La sfiducia nei partiti e nelle istituzioni: il crac della democrazia
Miscellanea
14 Gen 2016
 
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Rubbettino
 


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La sfiducia nei partiti e nelle istituzioni: il crac della democrazia

Democrazia e operatività della legge: innovazione tecnologica, circolazione delle informazioni, decreti attuativi e applicazione delle leggi.

 

Per contribuire al tema «innovazione democratica in Italia» cercando di portare un fattivo contributo su aspetti concreti, mi riferisco innanzitutto al concetto di globalizzazione, affiancandolo a quello dell’innovazione tecnologica nel campo della comunicazione. La globalizzazione, insieme alla più ampia e più rapida circolazione delle informazioni, soprattutto per merito della tecnologia internet, offre a tutti i cittadini, in modo esteso, in questi ultimi anni, la possibilità di fare confronti fra i diversi Paesi sui risultati delle scelte politiche a livello internazionale. In passato ciò non era così facilmente fattibile!

 

Nei tempi recenti, per merito dell’analisi comparata sopra descritta noto che nel nostro Paese si sta scavando un solco profondo di diffidenza tra i cittadini e la politica; infatti risulta diffusa la sensazione che negli altri Paesi europei la classe politica locale abbia saputo o sappia agire in modo da meglio tener conto dei rapidi cambiamenti dello scenario, delle circostanze di fatto, e quindi di un cambiamento dell’opinione pubblica indotto dalla percezione delle diverse scelte fatte e dei risultati conseguiti. I politici sembrano essersene accorti moderatamente o per nulla; eppure è una importante forma di concorrenza fra le azioni dei Parlamenti e dei Governi e anche fra gli ordinamenti. Occorre che la politica in futuro sappia tener conto di quanto sopra riportato nei propri comportamenti e nelle decisioni.

 

Sarà un fatto molto positivo per le prospettive future del Paese. Tanto maggiore e forte sarà l’efficienza e la conseguente rapidità di crescita del Paese tanto maggiore e forte sarà il recupero di innovazione

democratica.

 

Tre aspetti rilevanti

In molti Paesi, ad esempio, i sistemi elettorali consentono ai cittadini di eleggere i candidati a loro giudizio migliori, mentre da noi – dove pur vengono elette persone di valore e di spessore – la scelta dei candidati, in particolare con la legge elettorale in vigore, spetta ai partiti e questa differenza non è percepita positivamente. Altri temi di confronto sono i costi della politica, che da noi appaiono decisamente alti e superiori agli altri Paesi, e la questione morale, questione rilevante, che all’estero pare tenuta in molto maggiore considerazione e rispetto.

 

Da queste riflessioni di carattere generale scaturiscono molti ragionamenti.

 

Il ministro dell’Economia Saccomanni, ad esempio, in un suo intervento in Assonime di fine 2013, ha ricordato che affinché le leggi approvate dal Parlamento durante il Governo Monti potessero entrare in vigore, occorrevano circa ottocentosessanta decreti attuativi. A fine settembre 2013 i decreti attuativi già deliberati riguardavano solamente il 38% delle predette leggi, le quali erano entrate in vigore, mentre il restante 62% non era ancora stato attuato! Che giudizio dà il cittadino sull’efficienza del Governo del Paese? Sempre a settembre c’erano oltre duecento decreti attuativi da emanare su leggi decise dal Parlamento durante il governo Letta, senza i quali le leggi approvate non possono entrare in vigore. Quanto descritto ci porta inevitabilmente a ritenere che occorra

una modifica nelle tecniche legislative: le leggi dovrebbero essere emanate dal Parlamento subordinandole a un successivo molto minor utilizzo di decreti attuativi, e ciò per aumentare l’efficienza e perché, se questi casi sono così numerosi come lo sono oggi, la politica finisce per abdicare dal proprio compito, delegando l’attuazione delle leggi alle burocrazie ministeriali, con una immagine di inefficienza del proprio operato.

 

Il Paese si rende perfettamente conto che sulle leggi c’è un grande confronto, un grande dibattito politico e questo in democrazia è un fatto sano e positivo, ma ciò non deve tradursi di fatto in un immobilismo tale per cui se alcune forze politiche non sono d’accordo sulle norme deliberate dal Parlamento la tecnica legislativa permette di ritardare o, addirittura, di non farle mai entrare in vigore. Questa è una delle maggiori cause di cattivo giudizio verso la democrazia: le leggi approvate non producono gli effetti che tutti si attendono.

 

È necessario, quindi, che le leggi approvate possano entrare in vigore al più presto e comunque in tempi certi e prefissati, complete dei necessari decreti attuativi. Si potrebbe prevedere qualche forma di sanzione per chi si renda responsabile del mancato e/o tardivo completamento delle leggi con i relativi decreti attuativi.

