Donna e famiglia Pubblicato il 31 gennaio 2016

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Donna e famiglia Assegno di mantenimento all’ex moglie: quando non c’è reato

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Omesso versamento del mantenimento al coniuge: il reato di mancata prestazione dei mezzi di sussistenza ai familiari, la giustificazione della disoccupazione o del reddito basso.

Chi non versa il mantenimento all’ex coniuge rischia una condanna penale per mancata prestazione dei mezzi di sussistenza ai familiari, salvo che dimostri un’incapacità economica assoluta, ossia una totale assenza di redditi oggettiva e incolpevole. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Ma procediamo con ordine.

Mancata prestazione dei mezzi di sussistenza ai familiari

Il codice penale [2] punisce il comportamento di chi fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori o inabili al lavoro, oppure all’ex coniuge (salvo nel caso quest’ultimo abbia subito la cosiddetta “separazione con addebito”).

La pena è la reclusione fino ad un anno e la multa da 103 a 1032 euro.

Il reato è perseguibile a querela di parte (ossia solo se l’ex coniuge sporge denuncia), ma qualora vi siano dei figli minori diventa procedibile d’ufficio, per cui l’eventuale rimessione della querela non blocca il procedimento.

Le condotte che possono dar luogo a una condanna per “mancata prestazione dei mezzi di sussistenza” sono le seguenti:

– il genitore se fa mancare i mezzi ai figli minorenni o ai figli inabili al lavoro;

– il coniuge quando fa mancare tali mezzi all’altro coniuge, anche se è intervenuta separazione, purché la separazione non gli sia stata addebitata con sentenza passata in giudicato. Per il coniuge divorziato, invece, sono previsti altri strumenti a condizione che a suo favore sia stato disposto il pagamento di un assegno;

– il figlio quando fa mancare i mezzi agli ascendenti (genitori e nonni in condizioni di disagio economico).

Il dovere di provvedere al mantenimento dei figli e quindi di fornire loro i mezzi di sussistenza non viene meno neppure per chi è stato dichiarato decaduto dalla responsabilità genitoriale.

Le condizioni affinché scatti il reato

La condanna non scatta per il semplice fatto di non aver versato il mantenimento, ma solo a patto che sussistano anche le seguenti condizioni:

– il familiare deve versare in stato di bisogno;

– il soggetto obbligato a versare il mantenimento deve avere la concreta capacità di fornire i mezzi di sussistenza. Se l’obbligato si trova nell’impossibilità assoluta e incolpevole di somministrare tali mezzi, non c’è nessun reato (sul punto torneremo dopo);

– la mancata assistenza deve avere l’effetto di far mancare i mezzi di sussistenza. Per “mezzi di sussistenza” si intendono i bisogni elementari dell’uomo come vitto, alloggio, canoni per luce e gas, abbigliamento, medicinali e le altre più strette necessità inerenti direttamente al sostentamento; spese di l’istruzione dei figli ed altri beni importanti per il beneficiario anche se rispondenti ad esigenze qualificabili come secondarie (si pensi ad un computer per studiare e, oggi, si potrebbe anche pensare al cellulare, ai mezzi di trasporto).

Il reato scatta anche se l’inadempimento è parziale: si pensi all’ordine del giudice di versare un assegno periodico di 400 euro, mentre il soggetto obbligato ne versa solo 200 per due mesi successivi. Non c’è, invece, reato, in caso di brevi ritardi [3].

Il reato sussiste anche se non c’è alcuna sentenza del giudice che impone al familiare di pagare un assegno (è il cosiddetto giudizio di separazione o divorzio che fissa la misura dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge o dei figli); infatti l’obbligo di non far mancare i mezzi di sussistenza deriva, prima ancora che da un provvedimento del giudice, dalla legge (ossia dal codice penale e da inderogabili principi di solidarietà del nostro ordinamento).

La sanzione penale colpisce chi si sottrae agli obblighi di assistenza anche se altri soggetti, ad esempio l’altro genitore o i nonni provvedono in concreto al mantenimento del figlio.

Come evitare il reato

Per evitare l’incriminazione per il reato di mancata prestazione dei mezzi di sussistenza ai familiari, è necessario che il soggetto obbligato dimostri di non avere redditi e che ciò non dipenda da propria volontà. Il che, in altre parole, per l’ipotesi più frequente del disoccupato, è necessario provare di aver fatto di tutto per trovare un’altra occupazione o, per esempio, di aver subìto una malattia che abbia compromesso le proprie capacità lavorative.

Le semplici sopravvenute ristrettezze economiche non sono sufficienti ad evitare la condanna penale. Infatti, secondo la giurisprudenza, le necessità dei figli sono prioritarie rispetto a quelle del genitore che è obbligato a sacrificare ulteriormente la propria personale condizione per adempiere gli obblighi di assistenza familiare. Il genitore obbligato non commette reato solo se la sua incapacità economica è incolpevole e assoluta.

