Infedeltà e separazione: quando il tradimento non comporta colpe
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17 Gen 2016
 
L'autore
Raffaella Mari
 


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Infedeltà e separazione: quando il tradimento non comporta colpe

Tradimento dopo il matrimonio: se la crisi della coppia era già in atto l’infedeltà non comporta addebito.

 

Non sempre il tradimento del coniuge comporta una sentenza di addebito (pronuncia, cioè, che dichiara la responsabilità del fallimento del matrimonio in capo al traditore, con conseguente perdita del diritto al mantenimento): se il coniuge fedifrago vuol andare immune da colpe deve riuscire a dimostrare al giudice che il mancato rispetto, da parte sua, dell’obbligo di fedeltà coniugale è conseguenza – e non piuttosto causa – di una convivenza divenuta già da tempo intollerabile per altri fattori. In buona sostanza, è necessario provare in processo che il tradimento si è verificato una volta ormai spenta ogni fiamma tra i coniugi e, quindi, quando già si è determinata l’interruzione di quella comunione materiale e spirituale che è il tratto essenziale del matrimonio.

Lo ha ricordato il Tribunale di Nuoro con una recente sentenza [1].

 

Già la Cassazione [2], in passato, ha più volte precisato che l’equazione tradimento-addebito non vale sempre, ma solo quelle volte in cui l’infedeltà sia stata l’effettiva causa della crisi coniugale; se invece la crisi non ha alcun nesso causale con la relazione extraconiugale allora l’adultero non può neanche essere condannato e, quindi, la sua condotta non è causa di addebito.

 

La vicenda

Una moglie aveva presentato, al giudice, richiesta di separazione con addebito per aver scoperto una relazione adulterina del coniuge che “andava avanti da diversi anni”. Il marito si era difeso sostenendo di “non aver mai avuto alcun sostegno psicologico o affettivo” dalla moglie durante un momento di sua grossa difficoltà economica; pertanto, stante la crisi coniugale, si era rivolto ad un psicoterapeuta, ma la consorte non si era mai presentata agli incontri, negando fra l’altro qualsiasi relazione. Ciò aveva determinato il suo progressivo allontanamento dalla consorte.

 

 

A chi spetta l’onere della prova?

In generale, per ottenere l’addebito a carico dell’ex, spetta al coniuge che richiede tale condanna l’onere di provare, in giudizio, due aspetti importanti:

 

1- la contrarietà del comportamento dell’altro coniuge ai doveri che derivano dal matrimonio: ciò che, appunto, è stato causa di addebito;

 

2- che proprio tale comportamento sia stato l’effettiva ragione della crisi, rendendo intollerabile la prosecuzione della convivenza [3].

 

Nel caso, però, in cui la ragione dell’addebito sia costituita dall’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale, è sufficiente dimostrare solo il primo punto (ossia il comportamento fedifrago) e non anche il secondo: ciò, infatti, fa automaticamente presumere che sia stata l’infedeltà la causa della convivenza intollerabile. Pertanto la parte che ha dimostrato l’altrui adulterio ha interamente assolto l’onere della prova per la parte su di lei gravante.

Tale regola, tuttavia, viene meno quando l’altro coniuge dimostra la mancanza di rapporto causale tra infedeltà e crisi coniugale: egli però deve dare prove certe e serie. Il giudice deve quindi adottare un tipo di accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale [4].

 

Nel caso di specie, il tribunale ha ritenuto provate le infedeltà del coniuge, a seguito di prove raccolte da un teste che l’aveva pedinato, ma non la preesistenza della crisi come sostenuto dal marito. A tal fine, precisa la sentenza, “non può ritenersi idonea la circostanza che l’uomo si sia rivolto, prima della nascita del secondo figlio, ad un psicoterapeuta per difficoltà di comunicazione nella coppia”. Si tratta infatti di circostanze che non appaiono sufficienti “a evidenziare l’esistenza di una situazione di crisi irrimediabile, tale da lasciar supporre che la convivenza coniugale fosse meramente formale”. Condizione, conclude il testo, fra l’altro esclusa dalla nascita successiva del figlio.


La sentenza

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI NUORO

SEZIONE COLLEGIALE CIVILE

Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Riccardo Massera Presidente

dott. Tiziana Longu Giudice Relatore

dott. Francesca Lucchesi Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 534/2012 promossa da:

GI.GR. (…), con il patrocinio dell’avv. PA.GI. e dell’avv. MA.GI. elettivamente domiciliata in VIA (…) NUORO presso i difensori

RICORRENTE contro

AN.SP. (…), con il patrocinio dell’avv. CA.GI., elettivamente domiciliato in VIA (…) SASSARI presso il difensore

CONVENUTO
con l’intervento del Pubblico Ministero. FATTO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con ricorso depositato il 2.5.2012 Gi.Gr. ha esposto di avere contratto matrimonio in data 10.12.2000 con An.Sp., da cui ha avuto due figli Al.Pi., nato il (…) e Fe.Go., nato il (…) che la medesima svolge l’attività di medico chirurgo presso l’ospedale San Francesco di Nuoro, mentre il marito

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[1] Trib. Nuoro sent. n. 552/15 del 29.09.2015.

[2] Cass. sent. n. 25618/2007; n. 8512/2006.

[3] Cass. sent. n. 1484/2006.

[4] Cass. sent. n. 2059/2012.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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