Pubblico impiego: quale giurisdizione?
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20 Gen 2016
 
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Pubblico impiego: quale giurisdizione?

Profili giurisdizionali in tema di pubblico impiego: giudice ordinario e giudice amministrativo; casistica.

 

Il rapporto di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, come visto nel corso della presente trattazione, era, in una prima fase, attratto nell’area del diritto pubblico, come pure pubblicistico era considerato lo stesso rapporto che legava P.A. e dipendente; ciò comportava l’attribuzione delle controversie in questo settore al giudice amministrativo.

 

Anzi, è possibile affermare che le controversie di pubblico impiego per anni hanno rappresentato la fetta più cospicua della giurisdizione amministrativa.

 

Con la privatizzazione, avviata con il D.Lgs. 29/1993, la prospettiva viene completamente ribaltata: l’avere assoggettato la disciplina del lavoro pubblico al codice civile ed alle leggi sul lavoro subordinato nell’impresa ha, di conseguenza, spostato la relativa giurisdizione dal giudice amministrativo a quello ordinario.

 

Non aveva più senso, infatti, il permanere della giurisdizione amministrativa, laddove gli atti di gestione del rapporto lavorativo erano considerati alla stregua di atti di diritto privato e non più atti organizzativi di carattere pubblicistico.

 

Il D.Lgs. 80/1998 è stato un passaggio cruciale in questo contesto, in quanto (assieme al coevo D.Lgs. 387/1998) ha rimaneggiato in maniera sostanziale il processo di privatizzazione e determinato la devoluzione al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, delle controversie di lavoro alle dipendenze delle PP.AA., modificando all’uopo l’art. 68 D.Lgs. 29/1993, previsione poi recepita nel vigente art. 63 D.Lgs. 165/2001.

 

Occorre, tuttavia, fare una premessa importante: tale devoluzione per materia non ha interessato le controversie lavoristiche nella loro globalità, in quanto la privatizzazione si è arrestata di fronte ad ambiti di disciplina caratterizzati in senso marcatamente pubblicistico.

 

La giurisdizione del G.A. rimane, difatti, per le controversie in tema di procedure concorsuali, quindi concernenti la fase del reclutamento, la cui disciplina sostanziale non ricade in ambito negoziale, nonché per i rapporti di lavoro rimasti in regime di diritto pubblico.

 

 

Giurisprudenza

Alla giurisdizione amministrativa, pertanto, restano devolute le controversie concernenti gli atti cd. di macro-organizzazione degli uffici, ex art. 2, comma 1, D.Lgs. 165/2001, laddove la controversia investa direttamente il corretto esercizio del potere amministrativo, segnalando la non conformità alla legge degli atti di macro-organizzazione con cui le PP.AA. definiscono le linee fondamentali di organizzazione degli uffici (C.d.S., sez. V, 3-2-2015, n. 508).

 

 

La devoluzione al G.O. delle controversie relative ai rapporti di lavoro con la P.A.

L’attuale art. 63 D.Lgs. 165/2001 prevede l’attribuzione, al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, dal 30 giugno 1998, di tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni.

 

Vi sono incluse le controversie concernenti l’assunzione al lavoro, il conferimento e la revoca degli incarichi dirigenziali e la responsabilità dirigenziale, nonché quelle concernenti le indennità di fine rapporto, comunque denominate e corrisposte, ancorché vengano in questione atti amministrativi

 

La giurisdizione in tema di pubblico impiego 189 presupposti. Quando questi ultimi siano rilevanti ai fini della decisione, il giudice li disapplica, se illegittimi.

 

Al G.O. sono assegnate, pertanto, tutte le controversie nelle quali venga in discussione lo sviluppo e la gestione del rapporto lavorativo, in base a disposizioni di legge, regolamento o CCNL, a partire dall’atto di assunzione e fino alla liquidazione dell’indennità di fine rapporto.

 

Sono devolute alla giurisdizione ordinaria, inoltre, anche le controversie relative a comportamenti antisindacali delle pubbliche amministrazioni (ex art. 28 Statuto dei lavoratori, L. 300/1970) nonché quelle promosse da organizzazioni sindacali, dall’ARAN o dalle pubbliche amministrazioni, relative alle procedure di contrattazione collettiva (Cass, SS.UU., 24-9-2010, n. 20161; C.d.S., sez. III, 26-10-2015, n. 4900).

