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Lo sai che? Pubblicato il 25 gennaio 2016

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Lo sai che? Il contratto va firmato su tutti i fogli?

> Lo sai che? Pubblicato il 25 gennaio 2016

Scrittura privata: la sottoscrizione del documento su tutte le pagine oppure l’apposizione dei timbri di congiunzione.

 

Uno degli elementi essenziali di un contratto è la firma: un contratto non firmato non costituisce prova.

La firma va apposta in calce al contratto, ossia alla fine di tutti gli articoli.

In genere sono richieste più di una firma:

– una per l’approvazione completa del contratto e, quindi, di tutte le sue clausole;

– una seconda per l’informativa sulla privacy;

– una terza – che è, di norma, l’ultima – per l’approvazione specifica delle cosiddette clausole vessatorie, ossia di quelle clausole che comportano un particolare onere nei confronti della parte che non ha partecipato alla stesura e redazione della scrittura (si pensi ai moduli delle compagnie telefoniche, del gas, della luce, ecc.). Tale sottoscrizione, invece, non è necessaria quando il contratto è il frutto della trattativa gestita da entrambe le parti.

Nel caso in cui il contratto o qualsiasi altra scrittura privata (si pensi al riconoscimento di un debito, a una transazione, a una quietanza di pagamento, ecc.) sia costituito da più fogli, dei quali solo l’ultimo è firmato, è possibile ritenere valida l’unica sottoscrizione posta alla fine del documento – e quindi riconoscere la provenienza della scrittura da parte dello stesso sottoscrittore – purché non vi siano dubbi, sul piano logico-lessicale, circa l’unicità del documento. Questo significa che tra l’ultima parola di una pagina e la prima della pagina successiva vi deve essere consequenzialità logica e grammaticale, di modo da garantire, senza ombra di dubbio, che il secondo foglio sia successivo al primo. Ciò consente di escludere che nessuna delle parti abbia alterato il documento inserendo altre pagine o sottraendone alcune.

Proprio per evitare contestazioni di tale tipo si suole far ricorso a due tipi di espedienti:

– i timbri di congiunzione: si appone un timbro qualsiasi (per esempio, uno con la data) all’apertura dei fogli tra loro spillati a mo’ di libro, in modo da far ricadere una parte del timbro sul lembo della pagina sinistra e un’altra parte sul lembo della pagina di destra;

– la firma su tutti i figli: il metodo migliore per garantire unicità al documento è quello di apporre su tutti i fogli la firma delle parti. Sui vari fogli non è necessaria la sottoscrizione completa con nome e cognome, ma è sufficiente il solo cognome o una sigla. Tale è stato il chiarimento della stessa Cassazione [1].

note

[1] Cass. sent. n. 9040/1992.

