Gli atti ablativi della P.A.
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16 Gen 2016
 
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Gli atti ablativi della P.A.

Il potere ablativo della P.A.: espropriazione per pubblica utilità e requisizione.

 

Gli atti ablativi sono definiti, in via generale, come «quegli atti con cui il pubblico potere, per un vantaggio della collettività, sacrifica un interesse ad un bene della vita di un privato cittadino» (GIANNINI).

 

Le forme e l’intensità del sacrificio imposto variano in relazione ai diversi provvedimenti.

 

Dal punto di vista funzionale i provvedimenti in esame hanno sempre un effetto privativo di una facoltà o diritto facente capo al destinatario del provvedimento e possono anche avere effetto acquisitivo di una facoltà o diritto a favore dell’amministrazione procedente.

 

Il fondamento che legittima la P.A. a compiere tali atti (che rientrano tutti nel concetto di «espropriazione in senso lato») deriva dal dettato del comma 3 dell’art. 42 Cost. che pone al riguardo tre principi generali, e cioè:

 

a) la riserva di legge: deve essere la legge a riconoscere alla P.A., caso per caso, il potere di sottrarre il bene privato, fissando limiti, oggetto e condizioni dell’atto ablativo;

 

b) l’obbligo d’indennizzo: per il quale, salvo il caso in cui l’avocazione abbia luogo a titolo di sanzione o inerisca alla funzione dei beni stessi (avocazione allo Stato di cave e torbiere non sfruttate), i pubblici poteri non possono privare i singoli dei loro beni se non corrispondendo un «adeguato» indennizzo, che si pone come condizione di legittimità dell’atto ablativo;

 

c) motivi di interesse generale: cioè pubblico, a fondamento dell’atto ablativo.

 

 

L’espropriazione per pubblica utilità

È il più importante atto ablativo ed è anche quello più dettagliatamente regolato dalla legge.

 

In virtù di tale istituto la P.A. ha il potere di sacrificare, nel pubblico interesse e dietro indennizzo, diritti reali altrui. Ad esso si riferisce la Costituzione nell’art. 42.

 

In particolare, l’art. 834 c.c. definisce l’espropriazione come quell’istituto di diritto pubblico in base al quale un soggetto, previo pagamento di una giusta indennità, può essere privato, in tutto o in parte, di uno o più beni immobili di sua proprietà per una causa di pubblico interesse legalmente dichiarata (ex art. 42 Cost.).

 

Oggi il D.P.R. 380/2001 (Testo Unico in materia di espropriazioni) costituisce il corpus normativo di riferimento della materia espropriativa.

 

L’espropriazione crea un vero e proprio rapporto di diritto pubblico i cui elementi sono: parti, oggetto, indennizzo.

 

 

Le parti

Il D.P.R. 327/2001 definisce, all’art. 3, i soggetti del procedimento espropriativo:

 

a) per «espropriato» si intende il soggetto, pubblico o privato, titolare del diritto espropriato;

 

b) per «autorità espropriante» si intende l’autorità amministrativa titolare del potere di espropriare e che cura il relativo procedimento, ovvero il soggetto privato, al quale sia stato attribuito tale potere, in base ad una norma;

 

c) per «beneficiario dell’espropriazione», si intende il soggetto, pubblico o privato, in cui favore è emesso il decreto di esproprio;

 

d) per «promotore dell’espropriazione» si intende il soggetto, pubblico o privato, che chiede l’espropriazione.

 

 

L’oggetto

Secondo la giurisprudenza tradizionale, oggetto dell’espropriazione può essere un diritto di proprietà o altro diritto reale. Peraltro, dal momento che l’art. 1, L. 2359/1865 non parla di diritti reali relativi ad immobili, ma genericamente di diritti relativi ad immobili, la giurisprudenza ha talora asserito che possono essere oggetto di espropriazione anche i diritti personali di godimento.

 

Non possono essere espropriati:

a) gli edifici aperti al culto, se non per gravi ragioni e previo accordo con la competente autorità;

b) i beni demaniali e di norma i beni patrimoniali indisponibili;

c) le sedi di rappresentanze diplomatiche di Stati esteri.

 

 

L’indennizzo

Questo elemento dell’espropriazione è tutelato direttamente dalla Costituzione e si pone in relazione all’atto espropriativo come «presupposto di legittimità di esso».

 

L’indennizzo deve essere:

 

unico: va, cioè pagato al proprietario o all’enfiteuta quando la procedura espropriativa sia stata promossa nei confronti di uno di questi soggetti. Nel caso, poi, si espropri un diritto reale altrui, l’indennizzo va pagato al titolare di tale diritto;

 

giusto: l’indennizzo cioè deve essere serio, congruo (cioè non simbolico, nè aleatorio) ed adeguato.

 

La materia della determinazione dell’indennizzo spettante al soggetto passivo del provvedimento espropriativo ha costituito per lungo tempo oggetto di dispute dottrinali e giurisprudenziali.

 

Il Testo Unico in materia di espropriazioni per pubblica utilità dedica il Capo VI all’entità dell’indennizzo.

 

In particolare fissa quest’ultima:

— per le aree edificabili, nella misura pari al valore venale del bene;

— per le aree legittimamente edificate, nella misura pari al valore venale;

— per le aree non edificabili i criteri sono quelli previgenti di cui alla L. 865/1971, ovvero relativi al valore agricolo.

 

 

La procedura di espropriazione

Ai sensi dell’art. 8 del T.U., le fasi in cui deve essere suddiviso il procedimento di esproprio sono tre:

 

apposizione del vincolo preordinato all’esproprio: si perfeziona all’atto di approvazione del piano urbanistico generale ed ha durata quinquennale;

 

dichiarazione di pubblica utilità dell’opera: sono previste due diverse fattispecie a seconda se l’opera da realizzare sia o meno conforme alle previsioni dello strumento urbanistico;

 

determinazione dell’indennità di esproprio: è la fase che conclude l’iter procedimentale che conduce all’emanazione del decreto di esproprio.

 

Da ricordare, infine, che l’art. 6 del T.U. sull’espropriazione ha sancito il principio, ispirato a chiare esigenze di efficienza e di razionalità dell’azione amministrativa, secondo cui la competenza all’emanazione di tutti gli atti del procedimento espropriativo spetta all’autorità competente alla realizzazione dell’opera pubblica o di pubblica utilità (è il cd. principio di simmetria o di concentrazione).

 

 

La requisizione

Le requisizioni sono provvedimenti mediante i quali l’amministrazione dispone delle proprietà o, comunque, utilizza un bene di un privato per soddisfare un interesse pubblico (CASETTA).

Casi più frequenti sono:

 

requisizione in proprietà: attuata per esigenze di carattere militare e riguardante, di solito, mezzi di trasporto, derrate alimentari etc. Tale tipo di requisizione ha effetti irreversibili;

 

requisizione in uso: ha come presupposto l’urgente necessità. Riguarda beni sia mobili che immobili e comporta, in vista della cura di un’esigenza pressante della collettività che non può essere soddisfatta in altro modo, la possibilità di poter utilizzare il bene (che rimane di proprietà del titolare) per il tempo necessario e pagando una indennità (es.: requisizioni in caso di calamità naturali) (CASETTA);

 

requisizione di urgenza: può essere attuata solo in caso di grave necessità pubblica. È prevista dall’art. 7 della legge sul contenzioso amministrativo, L. 2248/1865 (All. E), ed è di competenza di tutte quelle autorità che, in base ad altre norme, possono disporre di urgenza della proprietà privata.

 

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