 

Il giudice adotta, nei confronti delle pubbliche amministrazioni, tutti i provvedimenti, di accertamento, costitutivi o di condanna, richiesti dalla natura dei diritti tutelati. Le sentenze con le quali riconosce il diritto all’assunzione, ovvero accerta che l’assunzione è avvenuta in violazione di norme sostanziali o procedurali, hanno anche effetto rispettivamente costitutivo o estintivo del rapporto di lavoro.

 

Restano devolute, invece, alla giurisdizione del giudice amministrativo le controversie in materia di procedure concorsuali per l’assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, nonché, in sede di giurisdizione esclusiva, le controversie relative ai rapporti di lavoro del personale in regime di diritto pubblico (di cui all’art. 3 D.Lgs. 165/2001), ivi comprese quelle attinenti ai diritti patrimoniali connessi.

 

La successione tra la precedente e la nuova disciplina è regolata, a sua volta, dall’art. 69, comma 7, D.Lgs. 165/2001, ai sensi del quale le controversie relative a questioni attinenti al periodo del rapporto di lavoro anteriore alla data del 30 giugno 1998 restano attribuite alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo solo qualora siano state proposte, a pena di decadenza, entro il 15 settembre 2000.

 

Si sottolinea, per completezza, che la materia pensionistica non è stata toccata da questa nuova attribuzione di giurisdizione, rimanendo di pertinenza della Corte dei conti (cfr. a riguardo Cass., SS.UU., 8-4-2010, n. 8324).

 

L’ARAN può intervenire nelle controversie relative ai rapporti di lavoro? Sì. Lo prevede l’art. 63bis D.Lgs. 165/2001, inserito dalla L. 311/2004 (finanziaria 2005). L’ARAN, infatti, può intervenire nei giudizi dinanzi al G.O., relativamente ai rapporti di lavoro di cui agli artt. 1, comma 2, e 70, comma 4, T.U. pubblico impiego. L’intervento dell’ARAN è finalizzato a garantire la corretta interpretazione e l’uniforme applicazione dei contratti collettivi.

 

L’ARAN può partecipare in due modi: in via diretta, in tutte le controversie riguardanti il personale privatizzato, oppure in via mediata, in caso di controversie relative al personale in regime di diritto pubblico (per i quali l’intervento dell’Agenzia potrà essere assicurato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione pubblica, d’intesa con il Ministero dell’economia.

 

 

Controversie sui concorsi e riparto di giurisdizione

A) Il concetto di «procedura concorsuale»

Nell’art. 63 D.Lgs. 165/2001 vi è un’apparente contraddizione: prima viene specificato che le controversie relative all’assunzione dei pubblici dipendenti sono devolute al G.O., mentre, poi, si parla della giurisdizione del G.A. per le controversie in materia di procedure concorsuali per l’assunzione dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

 

Qual è, dunque, la linea di demarcazione tra le due situazioni? La risposta la fornisce soprattutto la giurisprudenza, la quale ha affermato che per controversie in materia di procedure concorsuali devono intendersi quelle attinenti alla fase del concorso che va dall’adozione del bando (con il quale l’amministrazione manifesta all’esterno la decisione di reclutare un certo numero di dipendenti), fino all’approvazione della graduatoria definitiva con cui si concludono le operazioni.

 

Pertanto, fino all’approvazione della graduatoria giudica il G.A.; dopo l’approvazione della graduatoria gudica il G.O. (Cass., 7-7-2014, n. 15428).

 

La giurisdizione del giudice amministrativo, di conseguenza, si estende fino all’approvazione della graduatoria dei vincitori e degli eventuali idonei: gli atti delle procedure concorsuali, infatti, sono veri e propri provvedimenti amministrativi (sui quali giudica il G.A.) (Cass., SS.UU., 1°-8-2012, n. 13796).