Cass. sent. n. 9040 del 28 luglio 1992

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione del 4.12.1980 il sig. Loreto Cicero conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Como i sig.ri Pietro Rodondi, Dario ed Edoardo Garbagnati, Laura Maragliano ved. Garbagnati, dichiarando di volersi surrogare nelle azioni e diritti spettanti al Rodondi nei confronti dei sig.ri Garbagnati, in base ad una serie di fatti che così possono riassumersi:
– Dario ed Edoardo Garbagnati risultavano proprietari di un immobile costituito da numerosi vani in Brunate, via Pirrotta n. 1, di cui era usufruttuaria la sig.ra Laura Maragliano;
– Pietro Rodondi, con scrittura privata 2.10.1978 aveva acquistato dai Garbagnati l’intero compendio immobiliare (per il prezzo di L. 75.000.000);
– successivamente l’attore aveva versato al Rodondi, in più riprese la somma di L. 32.500.000, per acquistare lo stesso immobile, ma il Rodondi, benchè più volte sollecitato, era rimasto inadempiente ai patti stabiliti e si era rifiutato di comparire avanti al notaio Gelpi per la stipula del contratto;
– il Rodondi aveva versato ai venditori Garbagnati l’intero prezzo di L. 75.000.000, ma non aveva fatto valere il suo diritto alla stipulazione del contratto definitivo; al quale i venditori intendevano sottrarsi;
– ciò premesso il Cicero, chiedeva che il Tribunale, dichiarata la validità del contratto Garbagnati-Rodondi, dichiarasse che i primi erano rimasti inadempienti verso il secondo, ed emettesse quindi, sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 C.C. in favore del Rodondi, affinchè questi potesse poi trasferire gli immobili ad esso attore, in forza di successivo atto di compravendita.
Si costituiva in giudizio il Rodondi, sostenendo in via preliminare l’improponibilità della domanda surrogatoria, non avendo l’attore esibito un atto scritto idoneo ad integrare una promessa di vendita; il Rodondi negava, inoltre, l’esistenza di un proprio credito nei confronti dei Garbagnati, affermando che i rapporti con loro erano stati consensualmente risolti, tanto che il complesso immobiliare era stato venduto dai Garbagnati a terzi, con atto pubblico trascritto prima della notifica della citazione. Ammetteva, peraltro, di aver ricevuto dal Cicero la somma di L. 32.500.000, senza peraltro impegnarsi validamente a trasferirgli l’immobile.
I Garbagnati-Marigliano contestavano la legittimazione del Cicero all’azione surrogatoria e chiedevano la sua condanna al risarcimento dei danni per lite temeraria.
Nell’udienza di precisazione della conclusione il Cicero proponeva domande, concernenti l’annullamento del contratto 29.10.1980, per rogito Orlandoni, col quale i Garbagnati avevano venduto l’immobile ai sig.ri Tagliabue, Galliano ed altri, nonchè altre riguardanti la propria qualità di locatario ed il diritto al riscatto, una domanda di revocatoria non meglio precisata, ed altre ancora.
Il Tribunale di Como, con sentenza 29.12.1982 rigettava la domanda iniziale del Cicero e lo condannava alle spese, osservando che egli non aveva prodotto il contratto di compravendita, che asseriva di aver stipulato col Rodondi; inoltre il Cicero non aveva dimostrato l’incapacità del Rodondi a far fronte al suo debito di L. 32.500.000, nè il diritto del Rodondi medesimo a far dichiarare l’inefficacia dell’atto di compravendita Garbagnati-Galliano (per rogito Orlandoni del 29.10.1980) trascritto prima della citazione, e neppure a proporre l’azione revocatoria ex art. 2901 c.c. perché non era stata minimamente provata la malafede degli acquirenti.
Il Cicero appellava in base a numerosi motivi, deducendo tra l’altro la necessità di integrazione del contraddittorio nei confronti del Galliano e degli altri acquirenti dell’immobile. I Garbagnati resistevano all’appello e in via incidentale si dolevano della mancata condanna del Cicero al risarcimento danni per lite temeraria.
La Corte d’Appello di Milano ha confermato interamente la sentenza e condannato il Cicero alla rifusione delle spese ai Garbagnati.
Nel rigettare l’appello principale la Corte milanese ha osservato:
a) non esisteva necessità di integrazione del contraddittorio perché le domande di annullamento del rogito Orlandoni e quella di revocazione della predetta compravendita erano state proposte soltanto nell’udienza di precisazione delle conclusioni ed erano perciò domande nuove ed inammissibili sulle quali la controparte non aveva mai accettato il contraddittorio (avendone eccepito tempestivamente l’inammissibilità ed avendo riproposto l’eccezione anche in appello);
b) erano inammissibili, oltre alle predette domande, anche varie altre domande nuove, riproposte con i motivi d’appello (2°-3°-4°-5°) ed i relativi mezzi istruttori;
c) il Cicero non aveva fornito alcuna prova dell’asserito contratto preliminare di compravendita stipulato col Rodondi, tale non potendosi considerare il documento da lui prodotto, che consisteva in un uniforme appunto, non sottoscritto dal Rodondi, relativo agli accordi circa il sistema di pagamento di un bene non indicato nella scrittura;
