Maria Elena Casarano
Maria Elena Casarano
30 Gen 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Rapporto nonni-nipoti: quali tutele se i genitori si separano?

Siamo i nonni paterni di due bambini e provvediamo in solido al mantenimento dei nostri nipoti (come da omologa della separazione consensuale di nostro figlio). Il nostro diritto di visita dei bambini è residuale rispetto a quello del padre. La madre, che vive con i figli, osteggia i nostri incontri con loro e ha preferito assumere una baby-sitter piuttosto che lasciare a noi i bambini quando è a lavoro. Cosa possiamo fare per tutelare i nostri diritti?

 

Per rispondere al quesito sarebbe stato utile sapere se l’accordo in vigore tra i coniugi, omologato dal giudice, stabilisca anche delle condizioni in merito al diritto di visita dei nonni (stante l’espressione secondo cui esso sarebbe “residuale rispetto a quello del padre”). Ciò in quanto, in tal caso, lo stesso figlio dei lettori sarebbe legittimato a chiedere una modifica delle condizioni di separazione concordate, stante l’intervenuto atteggiamento ostruzionistico della moglie.

 

Dando per presupposto, invece, che l’atto di separazione nulla preveda a riguardo, è bene chiarire che, prima della entrata in vigore della recente riforma sulla filiazione [1], i nonni non avevano un autonomo diritto di visita nei confronti dei nipoti; erano, invece, i minori ad aver diritto a conservare la continuità dei rapporti con loro. In altri termini, pur avendo i nonni un legittimo interesse a poter frequentare i nipoti, essi non potevano farlo valere in giudizio in modo diretto, avendo esso una valenza più teorica che pratica.

 

Oggi, al contrario, la legge riconosce espressamente a tutti gli ascendenti (nonni, bisnonni) nonché ai parenti di ciascun ramo genitoriale, il diritto di mantenere rapporti significativi con i minori [2]. Quando tali rapporti vengono in qualche modo ostacolati, i nonni hanno una posizione di privilegio rispetto ad ogni altro familiare (come possono esserlo, ad esempio, gli zii) in quanto possono rivolgersi in prima persona al giudice affinché adotti i provvedimenti necessari a favorire la frequentazione dei nipoti [3].

Si tratta di un importante riconoscimento che trova, tra l’altro la sua piena espressione in una recente e importante sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo [4] che, attribuendo fondamentale importanza al ruolo dei nonni con riguardo al loro diritto a frequentare i nipoti, ha affermato che – specie nel caso di separazione dei genitori – le autorità interne (come ad esempio i servizi sociali) hanno il dovere di predisporre tutte le misure necessarie per tutelare il benessere del minore e favorire il percorso di conciliazione con i nonni. Il rapporto nonni-nipoti rientra, infatti, tra i legami familiari tutelati dalla Carta europea dei diritti dell’uomo [5]. Ciò significa che, così come lo Stato deve impegnarsi per garantire la ricostruzione del rapporto genitori-figli (attraverso, per esempio, i servizi sociali, gli psicologi, ecc.), al pari deve attivarsi per tutelare il rapporto nonni-nipoti.

 

Nella sostanza oggi, i nonni ostacolati da uno o da entrambi i genitori nel rapporto coi nipoti per le più svariate ragioni (la distanza tra le abitazioni, il conflitto con generi e nuore, la separazione in atto tra i genitori dei bambini) possono ricorrere al giudice. Il tutto si realizza grazie ad una specifica azione giudiziaria proposta al Tribunale ordinario del luogo di residenza del minore.

 

Tale istanza, tuttavia, anche quando l’ assenza di rapporti tra nonni e nipoti sia comprovata, non può sempre trovare accoglimento in quanto il provvedimento del giudice deve tenere conto, in via prioritaria, del benessere dei più piccoli.

Per meglio comprendere questo principio può essere d’aiuto richiamarsi ad una recente pronuncia della Cassazione [6] che ha chiarito che il diritto dei minori a mantenere rapporti significativi con gli ascendenti [2] non deve essere interpretato come il riconoscimento di un autonomo diritto di visita da parte dei nonni e, quindi, di una vera e propria pretesa azionabile in giudizio da parte loro, ma solo come un ulteriore criterio che il magistrato deve valutare quando è chiamato a decidere riguardo alla vita dei minori.

In altre parole, il giudice non dovrà più tenere conto nelle sue decisioni del tempo che la prole debba trascorrere con i soli genitori, ma anche con gli altri componenti di ciascun ramo genitoriale (in primis i nonni), sempre che, tuttavia, ciò non risulti dannoso per i bambini. E d’altronde, ciò emerge dalla stessa lettura della noma [3] che, nell’attribuire agli ascendenti (cui sia impedito l’esercizio del diritto di mantenere con i nipoti rapporti significativi) di fare ricorso al Tribunale, prevede anche che ciò avvenga allo scopo di far adottare al giudice i “provvedimenti più idonei nell’esclusivo interesse del minore”.

