Trasferimento del lavoratore in un altro luogo
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31 Gen 2016
 
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Redazione
 


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Trasferimento del lavoratore in un altro luogo

Quando il datore di lavoro può trasferire il dipendente in un luogo di lavoro diverso senza il suo consenso e quale procedura deve rispettare?

 

Ci sono dipendenti che arrivano fino al giudice per ottenere un trasferimento che li ricongiunga alla propria famiglia e altri, invece, che non si sposterebbero mai dal luogo ove lavorano. Di certo, se il trasferimento viene disposto su domanda del lavoratore, la legge non prevede particolari procedure o condizioni di legittimità [1]; pertanto lo spostamento può avvenire senza grosse complicazioni tanto per l’azienda, quanto per il dipendente.

I problemi invece sorgono quando il trasferimento avviene su iniziativa del datore di lavoro e tale scelta non è condivisa dal dipendente. La legge fissa alcuni limiti al potere dell’azienda di spostare, a proprio piacimento, il personale, al fine di evitare che, dietro tali manovre, si possa nascondere il tentativo di sbarazzarsi del lavoratore, portandolo a rassegnare le dimissioni. Ecco dunque cosa prevede la legge.

 

 

Quando è ammesso il trasferimento individuale del lavoratore?

Nessuno, certo, può entrare nelle scelte organizzative dell’imprenditore di gestire la propria azienda e, quindi, di spostare il personale e le sedi secondo quanto a questi appare più confacente alle necessità della produzione. Neanche il giudice può dire al datore di lavoro cosa è meglio per lui. Dunque, l’imprenditore ha un’ampia discrezionalità nel decidere unilateralmente i trasferimenti individuali, a patto però che:

 

– avvengano da un’unità produttiva ad un’altra nell’ambito della stessa azienda [2];

 

– e che siano motivati da comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

Tale presupposto non è invece necessario nel caso di trasferimento nell’ambito della stessa unità produttiva [3].

 

Per verificare, comunque, che la procedura di trasferimento sia avvenuta correttamente, è sempre bene controllare i contratti collettivi, per verificare che essi non pongano particolari condizioni come, per esempio, l’obbligo di far precedere il provvedimento da un periodo di preavviso.

 

 

Per quali motivi è possibile trasferire un dipendente?

Il datore può trasferire il lavoratore solo se sussistono comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Tuttavia egli è libero di scegliere tra le diverse soluzioni adottabili sul piano tecnico, organizzativo e produttivo [4].

 

Le ragioni tecniche, organizzative e produttive addotte devono sussistere, ovviamente, al momento in cui il trasferimento viene deciso e non dopo; inoltre devono essere oggettive e quindi non determinate da mere valutazioni soggettive.

 

Secondo la Cassazione [6] è nullo il trasferimento se il datore non prova che esso corrisponde alle finalità tipiche della sua impresa, tenuto conto delle mansioni svolte dall’interessato nella sede di provenienza. Se è vero che il giudice non può entrare nel merito delle scelte imprenditoriali, egli risulta comunque chiamato a verificare che il provvedimento sia davvero sorretto dalle ragioni tecniche e organizzative addotte dal datore e che non sia invece frutto di una ritorsione dell’azienda nei confronti del dipendente.

 

 

Si può trasferire un lavoratore incompatibile con un ambiente lavorativo?

La Cassazione ha ammesso la possibilità di trasferimento se la condotta del lavoratore (sotto un profilo disciplinare) determina disfunzioni sotto il profilo tecnico, organizzativo e produttivo. Si pensi al caso in cui vi sia un’incompatibilità fra il dipendente ed i suoi colleghi, tale da determinare conseguenze (quali tensione nei rapporti personali o contrasti nell’ambiente di lavoro) che costituiscono esse stesse causa di disorganizzazione e disfunzione nell’unità produttiva [6].

 

 

La comunicazione del trasferimento deve essere scritta?

La comunicazione di trasferimento può essere effettuata con qualsiasi tipo di forma e, quindi, può essere anche orale, salvo diversa previsione del contratto collettivo.

Il datore di lavoro non è tenuto a comunicare le comprovate ragioni tecniche e produttive che giustificano il trasferimento del lavoratore, salvo lo richieda il dipendente stesso.

 

 

Il lavoratore può opporsi al trasferimento?

Se il trasferimento è legittimo il lavoratore non può rifiutarlo: in caso di rifiuto non motivato da ragioni valide il datore di lavoro può disporre il licenziamento per giustificato motivo soggettivo.

 

Se invece il trasferimento è illegittimo il rifiuto è valido e l’eventuale licenziamento deve essere annullato.

 

 

Come ci si oppone al trasferimento?

Il lavoratore può opporsi al trasferimento con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la propria volontà. L’opposizione deve essere inviata al datore di lavoro entro 60 giorni dalla data di ricezione della comunicazione di trasferimento. Tale atto è tuttavia inefficace se, entro i successivi 180 giorni, il lavoratore non deposita ricorso nella cancelleria del Tribunale del lavoro oppure non comunica alla controparte la propria richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.

 

 

Che diritti ha chi è titolare della legge 104?

Particolari benefici sono previsti dalla legge 104 del 1992 in favore dei familiari di un disabile (non ricoverato a tempo pieno) che gli prestano assistenza. Si tratta dei coniugi, parenti o affini entro il 2° grado; oppure parenti o affini entro il 3° grado, se i genitori o il coniuge del disabile hanno compiuto i 65 anni oppure sono anch’essi affetti da patologie invalidanti o sono deceduti o mancanti. Per essi si applicano due garanzie:

 

– diritto di scegliere, se possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere;

 

– necessità del consenso del lavoratore, fatta eccezione per i casi di incompatibilità della permanenza del lavoratore nella sede di lavoro. Il trasferimento però può essere disposto se la permanenza del lavoratore genera tensioni e contrasti, con rilevanti ripercussioni anche sul regolare svolgimento dell’attività lavorativa.


[1] Cass. sent. n. 6515/1988.

[2] Ai fini del trasferimento, per unità produttiva si intende l’entità aziendale che – eventualmente articolata in organismi minori, anche non ubicati nel territorio del medesimo comune – si caratterizza per condizioni imprenditoriali di indipendenza tecnica e amministrativa tali che in essa si esaurisce per intero il ciclo relativo ad una frazione o ad un momento essenziale dell’attività produttiva aziendale. Non costituisce pertanto unità produttiva l’articolazione aziendale (stabilimento, ufficio o reparto) che, sebbene dotata di una certa autonomia amministrativa, sia destinata a scopi interamente strumentali o a funzioni ausiliarie sia rispetto ai fini generali dell’impresa, sia rispetto ad una frazione dell’attività produttiva della stessa (Cass. sent. n. 20600/2014; n. 11660/2003).

[3] Cass. sent. n. 24658/2008.

[4] Cass. sent. n. 4265/2007.

[5] Cass. sent. n. 1608/16 del 28.01.2016.

[6] Cass. sent. n. 14875/2011; n. 3207/1998.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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