d) era provato, per ammissione del Rodondi, il credito di L. 32.500.000, del Cicero nei suoi confronti, ma non era dimostrata l’esistenza di alcun diritto del Rodondi verso il Garbagnati, dato che nel preliminare tra loro stipulato era contenuta la clausola n. 8: “il sig. Pietro Rodondi potrà nel rogito sostituire a sè, in tutto o in parte, un altro compratore”, e il Rodondi aveva esercitato tale facoltà in favore dei Galliano-Tagliabue, come risultava nella lettera 23.1.1980 scritta dal Rodondi ad Edoardo Garbagnati, esibita da questi e dallo stesso Cicero;
f) pertanto il Rodondi non aveva alcun diritto da far valere nei confronti dei Garbagnati e di conseguenza il Cicero non poteva surrogarsi al Rodondi per far valere un diritto inesistente.
La Corte milanese ha pure rigettato la domanda dei Garbagnati ai sensi dell’art. 96 c.p.c., osservando che non erano emersi elementi certi, soprattutto in relazione alla riconosciuta posizione creditoria del Cicero nei confronti del Rodondi, sul fatto che il primo avesse agito in giudizio con malafede o colpa grave.
Ricorre per cassazione Loreto Cicero in base a quattro motivi di ricorso; i Garbagnati hanno depositato controricorso e ricorso incidentale insistendo nella richiesta di risarcimento danni per lite temeraria, anche in questa sede.
Il Rodondi non si è costituito.
Nei quattro motivi del ricorso principale Loreto Cicero deduce:
1) violazione dell’art. 2900 c.c. sostenendo che doveva essere integrato il contraddittorio nei confronti di Tagliabue Sergio, Zani Giuseppina, Tagliabue Angelo, Reggiani Franco e Galliano Annalisa, acquirenti del complesso immobiliare dei Garbagnati, in quanto in loro assenza non poteva avere esecuzione l’eventuale accoglimento dell’azione surrogatoria;
2) mancato esame di diversi motivi d’appello, sbrigativamente considerati come domande nuove;
3) La Corte d’appello avrebbe equivocato nel ritenere che l’azione surrogatoria fosse intesa ad ottenere una sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c., mentre in realtà tendeva in primo luogo ad ottenere la declaratoria di nullità o l’annullamento della compravendita stipulata dai Garbagnati con i sig.ri Tagliabue e Galliano, in quanto affetta da concerto fraudolento degli stipulanti in danno del Rodondi ed in definitiva del Cicero, allo scopo di far rientrare l’immobile nel patrimonio del Rodondi, per poterne, infine, ottenere la proprietà;
4) si ribadisce che l’azione surrogatoria ha finalità restitutoria (a differenza dell’azione revocatoria); l’affermazione della Corte d’appello secondo cui la decisione del contratto del Rodondi ai Galliano-Tagliabue era esercizio legittimo di una facoltà prevista nella scrittura 2.10.1978; si sostiene che la scrittura 2.10.1979 (preliminare Rodondi-Cicero) non doveva essere esaminata isolatamente, bensì in connessione agli altri documenti esibiti; si afferma che la sottoscrizione del Rodondi doveva ravvisarsi nelle parole “come d’accordo” scritte di suo pugno in calce al foglio che conteneva tutti gli elementi essenziali della compravendita; si sostiene, infine, che non poteva essere ritenuta valida la cessione del contratto dal Rodondi ai Galliano-Tagliabue, per mancanza di un atto scritto in tal senso e per la diversità del prezzo rispetto a quello originariamente stabilito.
La discussione del presente ricorso venne sospesa in attesa della definizione del giudizio di revocazione proposto nel frattempo dal Cicero contro la medesima sentenza.
La domanda di revocazione venne dichiarata inammissibile e nell’odierna udienza è stato rigettato il ricorso proposto dal Cicero avente in numero 10140/87, per cui è venuto a cessare il motivo della sospensione.
MOTIVI DELLA DECISIONE
I due ricorsi, vanno preliminarmente riuniti a norma dell’art. 335 c.p.c.
Il primo motivo del ricorso principale è palesemente infondato: si sarebbe determinato un litisconsorzio necessario con gli acquirenti Galliano-Tagliabue se il Tribunale avesse ritenuto di dover esaminare la domanda di simulazione del rogito Orlandoni del 29.10.1980, ma siccome tale domanda è stata, invece, dichiarata inammissibile come domanda nuova sulla quale i Garbagnati non avevano accettato il contraddittorio, non è mai sorta la necessità di chiamare in causa i predetti terzi acquirenti, dato che il giudizio rimaneva circoscritto all’esame dell’azione surrogatoria proposta dal
Cicero nei confronti del Rodondi e dei Garbagnati.
Il secondo motivo di ricorso è anch’esso infondato perché la domanda di nullità o di annullamento per simulazione (o per altro motivo) del contratto Garbagnati-Tagliabue-Galliano era senza dubbio domanda diversa da quella proposta con l’atto di citazione 4.12.1980 che aveva per oggetto la sola azione surrogatoria nei diritti del Rodondi verso i Garbagnati per l’asserito inadempimento contrattuale di questi ultimi verso il promissario acquirente.
Trattandosi di domanda nuova e diversa per “petitum” e “causa petendi” ed avendo i Garbagnati espressamente rifiutato il contraddittorio, essa non poteva trovare ingresso nel giudizio di primo grado, nè, tantomeno, essere presa in considerazione dai giudici di appello.
Nel terzo motivo il ricorrente riferisce in modo distorto il contenuto dell’atto di citazione; in esso non si faceva nessun accenno alla compravendita 29.10.1980 per rogito Orlandoni, che non era ancora avvenuta, ma si affermava soltanto l’inadempimento del Garbagnati nei confronti del Rodondi e si chiedeva l’emissione di sentenza costitutiva ex art. 2932 in favore di quest’ultimo.
