Contratto a tempo determinato: durata massima e proroghe possibili
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24 Gen 2016
 
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Contratto a tempo determinato: durata massima e proroghe possibili

 

Quanto tempo può durare un contratto di lavoro a termine e il numero di possibili proroghe consentito dalla legge.

 

In presenza di determinate condizioni, è possibile stipulare un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato.

Al contratto così stipulato si applicano le norme generali sul contratto di lavoro subordinato, con la particolarità che la risoluzione può avvenire al decorso di un termine normalmente fissato dalle parti o al realizzarsi di un determinato evento.

Il trattamento economico e normativo dei lavoratori a termine è il medesimo previsto per quelli a tempo indeterminato.

 

La normativa sul contratto a termine è stata recentemente modificata dal Job Act [1], che ha soppresso, a partire dal 21.03.2014, l’obbligo di “motivare” l’apposizione del termine al contratto di lavoro, rendendo libero il ricorso all’istituto.

 

 

Qual è la durata massima di un contratto di lavoro a tempo determinato?

Il contratto di lavoro a tempo determinato può avere una durata massima di 36 mesi, comprese eventuali proroghe.

 

Nel campo degli speciali servizi nei settori del turismo e dei pubblici esercizi la durata massima è di 3 giorni, determinata dai contratti collettivi stipulati con i sindacati locali o nazionali aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale.

 

Nel caso di contratti per lo svolgimento di attività di ricerca scientifica, la durata massima è pari a quella del progetto di ricerca.

 

 

Per quante volte è possibile prorogare un contratto a termine?

È possibile prorogare il termine del contratto entro il limite di durata complessiva di 36 mesi a condizione che l’attività lavorativa sia la stessa per la quale il contratto è stato originariamente stipulato.

 

Il numero di proroghe possibili è di 5, nell’arco dei complessivi 36 mesi, indipendentemente dal numero dei rinnovi.

 

È possibile riassumere il dipendente già assunto con contratto a termine, anche oltre i 36 mesi di durata massima, purché il secondo contratto abbia per oggetto un’attività lavorativa diversa e siano rispettati gli intervalli di tempo richiesti. In particolare,

è consentita la riassunzione a termine del lavoratore a condizione che tra la fine del precedente contratto e l’inizio del nuovo rapporto trascorra un intervallo minimo di:

 

– 20 giorni se il contratto scaduto aveva una durata superiore a 6 mesi;

 

– 10 giorni per i contratti di durata pari o inferiore.

 

Qualora non venga rispettato questo intervallo minimo, il secondo contratto si considera a tempo indeterminato.

 

Se, invece, tra le due assunzioni a termine non vi è soluzione di continuità – e quindi non trascorre nemmeno un giorno – il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato fin dalla data di stipulazione del primo contratto (cioè a partire dalla data di assunzione).

 

In caso di trasformazione in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato di più contratti a termine succedutisi tra le stesse parti, la giurisprudenza prevalente nega il diritto del lavoratore alla retribuzione (ed al corrispondente rateo di tredicesima, nonché al compenso per ferie non godute) per i periodi non lavorati tra l’uno e l’altro rapporto, a meno che il lavoratore provi di aver reso o di avere inutilmente offerto le proprie prestazioni.

 


[1] DL 34/2014 conv. in L. 78/2014.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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