Mantenimento: la casa coniugale va calcolata come vantaggio
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12 Gen 2016
 
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Mantenimento: la casa coniugale va calcolata come vantaggio

Separazione e divorzio: nel calcolo del mantenimento all’ex si tiene conto della casa coniugale assegnata al coniuge.

 

Quando il giudice fissa l’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato o divorziato con reddito minore (o inesistente), deve tenere conto di tutte le sue disponibilità patrimoniali e di ogni utilità di questi, che possa avere un valore economico: il che significa che se il coniuge beneficiario del mantenimento ha anche ottenuto l’assegnazione della casa familiare (di norma, ciò succede perché presso di lui vengono anche collocati i figli), di ciò si dovrà tenere conto al momento di quantificare la somma dell’assegno medesimo, somma che, quindi, verrà diminuita.

 

In buona sostanza, poiché sul piatto della bilancia c’è, da un lato, un soggetto che ottiene l’uso dell’abitazione familiare e, dall’altro, uno che invece da essa dovrà sloggiare e, presumibilmente, trovare un nuovo appartamento (in affitto o da acquistare) è chiaro che quest’ultimo andrà incontro a spese superiori che il primo, al contrario, non sosterrà. Questa considerazione non può sfuggire al giudice, nel momento in cui deve calcolare la somma del mantenimento, andando a ridurre l’importo che grava sul coniuge già “sfrattato”.

 

Questo principio è stato più volte ribadito dalla Cassazione [1] e, più di recente, confermato con una ordinanza [2].

 

Il principio, dunque, è piuttosto chiaro: “in sede di divorzio [o di separazione, n.d.r.], ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, occorre tenere conto dell’intera consistenza patrimoniale di ciascuno dei coniugi e, conseguentemente, ricomprendere qualsiasi utilità suscettibile di valutazione economica, compreso l’uso di una casa di abitazione, valutabile in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere dell’immobile a titolo di locazione”.

 

Nel caso di specie, però, la Cassazione ha negato che la casa potesse costituire una utilità di cui tenere conto nella determinazione dell’assegno perché la stessa era stata occupata “di fatto”, e cioè non in virtù di una sentenza di assegnazione da parte del giudice. Insomma, la donna si era “appropriata” dell’immobile e di lì non voleva uscire, nonostante le richieste bonarie dell’uomo.

 

In tal caso, la valutazione di una tale utilità fuoriesce dall’ambito valutativo proprio dei valori legalmente posseduti da ciascuno dei coniugi: infatti, la difficoltà a liberare l’immobile da parte del suo proprietario è un dato che non influisce nella valutazione delle rispettive posizioni patrimoniali e reddituali e, quindi, nella quantificazione dell’assegno di mantenimento.

 

Secondo la Suprema Corte, in pratica, se la casa è occupata di fatto (cioè senza nessun valido titolo, come un contratto o una sentenza), il titolare dell’immobile può già ricorrere al tribunale, con le consuete (ma lunghe) azioni giudiziarie volte a recuperarne il possesso o la detenzione. Quindi, in tal caso, si può dire che “la casa non fa reddito” e, quindi, non rileva per il calcolo dell’assegno di mantenimento. Opposta è la soluzione se la casa è invece assegnata a seguito di una sentenza di separazione o divorzio: in tal caso bisognerà tenere conto della disponibilità dell’immobile nel valutare i rispettivi redditi degli ex coniugi.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 2 dicembre 2015 – 11 gennaio 2016, 223
Presidente Dogliotti – Relatore Genovese

Fatto e diritto

Ritenuto che il consigliere designato ha depositato, in data 20 luglio 2015, la seguente proposta di definizione, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ.:
“Con sentenza in data 26 marzo 2014, la Corte d’Appello di Campobasso ha rigettato le impugnazioni proposte, dai coniugi B.A. e Be.Ti. , contro la sentenza del Tribunale di Larino, che aveva dichiarato la cessazione degli effetti civili del loro matrimonio concordatario, così accogliendo la domanda del B. , e posto a carico di quest’ultimo l’obbligo di versare alla Be. un assegno divorzile di Euro 1.500,00 mensili, compensando le spese del giudizio.
Per quel che interessa ancora in questa sede, l’impugnazione del B. è stata disattesa, sulla base della verifica delle condizioni patrimoniali e reddituali dell’appellante (risultanti anche dalla sentenza di questa Corte n. 14081 del 2009), comparate con quelle pressoché inesistenti del coniuge, e rapportate al tenore di vita, pacificamente alto, osservato dalla famiglia in costanza di matrimonio.
Avverso la sentenza della Corte d’Appello ha proposto ricorso il B. , con atto notificato a

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[1] Cass. ord. n. 25420/2015; Cass. sent. n. 26197/2010.

[2] Cass. ord. n. 223/16 del 11.01.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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