 

Nella nozione di «procedure concorsuali» rientrano tutte le sequenze procedimentali, aperte a soggetti in possesso di predeterminati requisiti soggettivi, caratterizzate da concorrenzialità fra i partecipanti alla selezione, da effettuarsi in base al possesso di titoli predeterminati dal bando o a mezzo di prove rivelatrici del livello di preparazione culturale e/o di idoneità ed esperienza professionale dei candidati (C.d.S., sez. III, 25-2-2013, n. 1161).

 

Viceversa, non rientrano in tale fattispecie, e sono devolute alla cognizione del giudice ordinario, quelle controversie che sono precedute da assunzione mediante collocamento oppure relative alle assunzioni obbligatorie: queste, difatti, prescindono da una valutazione comparativa e dipendono dall’accertamento, in capo al soggetto, della esistenza dei requisiti richiesti per l’instaurazione di un rapporto di lavoro. In tali casi chi pretende l’assunzione è titolare di un diritto soggettivo, la cui tutela tradizionalmente spetta al G.O. (CARINGELLA).

 

B) Il riparto di giurisdizione: casistica

La materia del riparto di giurisdizione nelle controversie relative a procedure concorsuali per l’assunzione di pubblici dipendenti è estremamente delicata.

 

La giurisprudenza ha chiarito, negli anni, che la giurisdizione deve essere attribuita al giudice ordinario o a quello amministrativo sulla base di alcuni criteri guida:

 

— giurisdizione del giudice amministrativo nelle controversie relative a concorsi per soli candidati esterni;

 

identica giurisdizione nelle controversie relative a concorsi misti, restando irrilevante che il posto da coprire sia compreso o meno nell’ambito della medesima area funzionale alla quale sia riconducibile la posizione di lavoro di interni ammessi alla procedura selettiva, poiché, in tal caso, la circostanza che non si tratti di passaggio ad area diversa viene vanificata dalla presenza di possibili vincitori esterni;

 

— ancora giurisdizione amministrativa quando si tratti di concorsi per soli interni che comportino passaggio da un’area funzionale ad un’altra;

 

— giurisdizione del giudice ordinario nelle controversie attinenti a concorsi per soli interni, che comportino passaggio da una qualifica ad un’altra, ma nell’ambito della medesima area funzionale o della medesima categoria.

 

Infatti, la riserva alla giurisdizione esclusiva del G.A. non opera nell’ipotesi di selezioni interne, volte a consentire il passaggio del personale da una posizione economica all’altra, all’interno della medesima area di inquadramento (T.A.R. Lazio Roma, sez. II, 6-3-2012, n. 2256).

 

Inoltre, ai fini del radicamento della giurisdizione del G.A., non ha alcuna rilevanza la specifica natura della procedura concorsuale (per esami, per titoli ed esami, per soli titoli), atteso che rientrano nella cognizione della suddetta Autorità giudiziaria tutte le procedure concorsuali, volte al reclutamento del dipendente (C.d.S., sez. VI, 17-9-2009 n. 5587).

 

 

La questione della stabilizzazione del personale precario

Non vi è ancora univocità di vedute in giurisprudenza circa la giurisdizione per le controversie relative alla stabilizzazione dei «precari» della pubblica amministrazione, a sua volta una delle questioni più delicate dell’attuale contesto sociale ed economico, visti anche i numerosi interventi legislativi diretti a disincentivare il ricorso a forme lavorative flessibili e ad approntare una soluzione strutturale alla vexata quaestio del precariato.

 

Restringendo l’esame della questione al profilo della giurisdizione, ricordiamo che le procedure di stabilizzazione sono dirette ad inquadrare nei ruoli della P.A., mediante l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, i soggetti che abbiano già un rapporto di lavoro a tempo determinato con la P.A. o quelli che siano titolari di una borsa di studio. I processi di stabilizzazione sono finalizzati ad eliminare il fenomeno del precariato nelle amministrazioni e sono possibili nei limiti delle disponibilità finanziarie nonché nel rispetto delle prescrizioni in tema di dotazioni organiche e di programmazione triennale del fabbisogno di personale (GAROFOLI).

