Le estorsioni della Sacra Corona Unita
Miscellanea
12 Gen 2016
 
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Rubbettino
 


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Le estorsioni della Sacra Corona Unita

L’estorsione è l’industria della protezione privata e uno dei principali metodi di arricchimento della criminalità organizzata.

 

In uno degli studi di riferimento del fenomeno mafioso che si rinviene l’elaborazione teorica di più alto profilo delle modalità estorsive. Come è facile intendere, si sta parlando del celebre studio di Diego Gambetta del 1992: La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata. In questo lavoro, infatti, il sociologo torinese rappresenta una delle mafie italiane come una vera e propria industria che, sulla scorta di strategie razionali, promuove e vende «protezione» privata [1]. Nel lavoro di Gambetta, invero, il concetto di «protezione» assume un significato molto esteso: può voler dire affidare al mafioso, in un contesto economico-sociale in cui regna la sfiducia reciproca, la correttezza e la regolarità delle transazioni (assegnando a esso una funzione regolativa quasi «positiva»); ma, all’opposto, può voler dire (essere costretti a) pagare il mafioso per essere «protetti» da rischi e pericoli che esso stesso può generare.

 

Tuttavia, a prescindere dalla declinazione di «protezione» che lo studioso intende adottare (a seconda delle situazioni concrete che egli vuol spiegare), fermiamoci all’assunto che ricaviamo inequivocabilmente da questo lavoro: la mafia è, a tutti gli effetti, un attore economico privato che offre un servizio; e lo si può dire anche se, in ultimo, essa si autoimpone come tale nei vari settori di mercato sfruttando le ben note metodologie mafiose. Ora, questa circostanza ci appare alquanto indicativa del fatto che l’attività estorsivo-protettiva tende a esplicarsi su di un terreno privilegiato: quello della criminalità organizzata di stampo mafioso. E infatti, sintetizzando ai minimi termini, potremmo dire che le organizzazioni criminali – e in specie quelle mafiose – si servono delle estorsioni come mezzo di controllo del territorio da un lato, come strumento di profitto dall’altro: pagare il pizzo a una consorteria mafiosa vuol dire pagare ad essa un tributo occulto, una vera e propria tassa sulle proprie attività economiche, riconoscendone così – anche soltanto indirettamente – l’autorità in quel luogo: si determina un rapporto di subordinazione tra estorto ed estorsore che giustifica (da parte della vittima) il pagamento di una certa somma di denaro o la prestazione di beni o servizi senza alcun corrispettivo.

 

L’estorsione è, per questo, l’attività ordinaria della mafia. Sicché, il fattore oggettivo dell’accumulazione di capitale e quello soggettivo dell’essere legittimati a compiere attività tipiche dell’esercizio di sovranità (qual è l’imposizione di un tributo) si legano strettamente, creando un perverso circolo vizioso. Una circolarità che può essere spiegata per mezzo delle parole del mafioso (poi divenuto collaboratore di giustizia) Antonino Calderone, quando afferma: «il mafioso cerca il potere e se lo prende, ne è orgoglioso. Ma gran parte del suo potere glielo danno gli altri» [2].

 

Anche questi profili sono stati evidenziati nel citato lavoro di Gambetta, il quale però aggiunge un elemento di (relativa) novità: è sì vero che da un lato il mafioso estorsore ricerca potere (economico e sociale) e legittimazione (a perpetrare impunemente la propria potestà su altri soggetti) – e a breve si riprenderanno tali concetti –, ma è anche vero che, dall’altro lato, oggi la mafia in molti contesti fornisce, come contropartita, effettiva «protezione», garantendo – a proprio vantaggio, a scapito del «protetto» e in puro dispregio della legalità e delle regole di mercato – le transazioni economiche e il «regolare» svolgimento delle attività commerciali e d’impresa in un contesto di sfiducia nei confronti dello Stato (pericoli e sfiducia che però, lo si ripete, è essa stessa a creare). L’estorsione si configurerebbe – è questa la tesi che traspare dall’elaborazione di Gambetta, e alla quale ci sentiamo di aderire – come un rapporto a prestazioni corrispettive: da un lato c’è chi paga, dall’altro chi protegge (o agevola) la produzione di beni o servizi. Ecco perché la mafia diviene un vero e proprio attore economico, inserito appieno nelle dinamiche di mercato. E, come si vedrà, questo studio, incentrato sulla fenomenologia estorsiva in Puglia, corrobora sul piano empirico tali affermazioni.

 

Nondimeno, quello di Gambetta è un modello teorico e astratto, capace per ciò di spiegare soltanto una porzione della complessa realtà in cui si muovono le organizzazioni criminali. Ma riesce a spiegare perfettamente perché, ad esempio, quanto più una organizzazione perde capacità d’azione (perché decimata dagli arresti e dalle condanne), tanto più essa è disposta a «scendere a patti» con l’imprenditore o l’esercente, fornendo – in cambio della tangente o della percentuale sui ricavi – un effettivo servizio di «protezione».