 

All’atto pratico, ciò significa che se, ad esempio, siano gli stessi minori a manifestare la volontà di non stare con i nonni, per quanto tale rifiuto possa essere (verosimilmente) condizionato, il giudice non potrà certamente imporre tale frequentazione. Stessa cosa potrà dirsi nel caso in cui un bambino non abbia mai vissuto (per i più diversi motivi) il rapporto con i nonni, in quanto in tal caso sarà più difficile per questi ultimi dar prova in giudizio del danno che potrebbe arrecare la loro esclusione nella vita del minore.

Semmai si può pensare – sempre che ve ne siano i presupposti – ad un provvedimento che, in linea con la su citata pronuncia della Corte europea, coinvolga i servizi sociali allo scopo di ricucire i rapporti tra i genitori e i nonni, favorendo tra loro il dialogo.

 

Non si può, inoltre, escludere che siano altre le ragioni per le quali la mamma ritenga di non lasciare i figli da soli con i nonni, preferendo fare ricorso ad una baby-sitter: esse potrebbero essere legate al timore che l’età avanzata o la salute precaria dei nonni, non assicurino una adeguata vigilanza sui due bambini oppure legate ad una distanza tra le rispettive residenze.

Nel primo caso, il giudice dovrebbe tener conto dei timori della madre nel senso, solo per fare un esempio, di limitare la frequentazione dei nonni a momenti in cui i piccoli si trovano col padre o comunque con la babystitter, nel secondo caso, invece, potrebbe (come già da tempo avviene) prevedere il ricorso a strumenti tecnologici (come contatti telefonici o tramite Skipe) per garantire il contatto costante coi nipoti [7], non potendo, certamente imporre al genitore collocatario il continuo spostamento con i figli per far visita ai nonni.

 

Dunque, il giudice dovrà esaminare non solo gli argomenti a sostegno dell’istanza portati dai nonni, ma anche le eventuali difese della madre dei bambini, le relazioni di psicologi o assistenti sociali (eventualmente e verosimilmente interpellati) e la volontà espressa dai minori. Il loro ascolto – previsto ogniqualvolta si debba decidere su questioni (non economiche) riguardanti i minori – avviene di solito se abbiano compiuto almeno 12 anni, ma può essere disposto anche in età scolare, poiché tale età lascia presumere che il piccolo sia in grado di comprendere il significato di quanto afferma (cosiddetta capacità di discernimento).

 

Da quanto detto è facile desumere come la domanda eventualmente proposta dai nonni non coinvolgerebbe solo loro e la nuora, ma comporterebbe la necessità per il giudice di “indagare” più a fondo la situazione familiare, i rapporti tra gli adulti, i bisogni e le emozioni dei bambini, anche coinvolgendo nel percorso giudiziale i servizi sociali di zona (in genere incaricati di redigere una relazione) e avvalendosi dell’ausilio di esperti dell’infanzia per l’ascolto dei piccoli.

 

Personalmente ritengo che, quando le cause dell’ostacolo al diritto di visita dei nonni rappresentano l’effetto del conflitto tra i genitori, l’esclusivo ricorso al tribunale possa non essere in grado di rimuoverlo; anzi è prevedibile che esso (per quanto una scelta legittima da parte dei nonni), comprometta ancor più le già spinose relazioni tra gli adulti e incida sulle modalità attuative degli incontri coi bambini, che – non va dimenticato – richiedono sempre la collaborazione da parte dei genitori.

Ciò in quanto i piccoli (per quanto legati ai nonni) avvertirebbero, di certo, la contrarietà della mamma ad eseguire qualcosa di “imposto” dal giudice e potrebbero vivere un conflitto interiore (far felici i nonni/deludere la mamma), così vivendo il tempo deciso dal tribunale per stare con loro come qualcosa che la madre non approva.

Suggerirei piuttosto di affidarsi – prioritariamente al ricorso al giudice – a un percorso di mediazione familiare ovvero a cercare di raggiungere un accordo giudiziale con la madre facendo ricorso alla pratica collaborativa; ciò permetterebbe a genitori e nonni di trovare soluzioni meditate sui bisogni e le aspettative sia degli adulti che dei minori coinvolti.

 

Nell’attesa di decidere sul da farsi, un sicuro aiuto potrebbe fornirlo il padre dei bambini, consentendo ai nonni (ove già non avvenga) una maggiore frequentazione dei nipoti nel tempo che trascorre con loro.


[1] D. Lgsl n. 154/13, intitolato Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, ai sensi dell’art. 2 della L. n. 219/12.

[2] Art. 337 ter co. 1 cod. civ.

[3] Art. 317 bis cod. civ.

[4] CEDU sez. II, sent. 20 gennaio 2015.

[5] Art. 8 C.E.D.U.

[6] Cass. sent. n. 752/15.

[7] ll Tribunale di Nicosia con decr. del 22.4.08 ha fatto da apripista a questa soluzione.

 


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