 

Le misure di stabilizzazione portate avanti dal legislatore si sostanziano, in realtà, in una deroga al principio del concorso pubblico (in particolare al carattere aperto delle procedure di reclutamento).

 

Ecco perché, secondo una prima opzione giurisprudenziale, le relative controversie rientrerebbero nella giurisdizione del G.O., non qualificandosi come procedure concorsuali vere e proprie (T.A.R. Lazio Roma, sez. IIbis, 3-12-2008, n. 10976).

 

Ciò che, in tali casi, verrebbe a mancare è la presenza di un qualsiasi giudizio comparativo tra gli aspiranti, come pure di qualsivoglia discrezionalità nella valutazione dei titoli di ammissione (cfr. C.d.S., sez. III, 28-11-2014).

 

In senso contrario, invece, una seconda corrente (tra cui C.G.A., sez. giur., 19- 5-2011, n. 366) ha osservato che deve ritenersi sussistente la giurisdizione del G.A. nei casi di stabilizzazione dei precari, qualora siano ravvisabili gli indici caratteristici della concorsualità, quali la presenza di un bando di concorso e il requisito della competitività, nel caso in cui la stabilizzazione riguardi solo una percentuale dei posti disponibili (quest’ultimo profilo fa sì che non sia assicurata la stabilizzazione di tutti i potenziali candidati) (in tal senso anche Cass., SS.UU. ord. 26-1-2011, n. 1778 e sent. 22-2-2012, n. 2568).

 

A conclusione si riporta un recente arresto giurisprudenziale, che ha messo in evidenza come la stabilizzazione rappresenti: «un meccanismo straordinario e derogatorio delle disposizioni in materia di assunzione nelle pubbliche amministrazioni (Cons. Stato, Sez. VI, 23 febbraio 2011, n. 1138) in relazione al quale è da escludersi che la posizione degli aspiranti alla stessa possa assumere natura e consistenza di diritto soggettivo all’assunzione (Cons. Stato, Sez. IV, 2 marzo 2012, n. 1204)» (così T.A.R. Emilia-Romagna, Parma, sez. I, 14-5-2015, n. 144).

 

 

C) Segue: Lo scorrimento della graduatoria di concorso

Le amministrazioni pubbliche possono utilizzare la graduatoria di un concorso anche oltre i termini della specifica procedura concorsuale. Lo dispone testualmente l’art. 35 D.Lgs. 165/2001, il quale al comma 3ter prevede che le graduatorie dei concorsi per il reclutamento del personale presso le amministrazioni pubbliche rimangono vigenti per un termine di tre anni dalla data di pubblicazione.

 

Nel tempo, tuttavia, sono sorti alcuni contrasti su tale profilo; in particolare ci si è chiesti se la P.A. avesse la facoltà di procedere allo scorrimento della graduatoria concorsuale — piuttosto che indire una nuova procedura selettiva — oppure ci fosse un vero e proprio obbligo in tal senso. Ancora, ci si è interrogati sulla giurisdizione delle relative controversie.

 

In ordine al primo degli aspetti richiamati, l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato — a fronte dell’orientamento tradizionale secondo cui la regola è sempre e comunque il nuovo concorso pubblico nonché di ulteriori e più recenti correnti, che avevano ipotizzato non solo lo scorrimento quale regola ordinaria, prevista da una norma di legge (per cui l’indizione di un nuovo concorso deve essere sempre approfonditamente motivata), ma anche addirittura una preferenza assoluta per lo scorrimento della graduatoria — ha evidenziato un favor per l’utilizzazione delle graduatorie degli idonei, chiarendo che, in presenza di una graduatoria concorsuale ancora valida ed efficace, l’amministrazione, se stabilisce di provvedere alla copertura dei posti vacanti mediante l’indizione di un nuovo concorso, deve, a pena di illegittimità, indicare con apposita motivazione le ragioni per le quali ha ritenuto di non utilizzare la graduatoria (sentenza n. 14 del 28 luglio 2011).

