Legittimo denunciare la banca su internet e su Facebook
Lo sai che?
24 Gen 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Legittimo denunciare la banca su internet e su Facebook

Aprire un sito internet o una pagina Facebook in cui si evidenziano tutti i sospetti di irregolarità della propria banca non costituisce reato di diffamazione.

 

È legittimo criticare esplicitamente, su internet e su Facebook, l’operato della propria banca, anche se ancora non vi è una sentenza che accerta le irregolarità e condanna i relativi vertici. Il potere di critica del cliente si estende anche alla possibilità di aprire un sito internet o una pagina su un social network per denunciare ai lettori tutte le presunte violazioni poste in essere dai funzionari.

 

Il caso che vi narriamo è figlio dei nostri tempi e del grosso potere di censura che il web ha dato ai consumatori, potere che rende la reputation di un’azienda – anche quella di una grossa realtà come una banca – un obiettivo primario da perseguire. I commenti negativi, i pessimi feedback presenti sulla rete possono mettere in crisi non solo il ristorante o l’hotel di provincia, ma anche il grosso istituto di credito.

 

Un imprenditore, dopo aver ricevuto un mutuo da parte di una delle più grosse banche italiane, sopraggiunte difficoltà economiche, tentava una trattativa con il dirigente dell’agenzia per un rientro bonario nel debito e per l’estinzione a saldo e stralcio. Trattativa che non sortiva risultati; cosicché l’uomo apriva su Facebook una pagina (Usuraunicredit, tutt’ora online) contenente una serie di messaggi diretti a funzionari ed organi di vigilanza dell’istituto bancario e volta a divulgare affermazioni ritenute – secondo i creditori interessati – offensive sul conto dello stesso istituto di credito. Che, pertanto, presentava querela per diffamazione.

 

In realtà il procedimento veniva archiviato su richiesta dello stesso pubblico ministero per due fondamentali ragioni. La prima di carattere tecnico: la mancata collaborazione di Facebook nell’invio dei dati anagrafici del titolare della pagina contestata; la seconda basata sula natura delle affermazioni divulgate sul web, ritenute rientranti nel diritto di critica. Ma procediamo con ordine.

 

 

La segretezza dei dati degli utenti di Facebook

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha dato il “ben servito” alla Procura della Repubblica inquirente, stabilendo l’impossibilità della rogatoria relativa ai dati degli utenti di Facebook. Le affermazioni contenute nei profili Facebook – si legge dai documenti allegati al fascicolo del procedimento penale – benché ritenute diffamanti, sono protette dal diritto alla libertà di parola ai sensi del Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America. La libertà di parola negli U.S.A. gode di un regime privilegiato: pertanto nessuno è perseguibile per l’esercizio di tale diritto, a prescindere da quanto possa essere sgradevole, offensivo e molesto il contenuto violato.

Sulla scorta di tali motivazioni, il Dipartimento di Giustizia americano chiudeva il fascicolo.

 

Tale aspetto merita una profonda riflessione sulle implicazioni che tale presa di posizione potrebbe avere in futuro anche per casi meno eclatanti di quello in commento. Al di là del fatto che l’ingiuria non è più reato anche in Italia, i procedimenti per diffamazione, invece, potranno subire una battuta d’arresto tutte le volte in cui non vi sia la prova, già dalla pagina Facebook, della provenienza del messaggio. Nessun problema, dunque, potrà avere il giudice a ricondurre l’eventuale messaggio diffamatorio all’autore quando questi lo avrà divulgato tramite il proprio profilo social. Diversa – e molto più complicata – sarà la soluzione nel caso in cui, invece, l’agente si valga di un profilo anonimo o falso o di una pagina Facebook, come appunto nel caso in oggetto. Difatti, in tali ipotesi, riuscire a individuare il titolare del profilo o della pagina potrebbe essere impossibile.

 

 

Critica libera anche contro le banche

La particolarità nella vicenda sta però anche nelle motivazioni scritte dal Gip di Bari investito della vicenda, affermazioni che hanno sancito un principio assolutamente storico: una Banca importante sul territorio nazionale, che svolge un attività di pubblico interesse, deve accettare e tollerare le critiche anche se aspre e pungenti, quando rivolte da parte di un cittadino o di un suo cliente. Ciò, ovviamente, a condizione che dette critiche non travalichino i limiti della continenza, oltre i quali si sconfina nel reato. È quindi possibile dare vita ad un dibattito all’interno di contenitori o di apposite pagine create tramite social network, blog, ecc.

 

Insomma, anche la banca deve tenere conto della rilevanza sociale del proprio operato di indubbio interesse pubblico, il che comporta, in un sistema democratico, anche la nascita del dibattito, che può svilupparsi nella moderna società tecnologica anche mediante la creazione di appositi siti online in cui è possibile che maturino critiche contro la condotta degli istituti bancari nell’erogazione del credito.

 

 

La procura al dirigente per presentare la querela

L’archiviazione, tra l’altro, veniva motivata anche sula base della eccessiva genericità della procura attraverso cui la banca aveva dato la possibilità a un suo dirigente di querelare l’imprenditore. Un errore grossolano quanto diffuso da parte di grossi collosi bancari oltre che di multinazionali. Questi gruppi sono infatti soliti affidare una procura generica, e per tutti i casi possibili ed immaginabili in cui sono costretti ad andare in giudizio, con cui legittimano uno dei propri dipendenti o funzionari senza preoccuparsi di approntare una Procura apposita per il caso specifico.


Autore immagine: 123rf com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti