Vincenzo Rizza
Vincenzo Rizza
29 Gen 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Tradimento: se c’è una relazione platonica su Facebook

Una relazione extraconiugale via internet, platonica e senza rapporti sessuali, non è sufficiente a configurare violazione del dovere di fedeltà per l’addebito della separazione: lo ha detto la Cassazione. 

 

Il Codice Civile prevede l’addebito della separazione al coniuge che abbia tenuto un comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

Questo principio è collegato alla circostanza che determinati fatti, per la loro gravità, rendono intollerabile la convivenza o recano grave pregiudizio all’educazione della prole.

 

Il tradimento perpetrato da uno dei coniugi configura una causa di addebito della responsabilità per la separazione, con conseguenze particolarmente importanti sia dal punto di vista ereditario che da quello riguardante gli alimenti.

Il Codice, infatti, prevede che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”. Il coniuge cui sia addebitata la separazione, dunque, perde il diritto a percepire l’assegno alimentare ed anche la possibilità di diventare erede dell’altro.

 

L’addebito della separazione produce, infine, la perdita del diritto alla pensione di reversibilità ed alle altre indennità previste dalla legge in favore del coniuge del defunto.

 

Alcuni fatti di cronaca recenti, ma soprattutto l’esperienza comune, propone il tema del tradimento messo in atto attraverso internet e dei suoi effetti nel caso di separazione.

 

Lo sviluppo incontrollabile di social network come Facebook o Whatsapp e le molteplici possibilità della comunicazione telematica, rendono oltremodo attuale il tema del tradimento platonico non concretatosi in una vera e propria relazione adulterina, e degli effetti che esso riverbera dal punto di vista giuridico sulle dinamiche familiari.

 

Si potrebbe affermare che secondo il modo di pensare ordinario il tradimento è di per sé motivo di separazione, sia perché viola il dovere di fedeltà, sia perché mina fin dalle fondamenta la fiducia ed il rispetto reciproci che dovrebbero essere i presupposti di qualunque rapporto di coppia.

 

La Cassazione nella sua giurisprudenza assume, invece, atteggiamenti più riflessivi ritenendo che l’effetto della relazione extraconiugale sull’addebito della responsabilità della separazione deve essere valutato nel caso concreto per determinare il peso che esso ha avuto nella crisi coniugale: per esempio, una crisi già conclamata e nella quale l’affetto familiare sia già venuto meno per altre cause, non consente di considerare il tradimento come motivo della separazione.

Sul terreno dell’onere della prova si afferma che una volta che l’un coniuge abbia dimostrato la relazione dell’altro, graverà su quest’ultimo di dimostrare che il matrimonio era già in crisi per altre cause, evitando così l’addebito a suo carico della responsabilità [1].

 

A prescindere dal giudizio morale sul tradimento operato attraverso le chat, gli SMS, le telefonate, non v’è dubbio che la questione assuma una sua originalità nel caso in cui questi comportamenti, spesso messi in atto tra persone residenti in luoghi lontani, non abbiano implicato anche incontri diretti tra i protagonisti e quindi nel caso in cui non vi siano stati rapporti sessuali e la relazione si sia mantenuta nei limiti della riservatezza sociale.

 

Sul punto è possibile rinvenire un precedente specifico della Cassazione secondo il quale l’addebito non può discendere da una relazione platonica e svolta in modo da non recare alcuna offesa alla dignità ed all’onore del marito per le modalità discrete con cui si era svolta [2].

 

La sentenza propone, nella sua motivazione, l’orientamento prima indicato secondo il quale occorre, preliminarmente, accertare se il tradimento abbia avuto un’incidenza sostanziale sulla compromissione del rapporto coniugale.

Essa afferma il principio secondo cui il giudizio sull’addebito della responsabilità deve procedere secondo una valutazione non solo dell’esistenza dell’adulterio, ma anche degli aspetti esteriori con cui è coltivata la relazione, in modo da accertare se essa dia luogo nell’ambiente in cui vivono i coniugi a plausibili sospetti di infedeltà, e comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.

 

Nella specie – afferma la Suprema Corte – i giudici d’appello hanno correttamente escluso che lo scambio interpersonale, extraconiugale, avesse potuto assumere i concreti connotati di una relazione sentimentale adulterina e, comunque, fosse traducibile in contegni offensivi per la dignità e l’onore del marito. Il legame intercorso tra la moglie e l’estraneo, infatti, si era rivelato platonico e si era sviluppato solo telefonicamente o via internet, data anche la notevole distanza tra i luoghi di rispettiva residenza. Tra l’altro non era stato provato in giudizio il coinvolgimento sentimentale di lei, sebbene fosse stata prodotta una lettera d’amore che dimostrava ineluttabilmente l’infatuazione di lui.

 

Per la Cassazione, dunque, il tradimento, per essere rilevante ai fini della responsabilità della separazione, deve essere concretato con comportamenti tangibili e comunque suscettibili di pregiudicare l’onore dell’altro.

 

La Consulta si mette al passo con i tempi disegnando la legittimità di un rapporto interpersonale molto libero ed in linea con la molteplicità delle occasioni di incontro offerte dalla comunicazione telematica.

 

Quest’atteggiamento di tolleranza non si spinge, però, a legittimare comportamenti che vadano al di là del flirt, della “relazione di simpatia o di amoreggiamento leggero, superficiale, temporaneo e avventuroso, caratterizzato da atteggiamenti sentimentali adottati senza un reale impegno o progetto” per usare la definizione di Wikipedia, visto il tema.

 

Se è vero, però, che il codice civile impone il principio generico di buona fede nell’esecuzione dei contratti, a maggior ragione si può sostenere che tale obbligo esiste nel “contratto nuziale”: un contratto che, più di qualunque altro, si caratterizza per l’esigenza di rapporti corretti e trasparenti, al di là di ciò che può pregiudicare la reputazione o essere negativamente apprezzato “dall’occhio sociale”.

 

Di là dagli ermellini di Piazza Cavour un giudice ben più severo, in definitiva, è l’unico capace di giudicare la legittimità etica di certi comportamenti: la propria coscienza.


[1] Cass. sent. n. 11516 del 23.05.2014

[2] Cass.sent. n. 8929 del 12.04.2013.

 

 

 


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