 

L’Adunanza, sovvertendo gli orientamenti giurisprudenziali fino a quel momento dominanti (che vedevano come mera facoltà per la P.A. la nomina degli idonei in graduatoria, senza bisogno di alcuna specifica motivazione, essendo ampia la discrezionalità della P.A. nell’indire nuove procedure concorsuali anche in presenza di graduatorie valide ed efficaci) confuta tutti gli argomenti tradizionalmente prospettati per escludere o ridurre la portata dell’obbligo di motivazione delle determinazioni di indizione di un nuovo concorso, e, in particolare, quelli in forza dei quali:

 

a) l’indizione del concorso, attuando un principio costituzionale, non deve essere motivata in modo diffuso;

b) trattandosi di scelta organizzativa, non deve essere supportata da alcun particolare supporto giustificativo;

c) il bando, in quanto «atto generale», non è soggetto all’obbligo della motivazione.

 

Il dovere di motivazione dell’atto di indizione del concorso, anzi, rileva in una duplice direzione, poiché evidenzia l’interesse pubblico dell’amministrazione sotteso alla scelta compiuta ed indica l’attenta considerazione degli interessi giuridici facenti capo ai soggetti collocati in graduatorie ancora efficaci (la giurisprudenza successiva ha mostrato di seguire tale assunto: cfr. C.d.S., sez. III, 20-12-2012, n. 6560 e C.d.S., sez. V, 27-12-2013, n. 6247).

 

Le più recenti normative sul pubblico impiego, tra l’altro, individuano nello scorrimento delle graduatorie concorsuali ancora efficaci la regola generale per la copertura dei posti vacanti nella dotazione organica e ne rafforzano il ruolo di modalità ordinaria di provvista del personale, in relazione alla finalità primaria di ridurre i costi gravanti sulle amministrazioni per la gestione delle procedure selettive: «L’indizione di un nuovo concorso è insomma l’eccezione e richiede un’apposita motivazione, approfondita, che dia conto del sacrificio imposto ai concorrenti già idonei e della sussistenza di preminenti esigenze di interesse pubblico» (C.d.S, sez. VI, 9-4-2015, n. 1796; in termini, cfr. anche C.d.S., sez. V, 28-7-2015, n. 3723).

 

La riconosciuta prevalenza delle procedure di scorrimento non è, comunque, assoluta e incondizionata, essendo individuabili casi in cui la determinazione di procedere al reclutamento del personale, mediante nuove procedure concorsuali anziché attraverso lo scorrimento delle preesistenti graduatorie, risulta pienamente giustificabile, con il conseguente ridimensionamento dell’obbligo di motivazione (l’Adunanza menziona a titolo esemplificativo i concorsi a cadenza periodica).

 

Come pure lo scorrimento non è possibile:

 

— per la copertura di posti di nuova istituzione o per quelli trasformati: è quanto evidenziato dal T.A.R. Sardegna (sez. I, 22-5-2013, n. 552) che ha ritenuto di disapplicare i principi di cui alla pronuncia della Plenaria n. 14/2011;

 

— in presenza di speciali discipline di settore o di particolari circostanze di fatto o di ragioni di interesse pubblico prevalente, che, in ogni caso, devono essere puntualmente indicate (ex multis, C.d.S., sez. V, 27-8-2014, n. 4361; id., sez. IV, 15-7-2014, n. 3707; id, sez. V, 5-12-2014, n. 6004).

 

 

Giurisprudenza

A titolo esemplificativo, si ritiene di riportare quell’orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, secondo cui: «(…) in materia di accesso al pubblico impiego il principio della preferenza per lo scorrimento della graduatoria non può applicarsi al caso in cui la graduatoria degli idonei non sia stata approvata all’esito del concorso pubblico, ma di una selezione interna, in quanto la disomogeneità tra i due termini di comparazione (progressione verticale in base a procedura interna e pubblico concorso) non permette di derogare alla regola, imposta dalla sopravvenuta normativa con a decorrenza ivi indicata, del concorso pubblico così impedendo il ricorso alla facoltà di scorrimento (cfr., Cons. St., sez. III, 2 luglio 2015 n. 3284)» (C.d.S., sez. V, 4-11-2015, n. 5029).