È una inefficienza che non ci possiamo più permettere, la politica finisce per non potersi occupare di nuove ulteriori norme anche importanti e necessarie, perché è ancora concentrata sui decreti attuativi di quelle precedenti. La produttività è bassissima. In secondo luogo mi riferisco agli accordi di programma. Sono convinto che dovremmo prendere esempio da quello che accade in altri Paesi. Pensiamo ad esempio alla democrazia tedesca, che pure non è esente da difetti e problemi. Qui i governi di coalizione, nei primi mesi dopo la nomina, lavorano insieme per identificare su quali nuove norme interverranno; trovano un accordo sui temi importanti e su quelli legifereranno.

 

La continua contrapposizione in Italia, volta a fermare l’altra parte politica, è molto mal giudicata dai cittadini, che chiedono innanzitutto che le cose funzionino bene e con efficienza per il Paese.

Angela Merkel in questo periodo, nella grande coalizione, ha fissato il programma di governo per il prossimo biennio. Anche noi dovremmo prendere la buona abitudine di compiere un lavoro e un percorso del genere, per evitare che l’esecutivo sia bloccato da continue contrapposizioni o cambi di idee e di posizione.

Un terzo auspicio lo voglio dedicare alla questione fiscale e tributaria, cioè alla confusione di norme in cui ci troviamo attualmente, eredità anche del passato. Mi domando come sia possibile che la tecnica legislativa attualmente in vigore non stabilisca che una determinata norma tributaria debba restare in vigore per un numero minimo di anni, al fine di non creare confusione nei contribuenti e generare continuamente maggior lavoro.

 

Non possiamo cambiare continuamente le norme in questo campo. Questi continui cambiamenti provocano irritazione e confusione nei cittadini, perché fino all’ultimo momento non sanno come si devono comportare e quali saranno i costi delle imposte. Sappiamo infine che l’economia si basa molto sulle attese e, più le attese sono negative, meno l’economia marcia. Non è possibile avere aspettative positive alla luce delle incertezze generate dai citati tipi di tecnica legislativa e di norme tributarie. Da queste modifiche dobbiamo partire per innovare la democrazia e per contribuire a ricreare un clima positivo, di fiducia, indispensabile per la ripresa e lo sviluppo futuro.

 

 

La fiducia

 

Credo sarebbe utile raccogliere qualche dato sulle tendenze della fiducia per dare fondamento alle contestazioni esposte. Il vantaggio della fiducia rispetto ad altri concetti, che sono molto più elusivi, è che si può misurare ed esistono delle statistiche. Il secondo punto è che il concetto di fiducia è elastico e ampio, perché si riferisce a tante categorie. Si esprime fiducia nei confronti delle istituzioni parlamentari, dei partiti politici, delle altre persone, delle banche e dei banchieri ecc. Quindi occorre definire a quale dimensione si vuole guardare.

 

C’è anche una dimensione temporale e c’è una dimensione attinente alla controparte verso cui la fiducia è diretta: in genere, ad esempio, ci si fida di più di una persona con cui si ha familiarità che di una persona generica. La mia sensazione, sulla base dei dati che conosco è che per quanto riguarda l’Italia mi pare che ci sia un calo molto, molto forte della fiducia nei confronti dei partiti, probabilmente anche nei confronti delle istituzioni; c’è una dimensione strutturale, nel senso di una maggior carenza di fiducia in Italia relativamente ad altri Paesi. Ma c’è anche una componente ciclica molto più forte oggi probabilmente di quanto non fosse, poniamo, 20 anni fa.

 

Un terzo aspetto che, secondo me, non è irrilevante è l’atteggiamento delle persone nei confronti delle istituzioni europee, non soltanto di quelle italiane. In molti Paesi, ovviamente quelli più colpiti dalla crisi e dalla cattiva gestione che è stata fatta della crisi da parte delle istituzioni europee, c’è un senso di disaffezione e di sfiducia nei confronti delle istituzioni europee più marcato; la mia impressione è che se uno vuole recuperare fiducia verso queste istituzioni occorre farlo in loco, nei singoli Stati nazionali, recuperando al contempo fiducia nelle istituzioni locali. Probabilmente i due recuperi si sorreggono vicendevolmente. Per dirla in breve, io credo che occorre documentare i fatti per capirne l’entità, sapendo che la perdita di fiducia non è la causa dei fenomeni. Essa riflette infatti la perdita di affidabilità della controparte verso cui si esprime la fiducia ed è questa che si deve ricostruire se si vuole risollevare la fiducia dei cittadini nei confronti dei Partiti; così come occorre rendere le istituzioni (i banchieri, le banche ecc.) più affidabili perché esse appaiano tali agli occhi dei cittadini e perché questi tornino a potersi fidare di loro.

