Reati e processi: la raccolta delle prove per il processo
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20 Gen 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Reati e processi: la raccolta delle prove per il processo

Il soccorritore sulla scena del crimine, la ricerca delle prove sulla vittima per la denuncia e la punizione del colpevole, il Dna.

 

Il reato, quando viene commesso, nella maggior parte dei casi vede due attori: la vittima e l’autore.

 

Pensiamo, ad esempio, a uno stupro. La vittima sta tornando a casa, si trova sola, in una via (all’apparenza) deserta, magari poco illuminata, non incontra nessuno, nessuno l’aspetta a casa. L’autore, che magari non la conosce, coglie l’occasione e le usa violenza. Poi l’abbandona in strada. La vittima a quel punto può decidere di denunciare l’aggressore. Ma per lei si aprirà un percorso doloroso, lungo e difficile. Dovrà farsi visitare in ospedale in modo che un medico possa stabilire che è stata effettivamente violentata. A quel punto verrà interrogata. Si indagherà sul suo passato (e sul suo presente). Sulle sue amicizie, sulle sue conoscenze. Se si è molto (ma molto) fortunati, potrebbe essere che il DNA (e il nome) dell’autore siano già in un qualche database e si possa quindi risalire alla sua identità.

Ma arrivare al processo (e da lì poi a una condanna) può essere un percorso impervio.

 

Non per questo si getta la spugna, naturalmente. Se, mettiamo il caso, quella sera la vittima decide di chiamare un’ambulanza perché da sola non riesce a raggiungere un pronto soccorso e, appena arrivano, i soccorritori con grande umanità si preoccupano di pulirle il viso, le mani e le gambe, magari per tamponare ferite, può essere che il DNA dell’autore vada perso per sempre (o seriamente danneggiato).

 

Se quella sera la vittima, di sua sponte, decide di andare a casa, lavarsi (un atteggiamento tipico e decisamente comprensibile di chi subisce violenza) e il giorno dopo, riconquistata un po’ di fiducia, andasse a denunciare l’aggressore, le indagini sarebbero molto più difficili: il DNA dell’autore, anche in questo caso, potrebbe essere andato perso.

 

Questo per dire che ciò che accade sulla scena di un crimine è molto difficile da riportare in un’aula di tribunale.

 

Ma è necessario che il soccorritore che interviene sulla scena di un crimine (dalla lite tra vicini allo stupro, dalla rapina all’omicidio) tenga a mente che il suo intervento è il primo anello di una catena molto lunga la cui conclusione (nella più rosea delle previsioni) è la giustizia per la vittima e la condanna per il colpevole.

 

Per questo motivo preservare le prove è un momento topico del soccorso extraospedaliero.

 

I soccorritori intervengono su qualsiasi scenario. Il cittadino o le forze dell’ordine chiamano un’ambulanza e la centrale operativa la invia sul posto in cui si è verificato il fatto.

 

Questo significa che, a fronte di una rapina (reato) in cui qualcuno si è sentito male (fatto indiretto che dipende dallo spavento) si avrà uno scenario di tipo medico e non di tipo traumatico (ovvero nessuno è rimasto contuso o ferito dai banditi).

 

Dal punto di vista dei soccorritori, naturalmente, cambia davvero poco. Si approcceranno al paziente nel modo in cui il protocollo prevede. Fino a questo momento, infatti, non ci sono particolari riguardi in merito a scenari che si sovrappongono a scene del crimine.

 

Finora, in Italia, ognuno “fa il suo”. Ovvero si preoccupa esclusivamente di ciò che sta facendo senza considerare gli altri enti che, chi prima chi dopo, saranno chiamati a dare il loro contributo.

 

Non solo. La vittima viene trattata al momento. Ovvero per quello che riguarda l’aspetto sanitario extraospedaliero: ha una frattura? Lo immobilizziamo con una steccobenda e lo portiamo in ospedale. Poco importa se la vittima si sia procurata una frattura cadendo accidentalmente dalla bicicletta oppure perché strattonata da un rapinatore o da un violentatore.

 

 

Sicurezza e autoprotezione

Uno dei punti fondamentali (il primo e il più importante) di ogni protocollo di soccorso è la sicurezza, ovvero l’accertarsi, da parte del soccorritore, che la scena su cui sta intervenendo sia sicura. Sicurezza che va di pari passo con l’autoprotezione ovvero con l’indossare i presìdi adatti per svolgere il proprio lavoro: guanti in lattice, divisa ad alta visibilità e con le maniche lunghe, scarpe anti infortunistiche, occhiali, mascherina e casco (ove necessario).

 

Il motivo è presto spiegato: se il soccorritore si fa male avremo un altro problema, ovvero come minimo due vittime invece di una.

Il soccorritore deve preservarsi al fine di portare a termine il servizio. Per quanto riguarda questo aspetto il protocollo lascia ampi spazi di manovra ai soccorritori. Ovviamente non può prevedere ogni singolo caso in cui il soccorritore potrebbe essere in pericolo, quindi parla di sicurezza e di autoprotezione a grandi linee.

 

Uno dei dettami è che se, a giudizio del soccorritore, la scena non è sicura, allora il soccorritore non deve intervenire e deve chiedere il supporto delle forze dell’ordine e/o Vigili del fuoco.

 

Ma la chiave della frase è “a giudizio del soccorritore”. E non tutti i soccorritori sono uguali. Nel senso che non tutti adottano lo stesso metro di valutazione: per alcuni una scena può essere pericolosa per altri invece è giudicata sicura.

Capita. Ogni giorno.

 

 

Sicurezza sulla scena del crimine

Fermo restando che ogni soccorritore, su ogni servizio, è tenuto a indossare i presìdi di autoprotezione previsti dal protocollo, è buona norma, in qualsiasi situazione, non stare mai di fronte a porte chiuse.

Sia che la richiesta di aiuto provenga da una innocua signora rimasta chiusa in casa, sia che si tratti di una rissa tra vicini, bussare o suonare il campanello e stare davanti alla porta chiusa non è mai una buona idea.

 

Il soccorritore è tenuto a mettere in sicurezza sé stesso con l’uso di presìdi come i guanti e, all’occorrenza, occhiali, casco, mascherina. Importante ricordare che non è solo il soccorritore a dover essere protetto, ma anche la scena e la vittima: motivo per cui maschera, occhiali e calzari rappresentano il futuro dell’ingresso sulla scena del crimine da parte dei soccorritori affinché la scena risulti alterata il meno possibile.

Meglio invece bussare, suonare, chiamare stando in fianco alla porta, dove c’è il muro.

Le porte, anche chiuse, infatti, non fermano i proiettili (e nemmeno le lame dei coltelli e delle accette, non fermano neppure i chiodi sparati da una sparachiodi).

 

Lo stesso vale per le auto. Nei film, infatti, molto spesso si vedono i soccorritori, i poliziotti, i passanti nascondersi dietro le auto in sosta per proteggersi dai proiettili.

Dato che, durante una sparatoria, è piuttosto complicato intuire il calibro, la potenza e la traiettoria di un proiettile, è buona norma trovare un rifugio in muratura. Diciamo che le auto possono andare bene se non c’è niente di meglio.

 

Ma è bene ricordarsi che la carrozzeria non ferma i proiettili (motivo per cui esistono le auto blindate).

Se ci sono solo automobili, meglio cercare rifugio stando dietro a uno pneumatico. Meglio evitare di stare davanti a una porta chiusa: non si sa mai chi c’è dietro e come reagirà vedendoci. Ottimale è posizionarsi di lato, verso uno degli stipiti. Le porte non fermano i proiettili!

 

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