Incidenti sul lavoro e morte sul cantiere
Miscellanea
21 Gen 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Incidenti sul lavoro e morte sul cantiere

Infortuni e morte sul posto di lavoro, i dati Inail: il ruolo dei soccorritori nelle indagini per accertare le cause della morte.

 

Secondo fonti Inail, le morti per incidenti sul lavoro sono in calo. Si legge, infatti, nella Relazione annuale che nel 2013 l’Inail ha registrato 694.648 denunce di infortuni sul lavoro, circa 50.000 in meno rispetto al 2012, equivalenti a una riduzione percentuale di quasi il 7%; che sale al 21% nel confronto con lo stesso dato relativo al 2009. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro dall’Istituto sono invece diminuiti di più del 9%, passando dagli oltre 500.000 del 2012 ai circa 457.000 del 2013. Più del 18% degli infortuni riconosciuti sul lavoro dall’Inail sono avvenuti “fuori dall’azienda”, cioè “con mezzo di trasporto” o “in itinere” (ovvero nel tragitto tra la casa e il posto di lavoro), ma la stessa percentuale sale fino a quasi il 57% nel caso degli incidenti che hanno avuto un esito mortale. Sul totale di 1.175 denunce di infortunio mortale (nel 2012 erano state 1.331), quelle finora riconosciute dall’Istituto come “sul lavoro” sono 660, di cui 376 avvenute “fuori dall’azienda”. Se i 36 casi ancora in istruttoria fossero tutti riconosciuti “sul lavoro” la riduzione sarebbe pari al 17% rispetto al 2012 e al 32% rispetto al 2009.

 

In sostanza i morti per incidenti sul lavoro sono, fortunatamente, in calo. Da notare, però, che 1.175 morti in un anno significano poco più di tre morti al giorno per incidenti sul lavoro. L’Inail distingue tra i morti trovati sul posto di lavoro e quelli che invece al posto di lavoro ci stavano arrivando o se ne stavano andando. Gli incidenti sul lavoro, sia per quanto riguarda il ferimento di una persona, che per quanto riguarda la morte, sono episodi decisamente delicati e vanno trattati in modo da non inquinare la scena. Non si tratta di “scena del crimine”, ma è necessario tenere presente che, sul lavoro, gli interessi in gioco potrebbero essere molti e che per “crimine” non intendiamo solo l’omicidio o la coltellata. È da criminali, infatti, impiegare personale “in nero” ovvero senza un contratto e fargli fare lavori pesanti: in presenza di un incidente, magari grave, non ci saranno garanzie per il lavoratore.

 

Gli incidenti sul lavoro, soprattutto in luoghi malsani (come aree in cui siano impiegate sostanze chimiche) o pericolosi (come i cantieri), sono trattati anche nel “corso 120 ore” del 118 e non è un caso. Se l’ambulanza viene richiesta in un cantiere, l’equipaggio dovrà per prima cosa valutare se la scena è sicura. Se non lo è non potrà intervenire. Se la scena è stata messa in sicurezza, da chi dirige il cantiere o dai Vigili del fuoco, allora ci potrà essere l’intervento.

 

Proviamo a fare un esempio per chiarire la parte “crime” degli incidenti sul lavoro. Un lavoratore senza permesso di soggiorno è stato “arruolato” tra le fila dei muratori di un cantiere. Si sta ultimando il tetto di una villetta. I ponteggi erano già stati tolti, ne è rimasto solo uno, per permettere ai muratori di salire e scendere velocemente, dato che il tempo stringe e la villetta deve essere consegnata ai proprietari il prima possibile. Il nostro lavoratore senza permesso di soggiorno e senza contratto sale e scende velocemente dal ponteggio, gli è stato promesso un corrispettivo in denaro che potrebbe aiutarlo molto, ha una moglie e un figlio di cui prendersi cura.