 

Tutto questo per dire che i sentimenti di fiducia o di sfiducia altro non sono che delle aspettative che le persone esprimono riguardo all’affidabilità della controparte, quindi l’oggetto del contendere è l’affidabilità della controparte. Detto altrimenti la fiducia è endogena all’affidabilità e muta quando l’affidabilità viene meno, viene intaccata. Pertanto per capire il calo di fiducia ci si deve chiedere perché l’affidabilità dei Partiti o delle istituzioni e così via si è modificata, è calata.

 

La sensazione che si ha è che probabilmente ci sono effetti di contaminazione, di spillover. Ovvero se cala l’affidabilità di una istituzione questa a volte contagia anche istituzioni vicine, così come se cala l’affidabilità nei confronti di una banca, il calo contagia l’affidabilità della banca vicina, perché la gente tende a pensare, su questi argomenti in particolare, in modo «grossolano». Non è soltanto l’affidabilità della persona o del partito che si è mal comportato a essere ripensata, ma le persone estendono il ripensamento anche agli altri partiti e ad altri domini. Spesso anche a soggetti molto diversi. Nei dati, ad esempio, si vede che una persona che prende una fregatura mentre compra un bene di seconda mano, non solo perde la fiducia nei confronti dei rivenditori di automobili di seconda mano, ma la perde anche nei confronti del banchiere o di chi vende frutta e verdura. C’è un effetto di contaminazione, di spillover e di contagio che è molto difficile da governare perché episodi micro si espandono e diventano attraverso questo processo di contaminazione macroscopici.

 

Questo suggerisce che forse, se uno guarda al nostro Paese, bisognerebbe capire un po’ dove è il bandolo, cioè dove inizia la storia per provare a suggerire qualche proposta iniziando proprio da dove il problema è cominciato. Non lo so. So che il calo di fiducia verso la finanza, su cui ho dei dati, inizia nell’autunno del 2008. È interessante capire anche che cosa chiede la gente in risposta al crollo di fiducia. In genere quando si verifica un crollo di affidabilità e un crollo di fiducia si manifesta una fortissima domanda di regolamentazione; quello che la gente chiede è regulation e punizione; questa è la reazione che viene fuori.

 

Ovviamente, talvolta, la cosa sensata da fare non è necessariamente la cosa utile, soprattutto quando l’impeto diventa montante e uno deve suggerire a trovare risposte. Il problema che abbiamo è che, secondo me, mentre sappiamo capire perché la gente perde fiducia e sappiamo anche quale è la dinamica della ricostruzione (sappiamo che la si perde molto rapidamente e la si ricostruisce lentamente), sappiamo molto poco su quale sia l’ingrediente che la fa risorgere. Ovvero come si fa a ricostruire l’affidabilità e la fiducia.

 

È un processo lento, perché occorre convincere gli scettici che l’istituzione, o il partito ora è affidabile. Per di più c’è un meccanismo che crea lentezza: la fiducia si ricostruisce provando a darla, si vede la reazione e se quel poco di fiducia è meritata la si conferma ed eventualmente si accresce. Però se si parte da livelli di fiducia molto bassi il tentativo di provare non lo si fa e quindi non si sperimenta. Ma se non si sperimenta non raccolgono informazioni e quindi la sfiducia prevale.

 

Questo è il problema più serio, cioè quando cala molto, supera una soglia minima, farla riprendere diventa ancora più difficile. Io terrei distinto il problema delle aspettative sul quadro economico – tipo il clima di fiducia, nel senso di quello che misura l’istat sulle prospettive a breve termine dell’economia e la capacità delle persone di resistere – dal problema della fiducia nei confronti delle istituzioni, oppure degli altri.

Sono due concetti diversi. La prima è una aspettativa sul quadro economico a breve termine e quella è destinata, naturalmente, a peggiorare o a migliorare con il ciclo. Una volta che il ciclo si riprende si riprenderanno le aspettative. Ma è un argomento – secondo me – distinto, separato dalla fiducia verso istituzioni, partiti persone.

 

Secondo me, questo è l’argomento più importante su cui concentrarsi. Partendo da una impresa che è una struttura sociale semplificata, ma che ha tutte le frizioni che ha una intera società, hai bisogno di dare il senso di che cosa è la missione di quella istituzione e noi oggi siamo un Paese senza missione, cioè un Paese che non ha una strada perché nessuno gliela indica. L’impressione che si ha è che si vive di parole d’ordine che vengono consumate molto rapidamente e che vengono molto spesso anche disattese.

 

La sfiducia è la misura della distanza che c’è tra la missione che una istituzione o una persona deve compiere e quello che effettivamente realizza; una persona è sfiduciata quando vede che non c’è aderenza tra la missione che quella entità deve compiere e la realizzazione. Ad esempio, il fatto che i partiti politici dilaghino, che non si attengono alla loro missione, è alla base del meccanismo che genera scetticismo e sfiducia. Secondo me, quindi, la domanda è: come si fa a rientrare nell’alveo delle competenze di ciascuno e a rendere i comportamenti attinenti alle missioni. Questo, è il problema più serio del Paese.

 

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