Tale inadempimento venne escluso dai giudici di primo e secondo grado perché nel preliminare Garbagnati-Rodondi era prevista la facoltà per il promissario di nominare altra persona come destinataria degli effetti del contratto e tale nomina era stata da lui legittimamente compiuta nelle persone dei Galliano-Tagliabue.
Si manifesta del tutto corretta, quindi, la conclusione dei giudici di merito, secondo cui, non sussistendo alcun diritto del
Rodondi da far valere nei confronti del Garbagnati, non poteva trovare accoglimento l’azione surrogatoria del Cicero.
Nel quarto motivo di ricorso il Cicero elenca una serie di censure che si manifestano tutte infondate. È incontestata, ma irrilevante, l’efficacia recuperatoria dell’azione surrogatoria, che non può esplicarsi nella specie perché, come s’è detto, manca il diritto del debitore surrogato. Esattamente la Corte milanese ha ritenuto che il Rodondi, nell’indicare gli acquirenti Galliano-Tagliabue avesse fatto legittimo uso di una facoltà prevista nel preliminare e che, perciò, i Garbagnati non potessero sottrarsi all’obbligazione di stipulare con loro il contratto definitivo; tale, infatti, a norma dell’art. 1407 c.c. è l’efficacia della clausola n. 8 con cui si stabiliva che il Rodondi, avrebbe potuto sostituire a sè, nel rogito, in tutto o in parte, un altro compratore”.
Pure esattamente, e con adeguata motivazione, i giudici del merito hanno ritenuto che la scrittura 2.10.1979 non esprimeva la volontà di compravendere l’immobile, ma conteneva soltanto informi appunti circa il pagamento di un immobile non determinato e, soprattutto, non conteneva la sottoscrizione del preteso venditore Rodondi.
Non può trovare credito la tesi del ricorrente secondo cui le parole “come d’accordo”, apposte dal Rodondi in calce alla scrittura 2.10.1979, equivarrebbero a sottoscrizione del promittente venditore.
Invero la sottoscrizione, costituita dalla firma del dichiarante, cioè dal nome e cognome scritti di suo pugno, o quantomeno da una sigla caratteristica ed identificabile, è l’espressione grafica della paternità ed impegnatività della dichiarazione che la precede, la quale altrimenti rimane allo stato di semplice appunto o di bozza, che può servire a dimostrare l’esistenza di trattative, ma non consente di ritenere che le parti siano giunte alla conclusione definitiva di un negozio giuridico allorchè la forma scritta è richiesta “ad substantiam”.
Poichè la funzione specifica e insostituibile della sottoscrizione è universalmente conosciuta, deve ritenersi che colui il quale, dopo avere redatto una scrittura, non vi appone la propria firma, ha inteso semplicemente esporre le condizioni alle quali è disposto a stipulare un determinato contratto, ma non ha espresso la volontà concreta ed attuale di obbligarsi, riservandosi eventualmente di farlo in un secondo momento; pertanto una scrittura che contiene espressioni generiche di consenso come quelle apposte dal Rodondi, ma è priva della sottoscrizione dell’obbligato, non può integrare l’atto scritto richiesto dall’art. 1350 c.c. e non è valida nè come contratto definitivo, nè come preliminare (art. 1351).
Infine l’ultima censura, riguardante l’asserita nullità della cessione del contratto del Rodondi al Galliano-Tagliabue è inammissibile, perché non risulta che tale questione sia stata proposta come motivo d’appello; vi è inoltre, da osservare che lo stesso Cicero esibì nel giudizio per revocazione la copia di una lettera con cui il Rodondi comunicava ai Garbagnati il proprio consenso al trasferimento dell’immobile ai terzi acquirenti (vedi sentenza 16.6.1987 pag. 12).
Tutte le censure proposte in questa sede dal Cicero risultano, quindi, infondate o inammissibili e debbono essere rigettate.
Va pure rigettato il ricorso incidentale dei Garbagnati, che lamentano la mancata condanna della controparte al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c. Circa la mancanza di prova della malafede o colpa grave del Cicero nel giudizio di merito sono da condividere le considerazioni già esposte dalla Corte d’appello con valutazione di fatto motivata sull’esistenza di un cospicuo credito del Cicero nei confronti dell’insolvente Rodondi, situazione che lo ha indotto a tentare di coinvolgere nel giudizio i Garbagnati, non essendo in grado di conoscere esattamente i rapporti intercorsi tra le predette controparti.
È da aggiungere che non risulta neppure la dimostrazione di un danno patrimoniale sofferto dai Garbagnati, i quali invocavano soltanto un danno morale, non idoneo a fondare la responsabilità aggravata ex art. 96 e comunque non sussistente, perché la domanda di surrogazione del Cicero si basava su un asserito inadempimento contrattuale dei Garbagnati e non su un fatto illecito, sicchè non poteva ravvisarsi alcuna lesione dell’onere o decoro neppure per persona di elevata posizione sociale.
In conseguenza del rigetto di entrambi i ricorsi, vanno compensate le spese del presente procedimento.
P.Q.M.
La Corte Suprema di Cassazione riunisce i ricorsi, li rigetta entrambi e compensa le spese del presente procedimento.

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