 

 

D) Segue: Le conseguenze dello scorrimento in punto di giurisdizione

Correlati al profilo di cui sopra sono quelli, ulteriormente problematici, della posizione del soggetto collocato in una graduatoria ancora efficace e che aspiri all’assunzione, nonché della relativa giurisdizione.

 

In proposito occorre distinguere a seconda che:

 

— l’amministrazione intenda procedere ad una nuova procedura concorsuale, pur avendo una graduatoria ancora valida;

— oppure la P.A. abbia già deciso di utilizzare la graduatoria, scorrendola.

 

Il primo caso è più delicato, e le notevoli oscillazioni registratesi in giurisprudenza lo confermano. Nell’ipotesi, infatti, in cui l’amministrazione voglia ampliare il proprio organico, ci si è interrogati sulla natura di diritto soggettivo ovvero di interesse legittimo della posizione esistente in capo ai soggetti inseriti in una graduatoria ancora valida; non si tratta di un aspetto di poco conto, involgendo anche il consequenziale profilo del riparto di giurisdizione tra G.O. e G.A.

 

Per una prima corrente, in capo al candidato idoneo sarebbe possibile riconoscere un diritto soggettivo allo scorrimento della graduatoria, essendo in presenza di un bando integrante una vera e propria promessa al pubblico per la instaurazione di un rapporto di lavoro (GAROFOLI – FERRARI); la giurisdizione, pertanto, spetterebbe al G.O. (T.A.R. Ancona, 21-2-2014, n. 266; T.A.R. Lazio, sez. III, 28-7-2015, n. 10375).

 

Una seconda opzione, viceversa, ha ricostruito in termini di interesse legittimo la posizione del candidato allo scorrimento: la P.A. può scegliere di attivarsi con nuovi concorsi, e, conseguentemente, i candidati non hanno un diritto all’assunzione. Lo scorrimento medesimo rappresenta una scelta dell’amministrazione, e le norme che dispongono l’ultrattività delle graduatorie si intendono riferite alla P.A. e alle sue esigenze, non ai candidati (C.d.S., sez. V, 25-6-2010, n. 4072; in termini, cfr. anche id., 5-12-2014, n. 6004).

 

Decidere di procedere alla copertura di un posto vacante è una determinazione ampiamente discrezionale, riconducibile al novero delle scelte organizzative del soggetto pubblico (C.d.S., sez. III, 23-2-2015, n. 909).

 

In questa direzione esemplificativa è stata anche la pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione, n. 2676 del 4 febbraio 2011, nella quale si legge che, di fronte a un provvedimento di apertura di una nuova procedura concorsuale, la pretesa del lavoratore aspirante all’assunzione si risolve necessariamente nella contestazione della legittimità di tale provvedimento amministrativo ed ha, quindi, la consistenza di un interesse legittimo: la giurisdizione, pertanto, è del G.A. (in argomento, cfr. anche T.A.R. Bari, 26-1-2015, n. 134).

 

Per quanto concerne il secondo e differente caso (la P.A. ha già deciso di scorrere la graduatoria) si cita, tra le altre, la pronuncia del Consiglio di Stato, n. 3014/2011, nella quale si sottolinea, in maniera esemplificativa, che «spetta al giudice ordinario la controversia instaurata dal candidato idoneo che aspiri allo scorrimento della graduatoria senza porre in discussione lo svolgimento della procedura concorsuale (…). La giurisdizione è del giudice amministrativo solo se la pretesa allo scorrimento della graduatoria sia consequenziale alla contestazione della decisione dell’amministrazione di indire un nuovo concorso invece di procedere con lo scorrimento della graduatoria (Cass., Sez. Un., 29-4-2008, n. 10824)».

 

Ciò significa che la riserva alla giurisdizione del giudice amministrativo si estende fino all’approvazione della graduatoria dei vincitori e degli eventuali idonei, ma non riguarda il successivo atto di nomina, anche a seguito di delibera di ulteriori assunzioni mediante la procedura di scorrimento della graduatoria.

