Cannabis: niente reato se la piantina è piccola
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23 Gen 2016
 
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Cannabis: niente reato se la piantina è piccola

Stupefacenti: la coltivazione di piante da cui è possibile estrarre sostanze stupefacenti, per essere punita deve essere in grado in concreto di mettere in pericolo la saluta pubblica e ciò può accadere se la pianta ha una effettiva e attuale capacità drogante.

 

Niente condanna penale per le piantine di cannabis se di modeste dimensioni e, quindi, se la sostanza stupefacente da esse ricavata è sostanzialmente innocua per la salute pubblica. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

La pronuncia sancisce una sorta di “depenalizzazione” per tutte le piantine “piccole” di cannabis. È vero, la legge pone il divieto di coltivazione di piante da cui è possibile estrarre sostanze stupefacenti. Ma questa norma non vale in assoluto, ma va sempre rapportata al caso concreto e alla capacità della condotta del coltivatore di costituire un’offesa alla salute pubblica. Il relativo reato pertanto scatta solo quando vi sia pericolo che la coltivazione di piantine di cannabis possa arrecare danno alla salute degli assuntori, pericolo collegato a condotte seriali e al quantitativo della sostanza ricavata dalla pianta.

 

Il giudice, prima di emettere una condanna, deve accertare la potenziale lesività delle piantine, ma avendo riferimento allo stato attuale, non alla futura ed eventuale capacità della coltivazione di produrre quantitativi elevati di droga. In buona sostanza, secondo la Corte di Cassazione, la condotta di coltivazione per essere punita deve essere in grado in concreto, e non in astratto, di mettere in pericolo la saluta pubblica e ciò può accadere se la pianta ha una effettiva e attuale capacità drogante.

 

La semplice coltivazione di piante da cui estrarre sostanze stupefacenti non è sufficiente a far scattare il reato, in quanto va comunque accertato se la condotta è, in concreto, offensiva o meno.

 

 

La vicenda

Nel caso di specie, l’imputato aveva illegalmente coltivato nove piante di cannabis indica. Nel ricorso per cassazione, la difesa dell’imputato deduceva la erronea applicazione della legge penale, rilevando la totale assenza di offensività nella condotta contestata, in quanto le piantine in questione non avevano nessun effetto drogante, come era stato accertato dalla relazione del RIS, da cui emergeva un titolo medio pari allo 0,1 %.

 

 

L’assoluzione

Il giudice – si legge in sentenza – non può limitarsi a condannare l’imputato solo perché le piantine trovate fanno parte di una botanica la cui coltivazione è vitata (nel caso di specie, la cannabis indica), ma deve verificare se il quantitativo di sostanza è tale da generare pericolo. Insomma, non si può pensare a quello che “in futuro”, dalla pianta potrebbe essere estratto, bensì solo quanto risulta al momento dell’accertamento.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 21 ottobre 2015 – 21 gennaio 2016, n. 2618
Presidente Ippolito – Relatore Fidelbo

Ritenuto in fatto

1. Con la decisione in epigrafe indicata la Corte d’appello di Cagliari, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Oristano emessa il 17 febbraio 2009 all’esito di giudizio abbreviato, ha confermato la condanna di M.F. alla pena di sei mesi di reclusione in ordine al reato di cui all’art. 73 comma 5 d.P.R. 309/1990, per avere illegalmente coltivato nove piante di cannabis indica, e ha assolto C.E. dallo stesso reato per non aver commesso il fatto.
2. Nell’interesse dell’imputato, M.F. , ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia, Aroni Franco.
Con il primo motivo si deduce l’erronea applicazione della legge penale, rilevando la totale assenza di offensività nella condotta contestata all’imputato, in quanto le piantine in questione non avevano nessun effetto drogante, come è stato accertato dalla relazione del RIS, da cui emerge un titolo medio pari allo 0,1%. Una verifica circa la reale idoneità lesiva della condotta non risulta effettuata né dalla decisione di primo rado, né da quella di appello.
Con il secondo motivo si denuncia il vizio della motivazione, per avere i

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[1] Cass. sent. n. 2618/16 del 21.01.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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