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Lo sai che? Pubblicato il 24 gennaio 2016

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Lo sai che? Accertamento fiscale se compri l’auto coi soldi di parenti ma non puoi provarlo

> Lo sai che? Pubblicato il 24 gennaio 2016

Agenzia delle Entrate e redditometro: l’accertamento è valido se il contribuente non riesce a dimostrare, con documenti, il nesso tra la donazione e l’acquisto del bene.

Mai acquistare troppi beni come case e auto se il proprio reddito non è adeguato a sostenere non solo le spese di acquisto, ma anche quelle per il relativo mantenimento (assicurazione, benzina, oneri condominiali, tasse, ecc.): potrebbe infatti scattare un accertamento fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate.

La ragione è abbastanza semplice: secondo il ragionamento del fisco, se il contribuente ha potuto permettersi certi beni, e quindi determinate spese, avrà dovuto pur finanziarle in qualche modo. Ebbene, se il reddito dichiarato non è congruo rispetto a tale tenore di vita, il fisco presume che il contribuente abbia percepito redditi in nero. Questa valutazione – che viene effettuata con uno strumento detto redditometro – consente comunque un certo scarto a favore del contribuente: come dire che i due piatti della bilancia (entrate ed uscite) non devono necessariamente coincidere, ma è sempre consentito un margine di scostamento del 20%.

Una volta che il fisco abbia rilevato tale contraddizione tra quanto indicato nella dichiarazione dei redditi e i beni acquistati, fa scattare immediatamente l’accertamento fiscale (cosiddetto accertamento sintetico). Lo può fare perché è proprio la legge [1] che glielo consente.

Spetterà a questo punto al contribuente dimostrare il contrario, ossia che il mantenimento dei beni che risultano in suo possesso è finanziato da redditi esenti (e come tali non suscettibili di dichiarazione), da smobilizzi patrimoniali (per esempio la vendita di una precedente auto), da elargizioni del coniuge, del genitore o di altri parenti, o, in generale, offrire qualunque giustificazione che escluda la percezione di redditi non dichiarati al fisco.

Proprio su questo aspetto è intervenuta, di recente, la Cassazione [2]: la dimostrazione che deve fornire il contribuente per annullare l’accertamento sintetico deve essere fornita attraverso documenti che attestino il nesso tra la donazione delle somme da parte del parente, da un lato, e acquisto del bene dall’altro. Il che – suggerisce la prudenza – conferma sempre la buona regola di utilizzare il bonifico bancario e una causale apposita, in modo da conservare le prove del regalo anche a distanza di diversi anni (posto che, di norma, l’Agenzia delle Entrate si attiva sempre con qualche anno di ritardo rispetto ai fatti).

La disponibilità di determinati beni – ricorda la sentenza in commento – costituisce una presunzione di capacità contributiva connessa alle spese necessarie per il loro acquisto e successivo utilizzo e mantenimento (in sostanza, un accertamento basato sui presunti consumi); è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità l’esistenza di una capacità contributiva; grava poi sul contribuente fornire la prova di redditi non imponibili idonei al sostenimento di tali spese.

Il contribuente, però, deve essere sempre pronto a dimostrare, con idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti perché, per esempio, oggetto di precedente donazione.

Attenzione dunque a prendere denaro contante anche se dai genitori: sebbene la legge di Stabilità 2016 abbia elevato a 3.000 euro l’obbligo dell’uso di strumenti tracciabili, è sempre meglio, anche per importi inferiori, utilizzare il bonifico o l’assegno, in modo da tracciare i trasferimenti di denaro e poter contrastare, in futuro, eventuali accertamenti del fisco.

note

[1] d.P.R. n. 600/73, art. 38.

[2] Cass. sent. n. 916/16 del 20.01.2016.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, sentenza 25 novembre 2015 – 20 gennaio 2016, n. 916
Presidente iacobellis – Relatore Crucitti