 

 

Lavoratori non privatizzati e giudice competente

Sussiste, come anticipato, la giurisdizione esclusiva del G.A. per le categorie di lavoratori sottratte alla privatizzazione, di cui all’art. 3 T.U. pubblico impiego. Questo profilo è confermato anche dal Codice del processo amministrativo, recato dal D.Lgs. 2-7-2010, n. 104, in cui, all’art. 133, vengono unificate tutte le ipotesi di giurisdizione esclusiva; il comma 1, lett. j) della richiamata disposizione cita proprio le «controversie relative ai rapporti di lavoro del personale in regime di diritto pubblico».

 

 

I giudizi di conto

Resta, poi, ferma la giurisdizione della magistratura contabile (Corte dei conti) per tutte le controversie in materia di giudizi di conto, per ogni ipotesi di danno dipendente dallo svolgimento delle funzioni di agente contabile (tesoreria, spese delegate etc.) nonché nei casi di danno erariale, per altre ipotesi di danno al patrimonio dell’amministrazione (incluso il danno all’immagine della P.A., lesa dai suoi dipendenti macchiatisi di reati).

 

La Corte dei conti ha, ancora, giurisdizione in materia di pensioni (secondo la giurisprudenza si tratta di giurisdizione esclusiva, in quanto affidata al criterio di collegamento costituito dalla materia, essendo nella stessa comprese tutte le controversie in cui il rapporto pensionistico costituisca elemento identificativo del petitum sostanziale) (Cass., SS.UU., 8-4-2010, n. 8324).

 

 

Poteri del giudice ordinario e tutela del lavoratore

Per quanto riguarda i poteri del giudice ordinario, come detto esso può adottare nei confronti delle pubbliche amministrazioni «tutti i provvedimenti di accertamento, costitutivi o di condanna, richiesti dalla natura dei diritti tutelati».

 

L’attribuzione di pieni poteri al giudice del lavoro nei confronti dell’amministrazione pubblica costituisce, è evidente, la conseguenza del nuovo assetto delle fonti: la qualificazione degli atti di gestione del rapporto pubblico privatizzato non più come atti amministrativi, bensì come atti di diritto privato, legittima il giudice ad intraprendere non solo azioni dichiarative ma anche azioni e ordini di condanna ad un facere specifico nei confronti della pubblica amministrazione, con la stessa ampiezza di poteri che gli compete nei rapporti di lavoro privati.

 

Inoltre, il G.O. può conoscere di eventuali atti amministrativi e, per dirimere la controversia principale, può disapplicare atti amministrativi presupposti illegittimi. L’impugnazione dell’atto amministrativo rilevante per la soluzione della controversia principale innanzi al giudice amministrativo non è causa di sospensione del processo.

 

Due nodi particolari sono poi quelli della tutela cautelare e dell’esecuzione forzata. Infatti:

 

— quanto al primo punto, se è vero che il G.O. può adottare tutti i provvedimenti d’urgenza ex art. 700 c.p.c., tuttavia appare difficile applicare gli stessi alle amministrazioni (è il caso, in particolare, del sequestro conservativo che, presupponendo il rischio della dispersione della garanzia del credito, è difficilmente operabile nei confronti della P.A., sempre solvibile). Conseguentemente, la giurisprudenza accorda tutela cautelare ma accerta con particolare rigore la sussistenza dei requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora, rinvenendo più frequentemente quest’ultimo nelle ipotesi di mancata ammissione a procedure concorsuali e di progressione di carriera;

 

— quanto all’esecuzione forzata delle sentenze pronunciate nei confronti della P.A., si sono riscontrate forti oscillazioni, in dottrina e in giurisprudenza, sulla limitazione del rimedio dell’ottemperanza (con la conseguente possibilità di nomina di un commissario ad acta) alle sole pronunce del G.A. o sulla possibilità di utilizzare lo stesso anche per dare esecuzione alle pronunce del G.O.

 

Sulla scorta della dottrina più evoluta, prescindendo dalla natura del rapporto di lavoro e focalizzando l’attenzione sulla diretta relazione tra obbligo derivante dalla sentenza e possibile esecuzione forzata dello stesso, si possono ritenere applicabili alla P.A. gli artt. 612 e ss. c.p.c. e 2931-32 c.c., nonché l’art. 68 c.p.c., che prevede una figura non dissimile dal commissario ad acta.

 

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