Lecito prendere i mobili di casa se il coniuge non paga il debito
Editoriali
14 Gen 2016
 
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Lecito prendere i mobili di casa se il coniuge non paga il debito

Per le spese sostenute a seguito di lavori di miglioramento e non restituite all’ex coniuge quest’ultimo può appropriarsi degli arredi, mobili e suppellettili detenuti all’interno della casa.

 

Non scatta l’appropriazione indebita a carico del coniuge che si appropria degli arredi e dei mobili detenuti all’interno dell’appartamento di proprietà dell’ex coniuge, trasferendoli presso la propria abitazione, se quest’ultimo è suo debitore e, in particolare, non gli ha ancora restituito le somme spese per i lavori di miglioramento effettuati nell’appartamento comune. A chiarirlo è una recente sentenza della Corte di Appello di Palermo [1].

 

L’appropriazione indebita

In generale, non ci si può appropriare dei beni altrui, neanche se questi appartengono all’ex coniuge, tanto più se tra i due è in corso un giudizio di separazione. Il codice penale [2], infatti, stabilisce che il reato di appropriazione indebita scatta tutte le volte in cui qualcuno, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un profitto ingiusto, si appropria di un bene mobile o del denaro altrui di cui abbia il possesso. Scatta anche l’aggravante se chi commette il fatto abusa delle relazioni domestiche, come nel caso di specie.

 

La condotta richiesta dal Legislatore all’agente per l’integrazione del reato di appropriazione indebita deve mirare a procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto.

Non sussiste il profitto ingiusto, richiesto per l’integrazione del reato, quando l’appropriazione sia realizzata in accordo con la volontà del titolare dei beni oppure quando si agisce in forza di un diritto riconosciuto da una norma.

 

Ebbene, a riguardo, il codice civile [3] garantisce a chi vanta un credito per lavori di riparazione effettuati su determinati beni, il diritto di trattenere detti beni a garanzia del pagamento in questione (cosiddetto diritto di ritenzione a favore del possessore in buona fede).

Ed ecco quindi perché il coniuge – che agisce non con l’intento di procurarsi un profitto ingiusto, bensì “giusto”, perché a compensazione di un proprio credito – può andare a prendere, a casa dell’ex coniuge (di cui ancora abbia le chiavi), i beni mobili di quest’ultimo finché non gli venga pagato il dovuto.


La sentenza

Corte d’Appello di Palermo – Sezione IV penale – Sentenza 18 giugno 2015 n. 2349

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
La Corte di Appello del distretto di Palermo, Quarta Sezione Penale Composta dai Signori:
Presidente Maria Patrizia Spina
Consigliere Giuseppe Sgadari
Consigliere Michele Calvisi

riunita in Camera di consiglio (artt. 599 e 127 c.p.p.) il 03/06/2015 con l’intervento del Pubblico Ministero rappresentato – dal Sostituto Procuratore Generale della Repubblica Dott.ssa Rosa Alba Scaduto e con l’assistenza del Cancelliere Rosa Anna Sulli

Ha emesso e pubblicato la seguente: SENTENZA
MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza del Tribunale di Palermo, in composizione monocratica, del 13 febbraio 2013, resa all’esito di rito abbreviato, Sp.Er. veniva dichiarata colpevole del reato di cui all’art. 646 c.p. perché, al fine di procurarsi un ingiusto profitto, si appropriava degli arredi, mobili e suppellettili dalla stessa detenuti all’interno dell’immobile sito in via (…) di proprietà dell’ex coniuge Ta.Ge., non restituendoli al medesimo e trasportandoli presso la sua abitazione. Il fatto è stato commesso in Palermo fino al 22 marzo 2011. Applicata la diminuente per il rito, l’imputata

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[1] C. App. Palermo, sent. n. 2349/15 del 18.06.2015.

[2] Art. 646 cod. pen.

[3] Art. 1152 cod. civ.

 

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