Dimissioni: se il lavoratore è incapace si possono annullare
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22 Gen 2016
 
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Dimissioni: se il lavoratore è incapace si possono annullare

Annullabili le dimissioni presentate dal lavoratore in uno stato di incapacità naturale di intendere e volere.

 

Perché le dimissioni dal lavoro siano valide non è sufficiente rispettare la nuova procedura di comunicazione – predisposta al fine di evitare il deprecabile fenomeno delle cosiddette “dimissioni in bianco” – ma anche che il dipendente, al momento di tale dichiarazione, abbia la piena capacità d’intendere e volere, ossia di comprendere il significato del proprio gesto e di volerlo effettivamente. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

Uno stato di incapacità rende nulle le dimissioni: esse, cioè, non hanno alcun valore. Ma in che modo va valutata l’incapacità di intendere? Certamente vanno ricompresi i fenomeni di incapacità legale riconosciuta dal tribunale. Ma non solo. Si parla anche di incapacità naturale, ossia quella contingente, perché sussistente in un momento preciso, ma non necessariamente stabile (il tipico caso è quello di uno stato di ubriachezza, ma rileva anche la passeggera patologia psichica). In ogni caso, in base alla giurisprudenza consolidata della Cassazione, la sussistenza dell’incapacità naturale deve essere “verificata al momento del compimento dell’atto che si assume pregiudizievole”, per la Corte è importante investigare sul quadro psichico generale, specialmente in presenza di una grave patologia psichiatrica. Rilevano, a tal fine, eventuali certificati medici presentati dal lavoratore ove, per esempio, si attesti – come nel caso di specie, deciso dai giudici – che il lavoratore si trovi in cura presso una centro di salute mentale in quanto affetto da “schizofrenia cronica di tipo paranoide” o, ancora da “patologia psicotiva con marcata disabilità neurologica e relazionale necessitante un trattamento farmacologico e psicoterapeutico da parte di uno staff specializzato per diversi mesi”.

 

In questa situazione, la dichiarazione di dimissioni non può giammai essere effettivamente frutto di una scelta consapevole, ma è piuttosto resa in un momento di alterata percezione sia della situazione di fatto che delle conseguenze dell’atto che andava a compiere.

 

 

I precedenti della Cassazione

Il tema è stato affrontato già in passato dalla Cassazione la quale ha avuto modo di affermare che:

 

– In tema di incapacità di intendere e di volere – che è causa di annullamento del contratto, quando esista una situazione di malattia mentale di carattere tendenzialmente permanente, o protraentesi per un rilevante periodo – è onere del soggetto che sostiene la validità dell’atto dare prova che esso fu posto in essere, in quel periodo, durante una frase di remissione della patologia [2]. Quindi, in tal caso, è il datore di lavoro a dover dimostrare la piena capacità del dipendente al momento delle dimissioni. Ove peraltro la malattia abbia caratteristiche “bipolari”, sia cioè caratterizzata dalla alternanza di fasi depressive e di fasi di eccitamento, nel quadro di un disturbo psico-affettivo, può non essere di per sè decisiva la circostanza che l’atto sia stato posto in essere nell’una o nell’altra fase, giacché in entrambe le ipotesi potrebbe essere esistita incapacità di intendere oppure di volere;

 

– In caso di dimissioni presentate dal lavoratore in stato di incapacità naturale, il diritto a riprendere il lavoro sorge con la sentenza di annullamento delle dimissioni stesse, i cui effetti retroagiscono al momento della domanda giudiziaria in applicazione del principio generale secondo cui la durata del processo non deve andare a detrimento della parte vincitrice. Ne consegue che il dipendente ha diritto alle retribuzioni maturate dalla data della presentazione del ricorso in tribunale [3];

 

– Perché l’incapacità naturale del dipendente possa rilevare come causa di annullamento delle dimissioni, non è necessario che si abbia la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, ma è sufficiente che tali facoltà risultino diminuite in modo tale che impedire od ostacolare una seria valutazione dell’atto e la formazione di una volontà cosciente, facendo quindi venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’atto che sta per compiere; la valutazione in ordine alla gravità della diminuzione di tali capacità è riservata al giudice di merito e non può più essere contestata in Cassazione [4].

 

– Ai fini della sussistenza della incapacità di intendere e di volere, costituente causa di annullamento del negozio (nella specie, dimissioni), non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente la menomazione di esse, tale comunque da impedire la formazione di una volontà cosciente [2].

 

 

Le dimissioni del lavoratore

La legge non prescrive obblighi di forma per le dimissioni, che pertanto possono essere rassegnate:

– oralmente;

– per iscritto;

– con qualsiasi altro mezzo idoneo a manifestare la volontà del lavoratore, anche per fatti concludenti.

 

È vietato l’utilizzo delle cosiddette “dimissioni in bianco”, vale a dire un atto – privo di data – con il quale il lavoratore rassegna le proprie dimissioni in costanza di rapporto, in epoca nella quale egli non intende porre fine al rapporto stesso. Tale atto è nullo per difetto di causa e non può pertanto essere utilizzato dal datore di lavoro per far cessare il rapporto in epoca successiva

 

Ricordiamo in ultimo che l’efficacia delle dimissioni è sospensivamente condizionata alla loro convalida (o alla mancanza di convalida nei termini stabiliti dalla legge). Fino a quel momento esse sono considerate valide ma temporaneamente inefficaci e, quindi, il contratto di lavoro non può intendersi cessato.


La sentenza

Cass. 12 marzo 2004 n. 5159

Svolgimento del processo
Con atto 14 novembre 1994, il sig. F.P. ricorreva al Pretore di Roma nei confronti della B. s.p.a. chiedendo che fosse dichiarata l’inefficacia delle dimissioni rassegnate alla stessa il 6 aprile 1990 e accettate dalla Banca il 28 maggio 1990 (v. anche atto di appello), in condizioni di assoluta incapacità di intendere e di volere e che fosse ordinata la propria reintegrazione nel posto di lavoro con attribuzione di un equo indennizzo per le mancate retribuzioni nel periodo intermedio.
Con sentenza in data 27 marzo 1995, il Pretore rigettava la domanda e il Tribunale di Roma, con sentenza 17 novembre 1999 /28 novembre 2000, rigettava l’appello del lavoratore.
Per la cassazione di questa sentenza ricorre F.P. con tre motivi.
Resiste la B. con controricorso, memoria e osservazioni scritte, rispettivamente, ex art. 378 c.p.c. e art. 379 c.p.c.
Motivi della decisione
Col primo motivo, il ricorrente denuncia la

Mostra tutto

[1] Cass. sent. n. 1070/2015 del 21.01.2016.

[2] Cass. sent. n. 5159/2004.

[3] Cass. sent. n. 8886/2010.

[4] Cass. sent. n. 22836/2014.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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