Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica
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20 Gen 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Pensione: integrazione al trattamento minimo e perequazione automatica

Integrazione al trattamento pensionistico minimo, perequazione automatica, contributo di solidarietà, permanenza in servizio e collocamento a riposo.

 

In presenza di una scarsa anzianità contributiva, la pensione può risultare di importo tale da non garantire un’adeguata capacità di sostentamento. È stato perciò fissato il cd. importo minimo di pensione, che dovrebbe, almeno in teoria, equivalere alla somma necessaria a soddisfare i bisogni vitali del pensionato, e che è rivalutato periodicamente (art. 11 D.Lgs. 503/1992).

 

Tutte le pensioni, anche quelle percepite dai pubblici dipendenti, che risultano inferiori al trattamento minimo sono aumentate fino a tale importo (cd. pensioni integrate al minimo).

 

Al fine di determinare il diritto all’integrazione sono fissate soglie di reddito, aggiornate ogni anno, che non devono essere superate dal pensionato (dal 1995, ai fini del diritto all’integrazione al trattamento minimo assume rilievo, oltre al reddito del pensionato, anche il reddito del coniuge non legalmente ed effettivamente separato).

 

La perequazione automatica delle pensioni

L’esigenza di garantire la capacità di sostentamento dei pensionati ha reso necessario il ricorso a strumenti atti a salvaguardare il potere d’acquisto delle pensioni, eroso gradualmente dalla svalutazione monetaria.

 

È stata così istituita la cd. perequazione automatica delle pensioni (L. 153/1969 e art. 11 D.Lgs. 503/1992): tutte le pensioni vengono rivalutate annualmente sulla base della variazione del costo della vita intervenuta nell’anno precedente.

 

La rivalutazione delle pensioni è applicata, per ogni singolo beneficiario, in funzione dell’importo complessivo dei trattamenti corrisposti dall’INPS o da altri enti (art. 34, comma 1, L. 448/1998).

 

Le necessità di contenimento della spesa pubblica hanno determinato, nel tempo, una modifica dei criteri di applicazione della perequazione automatica con l’effetto di ridurre la rivalutazione, fino ad escluderla del tutto, per i trattamenti più elevati. Va detto, comunque, che a causa della contingente situazione finanziaria del Paese e della necessità di ripristinare condizioni di stabilità e di equilibrio, si è nel tempo circoscritto il novero delle pensioni rivalutabili.

 

In particolare, per il triennio 2014-2016, essa spetta per intero (100%) soltanto per i trattamenti di importo complessivo pari o inferiore a tre volte il trattamento minimo INPS (art. 1, comma 483, L. 147/2013).

 

Per le pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica, l’aumento di rivalutazione è attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

 

Per il 2012-2014 era stato previsto un ulteriore irrigidimento del meccanismo di perequazione, che, però, è stato dichiarato illegittimo dalia Corte Costituzionale (sent. 70/2015), con successivo obbligo per lo Stato di corresponsione degli aumenti non versati (D.L. 65/2015 conv. in L. 109/2015).

 

 

Il contributo di solidarietà sulle pensioni di importo elevato e il limite massimo di trattamento

A decorrere dal 1°-1-2014 e fino a tutto il 2016 si applica, a carico delle pensioni di importo elevato, un contributo di solidarietà destinato ad alimentare le risorse delle gestioni previdenziali obbligatorie (art. 1, co. 486, L. 147/2013).

 

Il contributo è applicato sui trattamenti pensionistici percepiti dal pensionato che risultino complessivamente superiori a 14 volte il trattamento minimo INPS.

 

Ai fini dell’applicazione del contributo di solidarietà si considera il trattamento pensionistico lordo spettante nell’anno considerato. Se il pensionato è titolare di più trattamenti, si considera l’importo complessivo dei trattamenti percepiti. In tal caso, l’INPS, sulla base dei dati che risultano dal Casellario centrale dei pensionati, fornisce a tutti gli enti interessati i dati per l’effettuazione della trattenuta del contributo di solidarietà, che sarà applicato, da ciascun ente, in proporzione ai trattamenti erogati.

 

Il contributo di solidarietà è strutturato su diverse aliquote ed in particolare:

 

— 6% sulla quota di pensione superiore a 14 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 20 volte il predetto trattamento;

— 12% sulla quota di pensione superiore a 20 volte il trattamento minimo INPS e fino all’importo lordo annuo di 30 volte il predetto trattamento;

— 18% sulla quota di pensione superiore a 30 volte il trattamento minimo INPS.

 

Ricordiamo, inoltre, che anche ai trattamenti pensionistici, si applica il limite costituito dal livello remunerativo massimo onnicomprensivo annuo, valido per tutti i soggetti che ricevono emolumenti e prestazioni a carico delle finanze pubbliche, nell’ambito di rapporti di lavoro con le P.A. (artt. 23bis e 23ter D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011 e art. 13, comma 1, D.L. 66/2014 conv. in L. 89/2014). Il limite in questione coincide con il trattamento economico del primo Presidente della Corte di Cassazione.

 

Il limite in questione incide anche sul calcolo della pensione, applicandosi alla retribuzione da prendere come base di calcolo della pensione.