 

In una delle tante salite e discese, il lavoratore senza permesso di soggiorno scivola e cade da un’altezza piuttosto considerevole, oltre i quattro metri. Ma il suo datore di lavoro, mentre alcuni chiamano i soccorsi, fa spostare da altri il malcapitato al di fuori dell’area di cantiere. Se lo trovassero infatti ai piedi della scala, il datore di lavoro dovrebbe spiegare

il motivo per cui offriva da lavorare senza un regolare contratto. E sarebbero grossi guai per lui. A quel punto, quando l’ambulanza arriva, l’equipaggio non viene informato adeguatamente su quanto accaduto, ovvero della caduta dai quattro metri d’altezza. In questo modo si ha da un lato il reato per il lavoratore in nero e dall’altro la menzogna sull’effettiva dinamica dell’incidente.

 

Naturalmente questo caso, inventato come pura esemplificazione, è al limite di ciò che potrebbe capitare a chi opera nel soccorso extra ospedaliero. Ma è da tenere sempre in conto che i reati si possono nascondere dietro a qualsiasi tipo di incidente.

 

 

Morte in cantiere

Quando avviene una morte sul lavoro ci sono interessi in gioco: l’azienda di solito cerca di dimostrare che tutto era in ordine, che le regole erano applicate alla lettera e così le leggi e che la morte è avvenuta per una tragica fatalità. Se è vero in molti casi, in altri lo è di meno. Motivo per cui quando avviene una morte sul lavoro è necessario documentare, con foto e video (sempre servendosi di ciò che si ha a disposizione, per esempio il proprio smartphone), la scena su cui si sta intervenendo.

 

Ipotizziamo un caso di morte in cantiere.

La scena su cui i soccorritori intervengono è la seguente: un uomo giace a terra, supino, non dà segni di vita, accanto al corpo, a terra, ci sono evidenti tracce ematiche. Secondo i suoi colleghi e la dirigenza del cantiere l’uomo, operaio del cantiere, è precipitato da una impalcatura mentre stava lavorando. L’impalcatura è posizionata a più di cinque metri da terra. Purtroppo i soccorritori non possono fare altro, dopo aver seguito il protocollo, che telefonare alla propria centrale operativa per comunicare la situazione. La centrale operativa, ricevuti i dati trasmessi dal DAE, invita i soccorritori a chiudere la missione con un codice “nero”. Il paziente è deceduto sul posto. I soccorritori abbandonano la scena. Sul posto arriva il medico legale che, ancora una volta, ascolta i colleghi della vittima e la dirigenza del cantiere e stabilisce che l’uomo è morto in seguito ai traumi riportati per una caduta da grande altezza. L’indagine, naturalmente, viene aperta. E gli investigatori si accorgono che qualcosa, di quella morte da precipitazione, non torna.

 

Gli esperti fanno notare che chi cade e, pacificamente, quando arriva a terra non si muove, difficilmente può disperdere materiale: sangue e parti di tessuto. Mentre in cantiere sono state trovate, nei pressi del cadavere, proprio tracce ematiche. Ma l’avvocato che difende l’azienda fa sapere che quelle tracce di sangue altro non sono se non il risultato dello sgocciolamento che proviene dai guanti sporchi dei soccorritori che, per primi, hanno provato a prestare soccorso alla vittima, naturalmente e inevitabilmente toccandola.

 

Ma c’è un altro particolare. Uno degli scarponi antinfortunistici indossati dalla vittima è lesionato, rotto, c’è un taglio e all’interno della calzatura gli esperti rilevano tracce ematiche. Tutto questo è incompatibile con una caduta. E infatti gli esperti stabiliscono che la morte della vittima è sopraggiunta non per precipitazione, bensì per schiacciamento.

 

Riescono altresì a stabilire che sono stati i cingoli di una macchina per il movimento terra a provocare le lesioni sul corpo della vittima. Il lavorìo dei cingoli, per gli esperti, “sottrae e distribuisce” materiale. Ecco perché le tracce biologiche si trovavano nei pressi della vittima e perché la scarpa della stessa era lesionata.

 

Se i soccorritori avessero avuto l’agio, la possibilità, di documentare il loro intervento non ci sarebbero stati dubbi sul fatto che le tracce ematiche non provenivano dai loro guanti, ma che al contrario si trovavano già sulla scena al loro arrivo. L’importanza di documentare la scena solleva i soccorritori da eventuali attribuzioni di colpa.

 

Il-soccorritore-sulla-scena-del-crimine


 


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