitato, allo scopo di istruire i nuovi dipendenti.

 

Vero è che, in assenza di contratti collettivi, è pur sempre possibile la certificazione del contratto, da parte di apposite commissioni, che verifichino l’assenza di etero-organizzazione: tuttavia, l’esito della certificazione non è sicuro e varia da caso a caso, mentre la presenza di requisiti determinati nell’ambito di un settore professionale conferisce una maggiore certezza nella disciplina da applicare, nonché una semplificazione degli adempimenti burocratici, onerosi sia per l’azienda che per il collaboratore.


 [1] D.lgs. 81/2015.

 

Autore immagine: 123rf com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti