Estorsioni e mafie: il caso della Sacra Corona Unita
Miscellanea
12 Gen 2016
 
L'autore
Rubbettino
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Estorsioni e mafie: il caso della Sacra Corona Unita

Sacra corona unita, ‘ndrangheta, mafia, camorra, Pino Rogoli, il contributo sociale per i detenuti, Annacondia, Ercole Penna.

 

Quando si discorre di «sistemi» criminali non si può non pensare – entro uno schema di ravvicinata circolarità – alle mafie. La mafia come sistema – come sistema altamente integrato e interconnesso, che mette in relazione poteri criminali con pezzi anche consistenti della società, delle istituzioni e della politica – è una delle immagini che più ricorrono in letteratura quando si cerca di spiegare il fenomeno [1] E se è vero che un sistema produce e riproduce sempre dei sottosistemi sui quali si basa, uno di questi è certamente il sistema delle estorsioni: è, questo, un punto sufficientemente approfondito nel precedente paragrafo.

 

Va inoltre detto, per completezza, che l’assetto di interessi e di potere che si è illustrato non è una rilevazione recente. Com’è noto, le origini delle tre mafie tradizionali – cosa nostra, ’ndrangheta e camorra – risalgono all’Ottocento; esse sono prolificate in contesti rurali e urbani lontani anni luce dal presente, tanto che per molti doversi confrontare ancora, a distanza di molti decenni, con le medesime organizzazioni, risulta incomprensibile.

Ma non è questa la sede per approfondire una questione così problematica (e peraltro priva di una risposta condivisa). La si è però voluta rievocare al fine di sottolineare come sia sì cambiato il panorama economico e sociale, siano sì mutate le condizioni in cui le mafie operano, ma dall’Ottocento a oggi quelle stesse mafie hanno conservato pressoché immutata una particolare nota dell’agire mafioso: l’attività estorsiva. La richiesta del pizzo ha infatti attraversato i decenni, ed è arrivata fino ai giorni nostri conservando la medesima ratio essendi. Sono mutati gli uomini, gli affari, i luoghi delle mafie, ma la richiesta del pizzo non è mai venuta meno; essa è talmente connaturata all’attività mafiosa che la presenza soffocante di una mafia – esattamente come i suoi periodi di crisi, o addirittura la sua scomparsa – si rivela all’esterno essenzialmente mediante la consistenza, la regolarità e le modalità delle estorsioni. Ebbene, ribadito questo concetto su di un piano generale, bisogna adesso focalizzare l’attenzione, inevitabilmente, sulla organizzazione mafiosa pugliese per antonomasia: la Sacra corona unita.

 

La Sacra corona unita può essere definita una «federazione» tra i vari clan storicamente presenti nelle provincie salentine e in alcune zone a sud di Bari, strutturatasi grazie all’impegno e alle «visioni» di un ergastolano mesagnese: Pino Rogoli. Fu grazie a quest’ultimo – personaggio dotato di indubbio carisma, fuori e dentro le carceri – che molti delinquenti pugliesi negli anni Ottanta cominciarono a dare un’impronta mafiosa al crimine

locale. Solo in questo modo, infatti, era possibile comporre, anche sul territorio, quel disegno unitario che Rogoli era riuscito a far diffondere in quasi ogni penitenziario della Puglia, teso a osteggiare una sorta di monopolio della violenza mafiosa creato dallo strapotere – nelle carceri, ma anche fuori – dei camorristi di Raffaele Cutolo, che già dalla fine degli anni Settanta avevano individuato nelle coste pugliesi i nuovi punti d’approdo delle tratte del contrabbando marittimo. Prima d’allora, contrariamente a quanto poteva dirsi per le altre regioni meridionali, la Puglia era definita felix, ché non aveva ancora sperimentato l’esercizio e l’oppressione mafiosa.

 

I clan della Sacra corona unita sono così proliferati a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, gemmando su tutto il territorio del brindisino e del leccese, con qualche propaggine anche nel tarantino. Proprio a questo riguardo, va fatta una precisazione: nonostante le innumerevoli semplificazioni giornalistiche che si sono rincorse nel tempo (anche a livello nazionale), dobbiamo ribadire che la Scu non è la mafia di tutta Puglia, ma soltanto di una parte di essa. Non è possibile approfondire qui la tematica, ma ci basti dire che le provincie di Foggia e Bari condensano un nocciolo autonomo di criminalità organizzata, non riconducibile in alcun modo alle strutture mafiose della Sacra corona unita, la cui storia ha seguito binari che l’hanno condotta lontano da questi territori. Se così è, neppure Bari – neppure cioè il capoluogo della regione, una delle città più popolose del Meridione – è mai stata un feudo della Sacra corona unita. Affermare, ancor oggi, che la Sacra corona è la «mafia della Puglia», vuol dire procedere in una direzione opposta a quella di evidenze storiche e mistificare una realtà oggi tangibile.