Secondo l’orientamento della cassazione, infatti, l’incapacità economica, per giustificare la sospensione dell’assegno di mantenimento, deve essere di tipo assoluto, involontario e incolpevole, tanto da integrare una situazione persistente e oggettiva di indisponibilità di introiti.

Il reato, dunque, non scatta tutte le volte in cui il familiare che si trovi in uno stato di indigenza tale da non consentire neppure un adempimento parziale. Tale condizione deve essere provata e non solo affermata dall’imputato e viene valutata severamente dai giudici, specialmente quando il beneficiario dell’obbligo di assistenza è un minore.

Lo stato di indigenza che impedisce di fare fronte ai propri obblighi deve essere involontario e incolpevole.

Il reato scatta ugualmente se il genitore dichiara di essere stato in difficoltà economica senza però dimostrare tale circostanza. Allo stesso modo c’è responsabilità penale per il genitore che non adempie al mantenimento del figlio limitandosi a dedurre il suo stato di disoccupazione senza provare adeguati elementi utili a comprovare la presenza di difficoltà economiche tali da tradursi in un vero e proprio stato di indigenza economica.

Infine, c’è illecito penale nell’ipotesi in cui il padre non versi al figlio minore il denaro necessario per le esigenze basilari della vita, pur facendogli numerosi regali costosi, addirittura di valore superiore all’assegno di mantenimento.

note

[1] Cass. sent. n. 3741/2016 del 28.01.2016.

[2] Art. 570 co. 2, cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 25596/2012.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 10 dicembre 2015 – 28 gennaio 2016, n. 3741

Presidente Milo– Relatore Tronci

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza In data 25.02.2014, la Corte di Appello di Napoli confermava la sentenza con cui Il precedente 17.06.2010 Il Tribunale di S. Maria C.V. – sezione di Carinola aveva dichiarato L.F. colpevole dei contestato reato di cui all’art. 570 cod. pen. – per essersi sottratto agli obblighi inerenti alla propria qualità di coniuge, non versando alla moglie separata, S.E., la somma destinata al suo mantenimento, Inizialmente pari ad euro 361,00 mensili e di poi ridotta, a far tempo dal 21.05.2002, ad euro 160,00 – per l’effetto condannandolo, con le concesse attenuanti generiche ed il beneficio della sospensione condizionale, alla pena di giustizia di mesi due di reclusione ed euro 69,00 di multa, nonché al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separato giudizio, in favore della costituita parte civile, cui era assegnata la provvisionale di euro 500,00.
Il giudice distrettuale, premesso che la natura permanente del reato escludeva che potesse dirsi maturata la pur eccepita prescrizione, senza che fosse a ciò di ostacolo la circostanza che ii capo d’accusa indicasse la data dei 04.11.2002, essendo specificato come la stessa coincidesse con ii mero accertamento dell’illecito de quo, rilevava come la sola doglianza di merito sviluppata nell’interesse dell’imputato, relativa alla sua pretesa Incapacità patrimoniale, non fosse stata in alcun modo dimostrata dall’interessato – a nulla valendo, ovviamente, la sua mera condizione di coltivatore diretto – tanto più alla luce delle rigorose caratteristiche che devono connotare detta incapacità, tale da integrare, in conformità all’insegnamento dei giudice di legittimità, “una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti”.
2. Avverso la menzionata pronuncia il difensore di fiducia dei L., avv. L.I., interponeva tempestivo ricorso, sulla scorta di un unico motivo con cui deduceva “violazione dell’art. 606í comma 1,lettf b) ed e), per inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione agii artt. 570 e 157, 158 c.p. e 125 c.p.p. e per mancanza o manifesta illogicità della motivazione”. Tanto in ragione della omessa considerazione, da parte della Corte territoriale:
a) che la permanenza cessa con ii compimento dell’azione che pone fine alla condotta antigiuridica, ovvero per sopravvenuta impossibilità della prestazione, ovvero ancora per effetto dei venir meno dello stato di bisogno dei l’alimentando, con conseguente necessità di verifica di siffatte circostanze, in senso contrario non potendo ritenersi sufficiente la mera dichiarazione della persona offesa, in sede di esame dibattimentale, relativa ai protrarsi ancora nel 2009 dello stato di inadempienza dell’odierno ricorrente, essendo anzi sintomatico che ii primo giudice avesse indicato nei 29 luglio 2010 la data di maturazione della prescrizione;
b) che ii L., dopo l’iniziale adempimento dell’obbligazione a suo carico, aveva poi cessato di farvi fronte a seguito della sopravvenuta Impossibilità economica, “ampiamente documentata In atti ed emersa dall’istruttoria dibattimentale”;
C) che Il contrario convincimento dei giudice di merito era frutto di “una semplice deduzione priva di motivazione adeguata”;
d) che, non potendo ipotizzarsi che la S. fosse in grado di sostentarsi con la modesta somma di euro 161,00 posta a carico dei L., doveva logicamente reputarsi che la stessa avesse iniziato a lavorare e si fosse trasferita presso i genitori, avendo così “paradossalmente dal 2002 … migliorato la sua condizione”.

