Mauro Finiguerra
Mauro Finiguerra
22 Gen 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Studi di settore inapplicabili se il bar è gestito dai soli dipendenti

Una interessante sentenza della Commissione Tributaria di Imperia accoglie la difesa dei soci che non seguivano direttamente l’attività, avendo altre occupazioni e lasciando la gestione nelle mani dei dipendenti.

 

Due giovani fratelli, Enrico e Maria, decidono di costituire una società di persone e di aprire un bar, come centro di aggregazione per i loro coetanei.

 

Il bar è in zona semi-periferica, infatti non serve una zona commerciale centrale poiché lo scopo principale è quello di costituire un punto di incontro per ragazzi impegnati nel sociale e nella politica, essendo Enrico anche candidato alle elezioni comunali.

 

Enrico in realtà svolge l’attività di imprenditore essendo titolare di una azienda industriale, mentre Maria è dottoressa e lavora in farmacia.

 

L’attività rimane dunque nelle mani dei dipendenti e gli affari non vanno per nulla bene, così dopo aver cercato di cambiare le cose per un paio d’anni, purtroppo senza risultati, Enrico e Maria decidono, nel 2008, di cedere l’attività.

 

Non trovando acquirenti ed avendo già sopportato il costo di rilevanti perdite, essi decidono di dare l’azienda in affitto ai dipendenti, sperando di poter almeno azzerare le spese di gestione.

 

Ma neppure gli ex-dipendenti, divenuti imprenditori, riescono ad ottenere risultati e così negli anni dal 2008 al 2012 si susseguono ben tre affitti d’azienda con tre diversi titolari, che alla fine del contratto (addirittura prima della scadenza in una occasione e senza pagare i canoni dovuti in un’altra), restituiscono alla proprietà una azienda sempre più in difficoltà e priva di redditività.

 

Finalmente, nel 2012, ad un prezzo minimo, riescono a vendere l’attività ed a risolvere il problema.

 

Tuttavia non hanno fatto i conti con l’Agenzia delle Entrate, la quale interviene ad accertare i periodi di imposta 2006 e 2007, in base al mancato raggiungimento del risultato previsto dagli Studi di Settore, motivando l’accertamento solo con detta ragione.

 

Inutilmente Enrico e Maria provano a spiegare all’Ufficio i motivi che stanno alla base dell’impossibilità a raggiungere i ricavi previsti dagli Studi di Settore, allegando i contratti di affitto di azienda, il contratto di cessione, le dichiarazioni di agenzie immobiliari che stimavano il limitato valore dell’azienda e facendo presente la circostanza che ciascuno di essi presentava regolare dichiarazione dei redditi (elevati) provenienti dalle attività principali effettivamente svolte.

 

Purtroppo l’Agenzia ritiene di non accogliere le motivazioni di Enrico e Maria, se non in minima parte e dunque i due fratelli sono costretti a ricorrere, impugnando gli avvisi di accertamento emessi in capo alla società ed ai soci.

 

Ora finalmente interviene la Commissione Tributaria Provinciale di Imperia [1] che decide quanto segue: “ i ricorrenti (hanno – ndr) fornito valide giustificazioni in ordine allo scostamento rilevato tra ricavi dichiarati e ricavi determinati. I due soci hanno precisato di non avere mai seguito direttamente l’andamento dell’esercizio pubblico, avendo ciascuno una propria attività: il Bar era pertanto interamente affidato alle cure dei dipendenti i quali, ovviamente, non avevano seguito adeguatamente lo sviluppo della clientela. L’esercizio era stato aperto in una zona semi periferica, con l’intento di farne un centro di aggregazione di giovani aventi medesimi interessi; in realtà il progetto non era mai decollato ed i modesti ricavi non avevano mai coperto i costi di esercizio. L’azienda era stata posta in vendita da parecchi anni; in assenza di compratori nel mese di dicembre 2008 i (fratelli – ndr) avevano deciso di affittare il locale ad un dipendente, questi però non riuscendo a risollevare le sorti dell’esercizio, aveva deciso di non acquistarlo ed aveva risolto il contratto nel mese di aprile 2010; era poi seguito un secondo contratto di affitto, sempre con esiti negativi. Un ulteriore contratto di affitto era stato stipulato con la società (XXX – ndr) la cui gestione era risultata subito deficitaria, tanto che la conduttrice non aveva pagato i canoni di locazione. I contratti di affitto sono stati documentalmente provati. Infine nel mese di dicembre 2012 l’esercizio era stato definitivamente ceduto. L’insieme delle circostanze sin qui esposte provano che l’attività era fortemente antieconomica e veniva mantenuta in vita al solo scopo di trovare un compratore. Esse determinano l’accoglimento dei ricorsi riuniti. (spese a carico dell’ufficio – ndr).”

 

Forse la Commissione, con un po’ più di coraggio, avrebbe potuto annullare gli accertamenti sulla base del principio, stabilito dalla Cassazione [2] e da numerose Commissioni Tributarie [3], che sancisce l’illegittimità degli accertamenti emessi solo sulla base del mancato raggiungimento dei ricavi presunti dagli Studi di Settore, senza che l’Ufficio utilizzi nelle motivazioni alcuna altra presunzione, (ad esempio i redditi minimi o inesistenti dei soci od il tenore di vita eccedente i redditi dichiarati), come accaduto nella fattispecie.


Autore immagine: 123rf com

 


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