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Lo sai che? Pubblicato il 17 gennaio 2016

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Lo sai che? Che succede se impugni in ritardo il licenziamento

> Lo sai che? Pubblicato il 17 gennaio 2016

Impugnazione tardiva del licenziamento: nessun risarcimento per il lavoratore.

Se il lavoratore impugna il licenziamento oltre i termini previsti dalla legge non può più rivolgersi al giudice per chiedere l’accertamento dell’illegittimità del provvedimento del datore di lavoro e il conseguente risarcimento del danno. È quanto ricordato dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Scaduti detti termini, infatti, si verifica la cosiddetta decadenza dal diritto di contestare il recesso dell’azienda dal contratto di lavoro (sia che si parli di licenziamento individuale che collettivo).

I termini per impugnare il licenziamento

Il lavoratore che voglia impugnare il licenziamento deve rispettare due diversi termini: uno per l’invio della contestazione scritta al datore di lavoro (60 giorni) e un altro per l’avvio della relativa causa in tribunale (180 giorni). Vediamo singolarmente tali due fasi.

Impugnazione stragiudiziale

Innanzitutto, il licenziamento, a pena di decadenza, deve essere impugnato entro 60 giorni decorrenti dal momento in cui il licenziamento è pervenuto all’indirizzo del lavoratore, salva la dimostrazione da parte del medesimo che egli, senza sua colpa, è stato impossibilitato ad avere conoscenza della lettera di licenziamento. A tal fine il lavoratore deve inviare – anche a mezzo del proprio avvocato, conferito di apposita procura – una lettera di contestazioni, spedita con raccomandata con avviso di ricevimento, presso la sede legale dell’azienda (quale risulta dall’atto costitutivo) o alla sede effettiva (occorre però che vi siano gli amministratori della società e vi si riunisca l’assemblea dei soci).

Tale lettera di contestazione viene anche detta impugnazione stragiudiziale (in quanto tutto si svolge fuori dall’aula di tribunale).

In tale comunicazione non vanno necessariamente esposti tutti i motivi per i quali si deduce l’illegittimità del licenziamento, ma è sufficiente che l’atto esprima la volontà inequivoca di impugnare il recesso.

L’impugnazione stragiudiziale può avvenire anche con un telegramma, in quanto quest’ultimo ha la medesima efficacia probatoria della raccomandata a.r. se l’originale consegnato all’ufficio di partenza è stato sottoscritto dal mittente, ovvero se è stato consegnato o fatto consegnare all’ufficio di partenza dal mittente stesso, anche senza sottoscriverlo. Al telegramma spedito tramite ufficio telegrafico viene equiparato quello dettato per telefono all’operatore, anche da parte di un terzo e da un’utenza telefonica non appartenente al lavoratore, purché su mandato e a nome del lavoratore. In caso di contestazione l’interessato deve fornire la prova della provenienza della dichiarazione da lui medesimo, anche con il ricorso a presunzioni. In particolare, si può fare riferimento:

– all’indicazione dell’autore della dichiarazione contenuta nel testo stesso del telegramma;

– al possesso della copia del telegramma inviata al mittente;

– alla titolarità o all’uso esclusivo dell’utenza telefonica attraverso cui è avvenuta la dettatura del telegramma, ecc.

La richiesta di tentativo di conciliazione inviata alla Direzione del Lavoro non può integrare l’impugnativa stragiudiziale.

L’impugnazione giudiziale

Affinché l’impugnazione stragiudiziale sia valida è necessario che la stessa sia seguita, entro il successivo termine di 180 giorni, dal deposito del ricorso presso il tribunale, sezione Lavoro o dalla comunicazione alla controparte dell’eventuale richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.

Tale termine di 180 giorni decorre dalla data di spedizione dell’impugnazione del licenziamento.

Qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia stato raggiunto l’accordo necessario, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.

Se il lavoratore fa decorrere i termini

Il mancato rispetto anche di uno solo dei termini sopra esposti, comporta l’impossibilità, per il lavoratore, di impugnare il licenziamento e, quindi, di ottenere il relativo risarcimento del danno. Infatti, in caso di tardiva impugnazione del licenziamento è del tutto irrilevante – sottolinea la Corte – il fatto che il provvedimento di espulsione sia chiaramente illegittimo e adottato con discriminazione o con violazione delle norme previste dallo Statuto dei lavoratori.

Se l’impugnazione del licenziamento è tardiva, il risarcimento spetta solo se deriva da un fatto diverso dal licenziamento. In particolare, come già chiarito in passato dalla Suprema Corte [2], la decadenza dall’impugnativa del licenziamento (individuale o collettivo) preclude l’accertamento giudiziale dell’illegittimità del recesso e la tutela risarcitoria.

note

[1] Cass. sent. n. 498 del 14.01.2016.