 

Giusto per avanzare un raffronto: è come se noi immaginassimo cosa nostra lontana da Palermo, oppure una ’ndrangheta che faccia a meno del controllo su Reggio Calabria. Per quanto riguarda poi la provincia tarantina, quest’ultima ci ha consegnato quella che è forse la più interessante peculiarità criminale della Puglia. Ad eccezione della popolosa cittadina di Manduria (storicamente controllata da referenti sacristi), nel tarantino il crimine organizzato si è certamente atteggiato con modalità tipicamente mafiose – nel senso che ha realizzato

sul territorio inedite e fortissime connessioni con il mondo politico e imprenditoriale; tipiche, per l’appunto, delle strategie di un’organizzazione mafiosa –, ma non è mai rientrato nelle strutture della Sacra corona unita, preferendo rimanere autonomo rispetto a quest’ultima, mantenendo più stretti contatti

con la ’ndrangheta calabrese.

 

Tanto detto, e tornando a centrare l’attenzione sulle strutture della Sacra corona unita: l’incipit di questa storia criminale si intreccia strettamente con il nostro argomento: è grazie al pizzo, infatti, che si riesce inizialmente a costituire la «cassa comune», quel fondo che doveva servire al mantenimento della (nutrita) frangia carceraria della Scu, di cui era parte lo stesso leader. Questa motivazione era addotta, molto spesso, nella stessa richiesta al commerciante: si pagava, si doveva pagare, per esprimere la «solidarietà ai detenuti». La popolazione pugliese

assistette così inerte all’affermarsi di un nuovo soggetto criminale, che imponeva una forma di tassazione «diffusa». Il livello di omertà era di poco inferiore a quello che poteva registrarsi in Sicilia o in Calabria. Secondo un’elaborazione statistica [2], nel periodo compreso tra il 1989 e il 1993, nell’intera Puglia le denunce per estorsione ammontavano a circa 500 all’anno: in valori relativi, se ne potevano contare appena una decina per 100.000 abitanti. Se si considerasse Lecce come modello, una città ove l’estorsione si praticava massicciamente, dovremmo credere che i casi rilevanti per le autorità giudiziarie fossero 10 o poco più; quando invece tale stima avrebbe dovuto essere, realisticamente, almeno decuplicata. Evidentemente, le estorsioni hanno rappresentato per la Scu non soltanto una forma implicita di riconoscimento della soggettività mafiosa, ché chiedere denaro per i bisogni dei detenuti voleva dire esprimere (coercitivamente) solidarietà nei loro confronti, e dunque nei confronti di chi, all’esterno, li rappresentava; quest’attività costituiva soprattutto una forma primaria di sostentamento economico dell’organizzazione.

 

Afferma Annacondia, uno dei più efferati criminali pugliesi poi pentitosi: «se c’erano da fare le estorsioni, queste si facevano. I ragazzi hanno bisogno di mangiare; non è possibile che essi possano andare avanti senza avere un loro utile, almeno per vivere» [3]. Come a dire che chi governa un territorio ha diritto di far sfamare i propri soldati, anche a costo di togliere il pane alla popolazione. Si sarà notato che Annacondia utilizza – in questa nota

audizione dinanzi la Commissione parlamentare antimafia del 1993 – l’imperfetto come tempo verbale: è l’indizio dell’esaurimento e della conclusione di una esperienza. L’organizzazione sacrista, infatti, dopo aver toccato il picco di forza e pervasività nella prima metà degli anni Novanta, ha poi subìto un progressivo andamento calante grazie all’incessante opera della magistratura pugliese, che ha via via catturato tutti i più importanti boss sacristi. Già dopo l’operazione «Primavera» del 2000 (e dopo che erano stati celebrati i maxi-processi alla Scu, conclusisi con una valanga di condanne ed ergastoli), rimangono poche tracce della presenza sacrista sul territorio.

 

Forse l’ultimo colpo alla Sacra corona unita, quello definitivo, è stato l’arresto del boss mesagnese Ercole Penna nel 2010, e il suo conseguente pentimento: egli, divenuto d’improvviso il più grande accusatore di quelli che un tempo erano i suoi sodali, ha certamente contribuito a far calare definitivamente il sipario sulla storia sacrista, rivelandoci le più recenti dinamiche di quel che rimaneva della compagine mafiosa [4].

 

Ciò però, beninteso, non vuol dire che non vi siano più tracce del crimine mafioso in Puglia; tutt’altro. Il riferimento alla «Sacra corona unita» continua a circolare, e molti personaggi legati in passato a quel substrato criminale riappaiono nelle vicende che di seguito si racconteranno. Così, è forse questo studio una ineguagliabile occasione per verificare quale sia lo stato attuale delle cose; una verifica che ci permetterà di fare ulteriore chiarezza sui percorsi e sulle geografie del crimine mafioso in Puglia.

 

sistema_delle_estorsioni_in_Puglia


[1] 1. Cfr. R. Sciarrone, Introduzione alla nuova edizione, in Mafie vecchie, mafie nuove, Donzelli, Roma 2009, p. XIX.

[2] Ministero dell’Interno, Rapporto annuale sul fenomeno della criminalità per il 1993, Roma, aprile 1994, p. 296.

[3] Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle associazioni criminali similari – XI legislatura, Audizione del collaboratore di giustizia Salvatore Annacondia, 30 luglio 1993, p. 20.

[4] Per uno sguardo complessivo sulla storia sacrista, cfr. A. Apollonio, Storia della Sacra corona unita. Ascesa e declino di una mafia anomala, in corso di pubblicazione

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti