Fattura: che valore ha per il recupero crediti?
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24 Gen 2016
 
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Fattura: che valore ha per il recupero crediti?

Recupero crediti: l’emissione della fattura da parte del creditore, se contestata dal debitore, non prova il credito ma è un semplice indizio.

 

L’emissione di una fattura, per quanto autorizzi il creditore a richiedere, in prima battuta, un decreto ingiuntivo, non ha alcun valore di prova circa l’esistenza di un rapporto contrattuale tra le parti e, quindi, dell’esistenza di un debito: si tratta, infatti, di un documento formato unilateralmente dal creditore stesso il quale, se vorrà far valere il proprio diritto, dovrà ricorrere ad altre prove. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

 

Cosa si considera prova documentale?

Rientrano, in senso stretto, nella prova documentale solo una serie di atti tipici: l’atto pubblico (quello cioè stipulato innanzi al notaio o altro pubblico ufficiale, che fa piena prova – salvo venga esperita la querela di falso – dei fatti in esso descritti); la scrittura privata (che, invece, è il documento redatto dalle parti in autonomia e può essere autenticata dal notaio o meno); il fax, il telegramma, la raccomandata e la posta elettronica certificata (PEC).

 

Per quanto invece riguarda la fattura, il suo valore di prova è limitato solo ai casi in cui il debitore non contesti il rapporto sottostante (il contratto o qualsiasi altro tipo di causa che ha determinato il debito). Invece, se il debitore contesta l’esistenza del debito, la fattura non ha più alcun valore di prova delle prestazioni eseguite, ma può al massimo costituire un mero indizio.

 

 

Perché la fattura consente l’emissione del decreto ingiuntivo?

Per una questione di rapidità nei procedimenti di recupero crediti, il codice di procedura civile [2] consente al creditore, munito solo della fattura emessa da questi stesso, di rivolgersi al tribunale o al giudice di pace (a seconda del valore del credito) e chiedere, nei confronti del debitore, l’emissione del decreto ingiuntivo.

Il debitore ha poi 40 giorni, dalla notifica del decreto, per presentare opposizione allo stesso giudice che lo ha emesso, iniziando così una regolare causa volta ad accertare l’esistenza effettiva del debito e il suo esatto ammontare.

 

Ebbene, in tale fase, la fattura, che prima aveva legittimato l’emissione del decreto ingiuntivo, non ha più alcun valore e il creditore – cui rimane l’onere di dover dimostrare il proprio credito – deve valersi di altri tipi di prove. Peraltro, a riguardo, si segnala una recente sentenza del giudice di Pace di Taranto secondo il quale, nell’ambito del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, è necessario che il creditore abbia tra le mani una prova scritta, non potendo dimostrare il proprio diritto attraverso testimoni (leggi l’articolo “Contratto verbale, decreto ingiuntivo impossibile”).

 

Ecco quindi, che la precisazione appena fornita dalla Cassazione assume un senso: la fattura, quando è oggetto di contestazione da parte del debitore, non può assumere alcun valore di prova, ma tutt’al più di indizio, posta la sua natura di atto a formazione “unilaterale”.

 

 

Fattura: l’interpretazione minoritaria

Secondo un parte minoritaria della giurisprudenza invece, la fattura, essendo un documento commerciale trasmesso al compratore committente e contenente la specifica della prestazione effettuata avente tutte le indicazioni inerenti alla stessa nonché i dati sui prezzi e sulle condizioni e modalità di pagamento, può assumere valore di piena prova, tenuto conto che, essendo esso di sicura autenticità e di intrinseca legalità, è idoneo a provare con certezza la sussistenza del credito. Ciò si verifica, in particolare, qualora la documentazione prodotta evidenzi con chiarezza la prestazione fornita dal creditore al debitore.

 

Come detto, tuttavia, l’interpretazione più seguita dai giudici (sulla scia della Cassazione) è quella contraria: la fattura è valida prova solo se non contestata esplicitamente dal debitore.

 

 

La fattura vale come messa in mora?

L’emissione di una fattura non è sufficiente per mettere in mora il debitore. La messa in mora, infatti, richiede un ulteriore elemento costituito da una espressa richiesta di pagamento.


In pratica

Se il creditore ha tra le mani una fattura emessa nei confronti del debitore, può chiedere un decreto ingiuntivo.

Tuttavia, se il debitore propone opposizione al decreto ingiuntivo, la fattura non vale più come prova. Per cui, se il creditore non dimostra il proprio credito con altre prove, il decreto ingiuntivo viene revocato e il debitore vince la causa.

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 4 novembre 2015 – 12 gennaio 2016, n. 299
Presidente Bucciante – Relatore Migliucci

Svolgimento del processo

1. – Con atto di citazione notificato il 17 e 19 marzo 1994, la Srl Immobiliare Atlantic conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, R.M., chiedendone la condanna al pagamento della somma di Lire 10.320.000, oltre rivalutazione, interessi e spese, quale corrispettivo dei lavori eseguiti nella porzione di casa, con annesso giardino, sita nel Comune di Olevano Romano (Roma) , venduta al convenuto con rogito del notaio O.C. di Roma del 23 aprile 1987. A sostegno della domanda, la Società attrice deduceva che, successivamente alla vendita, R. Paolo, padre dell’acquirente, in nome e per conto di quest’ultimo, aveva commissionato l’esecuzione di ulteriori lavori rispetto a quelli oggetto dell’originario contratto, inerenti: “sistemazione del lotto, muri di contenimento, pavimentazione piazzale antistante l’immobile, sistemazione terreno, e nel vano sottotetto intonaci, fornitura e posa di due finestre con sportelloni, ampliamento vano e tubazioni di scarico”; eseguiti i lavori, la Società attrice aveva inviato al convenuto la fattura n. 7/87 per l’importo di Lire 10.302.000, comprensivo di IVA,

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[1] Cass. sent. n. 299/2016 del 12.01.2016.

[2] Art. 633 cod. proc. civ.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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