Tutela della democrazia
Miscellanea
14 Gen 2016
 
L'autore
Rubbettino
 


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Tutela della democrazia

La creatività e lo spirito di iniziativa come tutele del bene comune e della democrazia.

 

Penso che per affrontare il tema della crisi della democrazia bisogna innanzitutto chiedersi da cosa dipende un vero protagonismo in un processo di innovazione istituzionale. Troppe volte infatti negli ultimi anni nulla di nuovo è sortito da progetti pensati a tavolino. Il dissesto economico e le tensioni sociali che stanno mettendo in ginocchio l’Europa sono il segno di una ben più profonda e radicata crisi culturale. A venir meno non sono solo le istituzioni governative, ma i paradigmi ideologici e le certezze che per anni le hanno sorrette.

 

In un mondo dove la globalizzazione ha radicalmente cambiato la geopolitica mondiale e dove la sovranità degli Stati europei si è relativizzata, in un mondo dove sotto il peso dello smottamento economico-finanziario i vecchi sistemi di protezione sociale si sfaldano senza che per i giovani si aprano nuove opportunità, in un mondo dove il conflitto, più che tra capitale e lavoro – vista la convergenza di interessi fra imprenditore e lavoratore data da una crisi epocale – ma tra lavoro e rendita, in un mondo dove stanno cambiando molte delle categorie culturali e politiche con le quali eravamo abituati a convivere, bisogna capire dove risiede la vera chiave di volta anche dei processi di riforma.

 

Questa deve implicare una visione positiva della persona e della società: un ripensamento delle pratiche di gestione del bene comune non può più prescindere dall’impegno a liberare creatività, desideri, spirito di iniziativa, tutto ciò che può essere motore di nuova consapevolezza, nuovo sviluppo e di un equilibrio sociale più giusto. «Innovazione» significa ripensare le politiche pubbliche partendo dall’idea così antica, eppure così moderna, che riconosce come primo fattore di costruzione sociale la responsabilità umana, coinvolta in un ambiente. La risposta a una concezione riduttiva di Stato e di mercato deve partire da uno sguardo rinnovato verso l’uomo, la sua esperienza e le sue esigenze, i suoi desideri e i suoi bisogni strutturali, da una nuova attenzione a quelle «scintille» di bene che spingono gli uomini a mettersi insieme per costruire risposte ai bisogni. Oggi, nonostante la crisi finanziaria, in molti credono ancora che l’autoregolamentarsi del mercato in un’ottica di liberismo selvaggio debba essere il cuore della vita economico-sociale e che le istituzioni abbiano il compito di favorire questo tipo di dinamica. Io penso invece che la crisi finanziaria ci abbia mostrato che non esiste una «mano invisibile» che, utilizzando l’azione egoistica dei singoli, determini il benessere collettivo.

 

Come ho sentito dire dallo storico economico Giulio Sapelli, il mercato nasce quando il principe stabilisce delle regole entro cui un’azione economica si muove. Senza regole poste a salvaguardia del bene comune, inevitabilmente l’azione che genera il profitto tende a schiavizzare l’uomo, a distruggere l’ambiente, o addirittura a fissare norme che provocano, come adesso, una crisi strutturale da cui non si sa come uscire; e comunque, diventa il modo per occupare lo Stato e garantirsi privilegi. La ricerca di un profitto non deve perdere di vista un contesto ideale che abbia come scopo l’uomo, il bene di ogni singolo uomo. Le forze imprenditoriali possono contribuire all’innovazione democratica se capiscono che questa è sinergica ai loro fini di benessere diffuso. Quando ero studente di economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore il compianto professor Giancarlo Mazzocchi parlava delle esternalità negative, degli effetti nefasti che può avere un’azione economica incontrollata sul contesto politico, sociale e istituzionale, come oggi è sotto gli occhi di tutti (disoccupazione, ingiustizia sociale, inquinamento, rendita parassitaria, manovre speculative, squilibri territoriali). Kenneth Arrow, a cui fu conferito il Premio Nobel per lo studio sulla conciliabilità tra utilità individuale e benessere collettivo, affermava che tale conciliazione è impossibile senza conseguenze quali il monopolio in economia e la dittatura in politica. E aggiungeva: «l’ordinamento rilevante per il raggiungimento di un massimo sociale è quello basato sui valori che rispecchiano tutti i desideri degli individui, compresi gli importanti desideri socializzanti». Parlando del principio di maggioranza egli allude al libero associarsi e unificarsi di utilità particolari, ai differenti desideri che si accordano in forza di comuni ideali. L’accordo non avviene sul piano del conflitto sociale, economico o politico, ma è un accordo ideale, che segue il principio di maggioranza in politica e di valorizzazione dei capaci e meritevoli nell’imprenditoria, in una logica di sana competizione. Da questo insegnamento possiamo capire che l’alternativa al liberismo selvaggio non è lo stato di polizia di tipo hobbesiano, o addirittura la versione moderna di tale concezione, tipica di Stati emergenti caratterizzati da dittature politiche che favoriscono oligarchi di Stato o privati. Un processo di inversione della crisi in cui siamo non può che avvenire, nel medio periodo, per la partecipazione della singola persona, educata agli ideali di bene comune, in modo che la costruzione democratica e il cambiamento anche delle istituzioni siano parte del suo vissuto. Non possiamo costruire un consenso al di fuori di un cammino di ricerca di un ideale di bene comune. Del resto, questo è il portato più nobile della nostra storia recente. Potrebbe sembrare un po’ desueto, ma l’unità democratica del nostro Paese (e la relativa Costituzione) è stata costruita da uomini che, pur provenendo da storie e ideali diversi, sono stati capaci di superare differenze ideologiche radicate che sembravano insormontabili e, dopo la Seconda guerra mondiale, con il mondo diviso in due blocchi separati, una guerra mondiale latente, sono stati in grado di convergere liberamente in un superiore progetto di convivenza pacifica e di sviluppo economico.

 

La presa di coscienza e di responsabilità di ogni «io» poggia in luoghi di convergenza – come si propongono di essere le nostre Fondazioni e Associazioni – che hanno animato la nostra vita democratica: i corpi intermedi. Nell’idea di sussidiarietà, corpi sociali, comunità intermedie, reti di famiglie, piccole comunità, associazioni, imprese sociali, di volontariato, ecc. sono realtà dove è favorita un’educazione reale; sono i luoghi dove, come ha dimostrato Toqueville, inizia la democrazia. Essi costituiscono un antidoto alla deriva nichilista, alimentano il senso di responsabilità civile e assieme il desiderio del dono, sostengono l’iniziativa che genera il welfare comunitario.

 

Tutto questo capitale sociale costituisce la principale ricchezza degli Stati e dell’Europa. Non si tratta di astratta retorica personalista, ma della nostra storia. Inoltre, le riforme in corso negli Stati post-moderni più avanzati dimostrano come questi sistemi stiano cercando di rispondere alle mutate esigenze della società globalizzata attraverso l’attuazione di modelli di welfare comunitari, in grado di generare vere e proprie teorie innovative della forma di Stato. Allora si capisce che queste realtà, partecipano e costruiscono il consesso sociale e politico se, evitando di farsi chiudere da interessi corporativi, si concepiscono in funzione del bene comune, accettano regole condivise.

 

A questo fine necessitano della funzione regolatrice dello Stato per mettere a frutto il proprio contributo al bene comune dettato dalle diverse idealità. Anche il senso civico di cui si parla molto è qualcosa che poggia su un convincimento personale, senza del quale nessuna coercizione può veramente correggere devianze come quelle, ad esempio, che hanno caratterizzato la Seconda repubblica.

 

Allora, posto che la priorità per sostenere la crescita di individui liberi e responsabili nel governare il bene comune è puntare su educazione e istruzione secondo ideali per l’uomo, alcuni punti, a mio parere, vanno affrontati con urgenza per favorire la rinascita di uno Stato non schiavo del nuovo liberismo e nemmeno hobbesiano, ma espressione delle realtà sociali che compongono il nostro Paese.

 

Innanzitutto, occorre ricreare le condizioni per la ripresa dello sviluppo attraverso il contenimento della spesa pubblica corrente e la revisione del sistema fiscale per incentivare chi più investe, più occupa e più esporta. Inoltre, va ripensato il sistema del welfare che è oggi deficitario perché concepito come mero welfare statale finanziato quasi solo dalla spesa pubblica, incapace di valorizzare le risorse presenti nella società, nel rispetto del principio di sussidiarietà, e quindi sempre meno efficace e in grado di alleviare la disuguaglianza sociale. Per ciò che riguarda il tema delle riforme istituzionali, lo scopo è arrivare a una fisiologica stabilità dei governi senza del quale è difficile lo sviluppo. Non si ha sviluppo economico senza la stabilità dei governi, tanto è vero che oggi persino gli investimenti in titoli dello Stato non sono più solo funzione del tasso di interesse, ma molto più del grado di fiducia nel sistema-Paese, come dimostra la vicenda Btp-Bund. Per questo, urge realizzare presto una riforma elettorale che favorisca la governabilità. Occorre inoltre superare il bicameralismo paritario e perfetto che spesso è parso un modo per rendere ingovernabile il nostro Paese. Due Camere che entrambe accordano la fiducia al Governo non favoriscono la stabilità e neanche la discussione, e allora bisogna differenziarle (oltre a ridurre il numero dei parlamentari), ad esempio, affidando a una il compito di legiferare e all’altra di rappresentare le Regioni, come avviene in Germania. Il contrappeso continuo tra potere e capacità legislativa in Germania è dovuta a un federalismo che funziona, perché i Lander hanno un loro peso ed è chiaro cosa spetta decidere al livello locale e cosa a quello centrale; oggi in Italia esiste un decentramento legislativo confuso, mancano efficaci strumenti di coordinamento; abbiamo un federalismo fiscale (in cui si parla, ad esempio, di costi standard) che è partito e si è fermato. Quindi, l’altra grande riforma da portare a compimento è quella di una razionalizzazione del nostro anomalo federalismo all’italiana, con un potere centrale in grado di valorizzare in modo chiaro e preciso i poteri locali. Tutto questo evidentemente implica una riforma costituzionale organica e armonica: anche la riforma elettorale, fuori da un contesto generale ha il fiato corto. C’è bisogno di un nuovo patto costituzionale, come quello fatto nel ’46/’48, che ha dato vita a uno Stato, espressione delle realtà sociali e ideali del nostro Paese. Altro punto fondamentale: la riforma della giustizia, sia dal punto di vista dell’attribuzione dei poteri e delle responsabilità dei giudici, che per quel che riguarda la durata dei processi. Ultima cosa: l’Europa.

 

Siamo vicini alle elezioni europee dove i diversi populismi rischiano di rendere più fragile l’unità europea. Ma l’Europa è un punto imprescindibile di quel processo di internazionalizzazione di cui nessun Paese può fare a meno in un mondo che cambia. Queste riforme quindi devono, in qualche modo, mettere a tema anche un trasferimento di sovranità equilibrato dentro l’Europa.

 

Per concludere, a me sembra che nel recupero di una cultura di fondo stia il nostro contributo a un cambiamento anche istituzionale che non può essere procrastinato.

 

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