Considerato in diritto

1. Nulla quaestio per ciò che concerne la natura di reato permanente propria della fattispecie per cui è processo – sulla quale conviene, dei resto, lo stesso ricorrente – essendo solo il caso di precisare che, proprio perché tale, la sua consumazione “sl protrae unitariamente per tutto 11 periodo in cui perdura l’omesso adempimento, con la conseguenza che, anche con riferimento alla fase iniziale della condotta illecita, il termine di prescrizione inizia a decorrere dalla cessazione della permanenza, coincidente con il sopraggiunto pagamento o con l’accertamento della responsabilità nel giudizio di primo grado” (così Cass. Sez. 6, sent. n. 51499 dei 4­19.12.2013, Rv. 258504; adde anche Cass. Sez. 6, sent. n. 33220 del 22-28.07.2015, Rv. 264429).
Dei tutto correttamente, pertanto, il giudice distrettuale ha escluso potesse dirsi maturata la prescrizione invocata sub a), avendo ritenuto protratta la condotta illecita dell’agente “quantomeno fino alla data dell’anzidetto esame dibattimentale” della parte lesa, ossia fino al 14.01.2009, a nulla evidentemente valendo, in senso contrario, che il primo giudice avesse indicato nel 29.07.2010 (tenuto conto delle sospensioni Intervenute nel corso della celebrazione dei dibattimento) l’epoca di maturazione dell’anzidetta causa estintiva, malamente assumendo la data di accertamento dei reato, quale risultante dal capo d’imputazione, ai fini della individuazione dei dies a quo, da cui iniziare Il computo dei termine di legge.
Dei pari, non riveste alcun fondamento la contestazione dei ricorrente circa la pretesa, acritica accettazione della dichiarazione della parte lesa, in ordine al protrarsi dell’inadempimento del marito ed imputato ancora alla data della sua audizione dibattimentale: l’assunto, infatti, non solo è totalmente apodittico, di talché mai potrebbe integrare alcuna delle denunciate violazioni, ma risulta, a monte, Intrinsecamente contraddittorio, stante l’addotta impossibilità economica, a giustificazione della condotta tenuta dall’imputato.
2. Non maggior fondamento riveste la doglianza relativa all’omesso apprezzamento, da parte della Corte territoriale – e, a monte, da parte, del primo giudice – della prova, pur asserìtamente fornita, della sopravvenuta impossibilità economica dei L., onde ii contrario convincimento dei giudici di merito sarebbe frutto – come già si è avuto modo di rilevare – unicamente di “una semplice deduzione priva di motivazione adeguata” [v. sopra, punti b) e c)1.
Trattasi, ancora una volta, di un’allegazione dei tutto generica ed indimostrata, come tale non suscettibile di scalfire in alcun modo – tanto più alla luce dei limiti propri della presente sede dl legittimità – la corretta affermazione che leggesi nella sentenza impugnata, secondo cui, in ossequio all’insegnamento di questa Corte, l’incapacità economica dell’imputato deve essere assoluta, solo da “Integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti”: il che non risulta esser stato minimamente dimostrato, essendo anzi stata acquisita la prova – debitamente posta in luce nella sentenza di prime cure – che, a seguito dell’azione esecutiva intrapresa dalla succitata S., il L. consegnò in contanti all’ufficiale giudiziario la somma dl euro 1.000,00, a riprova della sicura gratuità dei comportamento tenuto dall’imputato, sostanziatosi nell’assoluta cessazione della corresponsione di ogni supporto economico in favore della moglie separata.
Inconsistente, infine, è li rilievo critico di cui ai precedente punto d), atteso che il pur Ipotetico miglioramento delle condizioni di vita della S., grazie all’ausilio dei genitori, non incide in alcun modo sulla persistenza, in capo ai prevenuto, dell’obbligo, la cui violazione integra la fattispecie prevista e punita dall’art. 570 cod. pen. (cfr., in senso conforme, fra le tante, Cass. Sez. 6, sent. n. 46060 dei 22.10.2014, Rv. 260823 e n. 40823 dei 21.03.2012, Rv. 254168). Per altro verso, poi, dei tutto generico è Il riferimento all’esercizio di attività lavorativa da parte dell’avente diritto, che io stesso ricorso prospetta in termini meramente ipotetici (“Certamente la S. dal 2002 In poi ha dovuto procurarsi I mezzi di sostentamento, ha iniziato a lavorare …”).

P.Q.M.

Rigetta Il ricorso e condanna li ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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