 

 

La soppressione dell’istituto della permanenza in servizio

Fino a poco fa i dipendenti civili dello Stato e degli enti pubblici non economici, dopo il raggiungimento del limite di età per il collocamento a riposo previsto dall’ordinamento di appartenenza, potevano richiedere la permanenza in servizio fino, al massimo, di un biennio (art. 16 D.Lgs. 503/1992).

 

Tale istituto è stato, però, soppresso allo scopo di favorire il «ricambio generazionale delle Pubbliche Amministrazioni» (art. 1, D.L. 90/2014, conv. in L. 114/2014).

 

La permanenza in servizio si configurava, originariamente, come un vero e proprio diritto potestativo del dipendente pubblico. In tempi più recenti, tuttavia, per le esigenze di riduzione della spesa pubblica (cd. spending review), era stato già modificato tale istituto, prevedendo una mera facoltà del dipendente pubblico, subordinata comunque alla discrezionalità dell’amministrazione di appartenenza, in ragione delle valutazioni da essa effettuate in merito all’organizzazione, al fabbisogno del personale e alla disponibilità finanziaria (art. 1 D.L. 138/2011, conv. in L. 148/2011 e circ. Dipartimento della Funzione pubblica n. 2/2012). Inoltre era stato previsto il divieto, per le P.A., di accordare prosecuzioni di rapporti di lavoro raggiunto il limite ordinamentale di età per il collocamento a riposo in presenza di eccedenze di personale dopo le riduzioni delle dotazioni organiche effettuate dalle stesse P.A. (art. 2, comma 11, D.L. 95/2012 conv. in L. 135/2012).

 

 

La risoluzione del rapporto di lavoro in caso di maturazione dei requisiti per la pensione anticipata

Per esigenze di contenimento della spesa pubblica, è stata prevista la possibilità, per le pubbliche amministrazioni, di risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro con i dipendenti, compresi i dirigenti, che abbiano maturato i requisiti di accesso alla pensione anticipata (art. 72, comma 11, D.L. 112/2008, conv. in L. 133/2008, sostituito dall’art. 1, comma 5, D.L. 90/2014, conv. in L. 114/2014).

 

In particolare, la potestà di risoluzione del rapporto di lavoro può essere esercita dall’amministrazione di appartenenza quando, con riferimento ai trattamenti da liquidarsi a decorrere dal 1°-1-2012, sia stato maturato il requisito di anzianità contributiva per l’accesso alla pensione anticipata. La contribuzione necessaria è variabile a seconda del periodo di riferimento (nel periodo 2016-2018, 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne) ed è suscettibile di incremento per effetto di futuri adeguamenti alle variazioni della speranza di vita).

 

L’istituto, a regime, prevede un ulteriore requisito. Oltre all’anzianità contributiva, l’interessato deve aver compiuto l’età (62 anni) che esclude la riduzione percentuale del trattamento pensionistico anticipato. Tuttavia, la suddetta riduzione percentuale, per i soggetti che accedono alla pensione anticipata prima dell’età di 62 anni, decorre soltanto dal 2017.

 

Di conseguenza, fino a tale data, la risoluzione unilaterale del rapporti di lavoro da parte della P.A. può avvenire anche se il dipendente ha un’età inferiore a 62 anni (requisito a regime dal 2017) (Dipartimento della Funzione Pubblica, nota n. 24210/2015).

 

Il provvedimento di esonero dal servizio del dipendente pubblico è adottato dalla P.A. con decisione motivata, tenendo presente «le esigenze organizzative e ai criteri di scelta applicati e senza pregiudizio per la funzionale erogazione dei servizi». Deve essere osservato un preavviso di almeno 6 mesi.

 

La soppressione del collocamento a riposo dei dipendenti pubblici prossimi alla pensione

In senso contrario, rispetto all’istituto della permanenza in servizio, operava l’istituto del collocamento a riposo dei dipendenti pubblici prossimi alla pensione, definitivamente soppresso dal cd. decreto Salva Italia (art. 72, comma 1, D.L. 112/2008 conv. in L. 133/2008, abrogato dall’art. 24, comma 14, D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011).

 

Tale istituto rappresentava una sorta di pensionamento anticipato in base al quale il dipendente pubblico, su sua richiesta, poteva essere esonerato dal servizio anticipatamente nei 5 anni precedenti la data di maturazione dell’anzianità massima contributiva per il diritto a pensione (all’epoca 40 anni). La decisione era rimessa alla P.A. di appartenenza in base alle proprie esigenze funzionali.

 

La differenza, rispetto alla potestà di risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro introdotta dal D.L. 90/2014 conv. in L. 114/2014, è che l’esonero dal servizio, non solo costituiva una sorta di prepensionamento, ma determinava altresì un notevole onere a carico del bilancio statale. Ciò poiché il dipendente esonerato continuava a percepire parte della retribuzione e lo stato (anticipato) di quiescenza non aveva effetti sul maturando trattamento pensionistico. All’atto del collocamento a riposo il dipendente avrebbe percepito il trattamento di quiescenza che sarebbe spettato se fosse rimasto in servizio (le P.A. interessate avevano quindi l’obbligo di continuare a versare i contributi).

 

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