Considerato in diritto

1. Con l’unico motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art.38, commi 4, 5 e 6 d.p.r. n.600 del 1973 e degli artt.2697, 2727 e 2729 c.c. in relazione all’art.360 nn.3 e 5 c.p.c., laddove la Commissione Tributaria Regionale aveva omesso, malgrado le contrarie argomentazioni svolte in appello, ogni indagine circa il necessario assolvimento dell’onere probatorio, da parte della contribuente, fondato sulla produzione di idonea prova documentale circa l’affermata esistenza della liberalità.
2. La censura è fondata. Il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, disciplina, fra l’altro, il metodo di accertamento sintetico del reddito e, nel testo vigente ratione temporis (cioè tra la L. n. 413 del 1991, e il D.L. n. 78 del 2010, convertito in L. n. 122 del 2010), prevede, da un lato (comma 4), la possibilità di presumere il reddito complessivo netto sulla base della valenza induttiva di una serie di elementi e circostanze di fatto certi, costituenti indici di capacità contributiva, connessi alla disponibilità di determinati beni o servizi ed alle spese necessarie per il loro utilizzo e mantenimento (in sostanza, un accertamento basato sui presunti consumi); dall’altro (comma 5), contempla le “spese per incrementi patrimoniali”, cioè quelle – di solito elevate – sostenute per l’acquisto di beni destinati ad incrementare durevolmente il patrimonio del contribuente. Resta salva, in ogni caso, ai sensi del sesto comma dell’art. 38 cit., la prova contraria, consistente nella dimostrazione documentale della sussistenza e del possesso, da parte del contribuente, di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (con riferimento alla complessiva posizione reddituale dell’intero suo nucleo familiare, costituito dai coniugi conviventi e dai figli, soprattutto minori: Cass. n. 5365 del 2014), o, più in generale, nella prova che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore (Cass. nn. 20588 del 2005, 9539 del 2013).
Con recente pronuncia poi, questa Corte (Cass. 8995/2014 richiamata dalla successiva Cass.n.25104/2014) ha così chiarito i confini della prova contraria a carico del contribuente, a fronte di un accertamento induttivo sintetico ex art.38 DPR 600/1973: “A norma dell’art. 38, comma sesto d.p.r. n. 600 del 1973, l’accertamento del reddito con metodo sintetico non impedisce al contribuente di dimostrare, attraverso idonea documentazione, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente e costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenute alla fonte a titolo di imposta, tuttavia la citata disposizione prevede anche che “l’entità di tali redditi e la durata del loro
possesso devono risultare da idonea documentazione”. La norma chiede qualcosa di più della mera prova della disponibilità di ulteriori redditi (esenti ovvero soggetti a ritenute alla fonte), e, put non prevedendo esplicitamente la prova che detti ulteriori redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, chiede tuttavia espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (o sia potuto accadere). In tal senso va letto lo specifico riferimento alla prova (risultante da idonea documentazione) della entità di tali eventuali ulteriori redditi e della “durata” del relativo possesso, previsione che ha l’indubbia finalità di ancorare a fatti oggettivi (di tipo quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi per consentire la riferibilità della maggiore capacita contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi, escludendo quindi che i suddetti siano stati utilizzati per finalità non considerate al fini dell’accertamento sintetico, quali, ad esempio, un ulteriore investimento finanziario, perché in tal caso essi non sarebbero ovviamente utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertato, i quali dovrebbero pertanto ascriversi a redditi non dichiarati”.
Nella specifica ipotesi di liberalità, poi, questa Corte ha statuito che ” nell’ambito dell’accertamento sintetico la prova delle liberalità che hanno consentito l’incremento patrimoniale deve essere documentale e la motivazione della pronuncia giurisdizionale deve fare preciso riferimento ai documenti che la sorreggono ed al relativo contenuto” (cfr. Cass. n.24597/ 2010; Cass.6397/2014).
3. La sentenza impugnata la quale -pur a fronte di elementi documentale di segno contrario (tutti riportati in ossequio al principio di autosufficienza in ricorso)- ha, genericamente, affermato che la contribuente aveva dato atto della maniera in cui era venuta in possesso dei beni a lei intestati, reputando all’uopo sufficiente la dedotta liberalità ad opera della madre, senza neppure valutare se detta “donazione” fosse idoneamente documentata e, soprattutto, fornisse la prova della permanenza nel tempo del possesso dei relativi redditi, si è discostata, nell’applicazione della normativa di riferimento, dai principi sopra illustrati.
4. Ne consegue, in accoglimento del ricorso, la cassazione della sentenza impugnata ed il rinvio al Giudice di merito affinché provveda, adeguandosi ai superiori principi, al riesame della vicenda processuale ed a regolare le spese processuali.

P.Q.M.

La Corte, in accoglimento del ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Commissione Tributaria Regionale della Toscana in diversa composizione.

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