[2] Cass. sent. n. 10235/2009.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 19 novembre 2015 – 14 gennaio 2016, n. 498
Presidente Macioce – Relatore Buffa

Svolgimento del processo

Con sentenza del 22.04.2010, la Corte di Appello di Venezia, in riforma della pronuncia del giudice di prime cure, respingeva le domande proposte dalle eredi del sig. C., dipendente della Rete Ferroviaria italiana S.p.A., aventi ad oggetto d diritto dei loro dante causa al risarcimento del danno per illegittimità del licenziamento (collocamento a riposo d’ufficio per raggiunti limiti contributivi).
In particolare, la corte territoriale, rilevando la tardività dell’impugnazione del licenziamento, ha ritenuto inammissibile la domanda risarcitoria fondata solo sulla detta illegittimità del recesso in difetto di allegazione e prova di ulteriori elementi della fattispecie dell’illecito produttivo dei danno.
Avverso tale sentenza propongono ricorso in Cassazione le eredi del lavoratore con un unico motivo. Resiste Rete Ferroviaria italiana S.p.A. con controricorso. Le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

Con il primo motivo si deduce (ai sensi dell’art. 360 n. 3 e 5 c.p.c.) violazione degli artt. 1218 e 1453 c.c.p relazione all’art. 18 St. Lav. E all’art. 5, co. 3 L. n. 223/91 Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 112 e 414 c.p.c., nonché omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto decisivo per il giudizio, per avere la sentenza impugnata affermato che, nel caso di tardiva impugnazione dei licenziamento, come nella specie, l’azione risarcitoria ordinaria è ammissibile purché “siano allegati e dimostrati profili diversi e ulteriori rispetto a quelli previsti dalla normativa speciale sui licenziamenti”, mentre l’azione risarcitoria ordinaria è inammissibile “se l’inadempimento prospettato quale presupposto dei risarcimento è solo il recesso illegittimo”.
II ricorso è infondato.
La soluzione fatta propria dalla corte territoriale è dei tutto in linea con la giurisprudenza di questa Corte, che ha ripetutamente affermato che al lavoratore che non abbia tempestivamente impugnato il licenziamento (come pacificamente avvenuto nella specie) è precluso l’accertamento giudiziale dell’illegittimità del recesso e, conseguentemente, la tutela risarcitoria in base alle leggi speciali, né il giudice può conoscere dell’illegittimità del licenziamento per ricollegare al recesso illegittimo le conseguenze risarcitorie di diritto comune, in quanto l’ordinamento prevede, per la risoluzione dei rapporto di lavoro, una disciplina speciale, con un termine breve di decadenza (sessanta giorni) all’evidente fine di dare certezza ai rapporti giuridici (Sez. L, Sentenza n. 5107 del 03/03/2010).
Nello stesso senso, si è affermato (Sez. L, Sentenza n. 10235 del 04/05/2009; Sez. L, Sentenza n. 5545 del 09/03/2007) che la decadenza dall’impugnativa del licenziamento, individuale o collettivo, preclude l’accertamento giudiziale dell’illegittimità dei recesso e la tutela risarcitoria di diritto comune, venendo a mancare il necessario presupposto, sia sul piano contrattuale, in quanto l’inadempimento del datore di lavoro consista nel recesso illegittimo in base alla disciplina speciale, sia sul piano extracontrattuale, ove il comportamento illecito dello stesso datore consista, in sostanza, proprio e soltanto nell’illegittimità del recesso. (Principio affermato in controversia in cui il lavoratore, pur non invocando l’applicazione, in suo favore, dell’art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, aveva esperito unicamente azione risarcitoria per ritenuta illegittimità del comportamento datoriale, ravvisata nel mancato rispetto dei criteri dettati dalla legge 23 luglio 1991, n. 223 per l’individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità, senza tuttavia allegare un diverso fatto ingiusto accompagnatosi al licenziamento).
Infine, si può richiamare anche altra pronuncia, secondo la quale l’azione volta ad impugnare il licenziamento illegittimo, in quanto diretta a fare valere un vizio di annullabilità, si prescrive in cinque anni, e tale prescrizione determina – al pari della decadenza dall’impugnativa del

licenziamento – l’estinzione dei diritto di far accertare l’illegittimità del recesso datoriale e, quindi, di azionare le conseguenti pretese risarcitorie, residuando, in favore del lavoratore licenziato, la sola tutela di diritto comune per far valere un danno diverso da quello previsto dalla normativa speciale sui licenziamenti, quale ad esempio quello derivante da licenziamento ingiurioso (Sez. L, sentenza n. 18732 del 06/08/2013).
Orbene, in ricorso si espongono svariate ragioni di illegittimità del licenziamento, riconducibili a diverse patologie dell’atto (ricorso pagg. da 28 a 30), ragioni che, per quanto la sentenza sia stata sintetica nella esposizione, comunque non potrebbero mai configurare un comune “illecito” e che, giusta quanto sopra detto, sarebbero state deducibili solo nel rispetto del termine di decadenza.
Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti al pagamento delle spese di lite che si liquidano in € 2.500 per compensi ed € 100 per spese, oltre accessori come per legge e spese generali nella misura del 15%.

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