Offese e ingiurie al datore di lavoro: licenziamento in tronco
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31 Gen 2016
 
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Offese e ingiurie al datore di lavoro: licenziamento in tronco

Nessuna incompatibilità per il socio della Srl a testimoniare in favore della sua stessa società nella causa contro il lavoratore.

 

Rivolgersi con tono minaccioso e offensivo nei confronti del proprio datore di lavoro, usando parole violente, giustifica un licenziamento per giusta causa, ossia “in tronco”, senza cioè preavviso. Inoltre, il comportamento del dipendente può essere provato attraverso la testimonianza non solo dei suoi stessi colleghi di lavoro, ma anche di soci e parenti dell’imprenditore che abbiano assistito alla scena o anche ascoltato da un’altra stanza le parole violente rivolte all’indirizzo del datore di lavoro. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Secondo la Corte non c’è nessuna incompatibilità a testimoniare per il socio della Srl, che ben può essere sentito come teste nella causa che riguarda la sua stessa società e un terzo, non essendovi alcuna astratta incompatibilità. Spetta, poi, al giudice valutarne la concreta attendibilità.

 

L’offesa e l’insubordinazione al proprio superiore gerarchico – tanto più allo stesso datore di lavoro – è considerata dalla giurisprudenza e da numerosi contratti collettivi come causa di licenziamento in tronco. Si tratta, infatti, di una condotta che mina gravemente il rapporto di fiducia che vi deve essere tra imprenditore e dipendente (nel caso di specie, la frase incriminata è stata “ti spacco il…”).

 

In virtù della costante giurisprudenza della Cassazione, per giustificare un licenziamento disciplinare, i fatti addebitati devono rivestire il carattere di grave violazione degli obblighi del rapporto di lavoro, tale da lederne irrimediabilmente l’elemento fiduciario. La relativa valutazione deve essere effettuata valutando gli aspetti concreti dell’episodio, la posizione delle parti, il grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, il danno eventualmente arrecato all’azienda, la portata soggettiva dei fatti stessi, ossia le circostanze del loro verificarsi, i motivi del comportamento e l’intenzionalità o meno dello stesso. Si tratta di valutazioni che deve effettuare di volta in volta il giudice per verificarne la gravità concreta tale da giustificare un licenziamento in tronco.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 28 ottobre 2015 – 28 gennaio 2016, n. 1595
Presidente Venuti – Relatore Ghinoy

Svolgimento del processo

P.G. adiva il Tribunale di Ragusa e premetteva di aver lavorato alle dipendenze della s.r.l. F.lli Ancione a partire dal 12/1/2004 con qualifica di autista di III livello del C.C.N.L. del settore edilizia ed orario di 45 ore settimanali e di essere stato licenziato con lettera del 17 maggio 2006, a seguito di contestazione disciplinare con la quale gli si addebitava di aver assunto un atteggiamento ostile e minaccioso nei confronti dell’amministratore della società. Assumeva che il recesso era illegittimo per assenza di giusta causa e che inoltre egli era rimasto creditore di somme a titolo di compenso per lavoro straordinario, indennità di maneggio denaro e differenza contrattuale.
Chiedeva pertanto dichiararsi nullo, illegittimo od inefficace il licenziamento e condannarsi la società al risarcimento del danno materiale e morale, da quantificarsi in via equitativa, oltre al pagamento delle ulteriori spettanze rivendicate ed accessori.
Il Tribunale annullava il licenziamento, ritenendo difettare la proporzione tra addebito e sanzione, e condannava la società al risarcimento del danno pari a tre mensilità di retribuzione, oltre accessori.

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[1] Cass. sent. n. 1595/2016 del 28.01.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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