 

Al riguardo, è illuminante il confronto con le realtà leccese e brindisina – realtà in cui la criminalità organizzata di matrice mafiosa è penetrata in una crisi profonda e per certi versi irrimediabile, grazie all’attenzione costante della magistratura e delle forze di polizia. Qui, ad esempio, è possibile verificare come siano cambiate le note modali della criminalità organizzata: mentre nel leccese si tende ad addivenire a un vero e proprio accordo tra il criminale e l’esercente (tu mi dai una parte dei ricavi ed io ti gestisco attività complementari come la security nel locale, la gestione dei parcheggi ecc.), accordo che poi trova effettiva esecuzione per la reciproca «soddisfazione» delle parti, nel brindisino si sono registrati casi in cui l’imprenditore, a fronte di una richiesta di denaro, fosse disposto a pagare, ma solo in cambio di un apprezzabile corrispettivo (ad esempio un servizio di guardianìa). Sono moduli – e nodi – d’estremo interesse, che verranno poi approfonditi – e sciolti – nella seconda parte del lavoro.

 

Le tesi di Gambetta rivivono pertanto con sempre maggior frequenza nelle evidenze giudiziarie pugliesi: laddove, in particolare, non si ha più la forza di imporre un pagamento unilaterale, non riuscendo più l’estorsore mafioso a ingenerare un reale timore e una fondata paura nei confronti degli operatori economici, laddove lo Stato e le istituzioni hanno rafforzato il proprio ruolo anche grazie ad una lotta senza quartiere alla presenza mafiosa, i clan si trovano «costretti» a offrire, in cambio dell’imposizione, un servizio o comunque una controprestazione.

E se si volesse aggiungere un ulteriore elemento a questa costruzione teorica, potremmo dire: se viene meno l’ineguagliabile forza intimidatrice di stampo mafioso, l’idealtipo estorsivo muta inevitabilmente le proprie fattezze col mutare dei paradigmi mafiosi. Proviamo a spiegarci. Un altro importante studioso, Federico Varese, afferma che, nelle scienze sociali, si definisce estorsione quell’estrazione forzata di risorse per servizi che sono promessi ma che non vengono poi forniti: «se un soggetto forza qualcuno a pagare per un servizio e poi non vi adempie, si potrebbe considerare questa come una tipologia d’estorsione» [3].

 

Ciò presuppone, ovviamente, che chi non adempie sappia che non vi saranno comunque conseguenze (quale può essere l’interessamento dell’autorità giudiziaria per dirimere la controversia) dall’altra parte. Ma se viene meno la forza dell’agente, e dunque la sua «arroganza» e la contestuale possibilità nel promettere qualcosa che poi non fornirà, allora egli dovrà effettivamente mutare il proprio atteggiamento.

 

Sono così nate, anche in Puglia, quelle imprese a carattere «misto», in cui alla presenza dell’imprenditore si affianca quella del mafioso, che da un condizionamento esterno passa a esercitare un condizionamento interno e più ficcante; per cui, entrambi concorrono di fatto alla gestione dell’attività imprenditoriale.

 

Si tratta di una delle «forme di compartecipazione con altri soggetti economici» [4] di quel mafioso che vuole penetrare nell’economia e conquistare spazi. E alcuni casi di questo tipo sono stati riscontrati, per esempio, nell’ambito del turismo balneare della provincia salentina. Ma anche questo schema verrà ripreso appresso. Insomma, oggi il modello elaborato da Gambetta è più dimostrabile che nel passato: non è forse ciò che immaginava lo studioso – che senz’altro intendeva applicare le proprie tesi anche alla mafia militare e violenta qual era quella siciliana agli inizi degli anni Novanta, nel momento cioè in cui esse venivano divulgate –, ma è comunque a lui che oggi dobbiamo la spiegazione di alcune perverse dinamiche criminali. Dinamiche che, tra le pieghe dei fatti, sono state riscontrate in Puglia durante le nostre ricerche.

 

sistema_delle_estorsioni_in_Puglia


[1] Cfr. D. Gambetta, La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata, Einaudi, Torino 1992, pp. 23 ss.

[2] Frase riportata in P. Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, il Saggiatore, Milano 2010, p. 135.

[3] F. Varese, Protection and extortion, in The Oxford handbook of organized crime, Oxford University Press, Oxford 2014, p. 542.

[4] R. Sciarrone, Impresa mafiosa (voce), in Dizionario enciclopedico di mafie e antimafia, Gruppo Abele, Torino 2013, p. 322.

 


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