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Le Guide Pubblicato il 1 febbraio 2016

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Le Guide Buste paga e differenze retributive non versate: ecco cosa fare

> Le Guide Pubblicato il 1 febbraio 2016

Cosa fare se il datore di lavoro non ti paga lo stipendio: dalla conciliazione, al ricorso per decreto ingiuntivo, per finire alla causa in tribunale.

 

Come si difende il lavoratore nel caso in cui il datore di lavoro abbia corrisposto una busta paga per un importo differente e inferiore rispetto alle ore effettivamente lavorate? Il chiarimento arriva da una recente sentenza del Tribunale di Bari [1]. Ma facciamo un passo indietro.

Cosa si intende per differenze retributive?

Per differenze retributive si intendono gli importi dovuti per legge al dipendente, a seguito della propria attività lavorativa, e tuttavia non corrisposti dal datore di lavoro. Si può trattare, per esempio, di mensilità “saltate” e mai versate, di straordinari non conteggiati in busta paga, di incrementi salariali dovuti a mansioni superiori effettivamente svolte, di tredicesime o quattordicesime non regolarizzate, di ferie non godute, ecc.

È necessario un documento scritto come prova?

La legge riconosce al dipendente il diritto alla retribuzione per le prestazioni lavorative da questi eseguite, anche in assenza di un contratto scritto. Pertanto, se il lavoratore viene adibito a mansioni diverse o aggiuntive rispetto a quelle risultanti dall’inquadramento contrattuale, o se gli viene imposto un orario di lavoro straordinario rispetto a quello che dovrebbe rispettare, egli ha comunque diritto al corrispettivo. È chiaro, però, che la presenza di un documento scritto che sancisca il diritto del dipendente a una determinata erogazione (si pensi a una busta paga, al contratto di lavoro, alla lettera di assunzioni) consente a quest’ultimo di procedere più celermente in termini di prova, anziché affidarsi alle dichiarazioni dei testimoni che potrebbero “non ricordare”, non presentarsi in udienza (rallentando i tempi del processo) o contraddirsi.

Anzi, la prova scritta garantisce addirittura la possibilità di procedere con la richiesta di un decreto ingiuntivo, che è certamente la procedura più rapida – almeno in prima battuta – e meno costosa. Il ricorso per decreto ingiuntivo deve essere depositato in tribunale, sezione lavoro, entro i termini di prescrizione del diritto alla differenza retributiva; il giudice emette direttamente l’ordine di pagamento sulla base della sola prova scritta del credito presentata dal lavoratore, senza che al procedimento partecipi l’azienda. A quest’ultima, però, va notificato il decreto ingiuntivo e, da tale data, avrà 40 giorni di tempo per opporlo (aprendo un nuovo giudizio, questa volta ordinario) oppure pagare.

Dopo quanto tempo si può fare causa al datore di lavoro?

Il datore di lavoro si considera inadempiente già nel momento stesso in cui scade il termine per il pagamento della busta paga mensile: non vi sono quindi termini minimi da rispettare prima di poter procedere giudizialmente nei confronti di questi. Tuttavia, prudenza e convenienza suggeriscono sempre di procedere prima con una richiesta stragiudiziale, anche mediante una semplice lettera di diffida del proprio avvocato, in cui si dà un termine all’azienda per pagare la retribuzione non corrisposta.

Contestazione del mancato pagamento dello stipendio senza fare causa

Esistono degli strumenti alternativi alla causa in tribunale per poter riscuotere il proprio credito. Essi consentono così di evitare i costi e i tempi del giudizio, nonché anche l’assistenza dell’avvocato. Eccoli:

Tentativo di conciliazione presso la DTL

Nelle controversie di lavoro il tentativo di conciliazione è, di norma, facoltativo, dunque, chi intende proporre in giudizio una domanda può, prima di procedere al deposito del ricorso, alternativamente:
– promuovere (anche tramite l’associazione sindacale alla quale aderisce o conferisce mandato) il tentativo di conciliazione davanti alla Commissione di conciliazione (di seguito la “Commissione”) costituita presso la Direzione Territoriale del lavoro, anche detta DTL (è la “conciliazione amministrativa”);
– avvalersi delle procedure di conciliazione previste dai contratti e dagli accordi collettivi (cosiddetta “conciliazione sindacale”).
Di seguito riportiamo la disciplina relativa a queste due tipologie di conciliazione.

Quando alla conciliazione presso la DTL, il lavoratore presenta la relativa richiesta o con consegna a mani in originale presso l’ufficio, o con raccomandata con ricevuta di ritorno o mediante e-mail certificata.

La richiesta deve precisare:

1) nome, cognome e residenza dell’istante e del convenuto (se l’istante o il convenuto sono una persona giuridica, un’associazione non riconosciuta o un comitato, l’istanza deve indicare la denominazione o la ditta nonché la sede);

2) il luogo dove è sorto il rapporto oppure dove si trova l’azienda o la sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto;

3) il luogo dove la parte istante riceve le comunicazioni inerenti alla procedura;

4) l’esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa.

La comunicazione della richiesta determina l’interruzione della prescrizione e sospende il decorso di ogni termine di decadenza per la durata del tentativo di conciliazione e per i 20 giorni successivi alla sua conclusione.

 

Se, invece, la controparte accetta la procedura, essa deve depositare presso la Commissione, entro 20 giorni dal ricevimento della copia della richiesta, una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, nonché le eventuali domande in via riconvenzionale (tuttavia, con il consenso del ricorrente, il tentativo di conciliazione può aver luogo anche se l’intervento del convenuto sia giunto oltre tale termine).
Entro i 10 giorni successivi al deposito, la Commissione fissa la comparizione delle parti per il tentativo di conciliazione, che deve essere tenuto entro i successivi 30 giorni. Dinanzi alla Commissione il lavoratore può farsi assistere anche da un’organizzazione cui aderisce o conferisce mandato.
All’esito del tentativo di conciliazione si forma un verbale. Se il tentativo di conciliazione riesce, anche solo parzialmente, il verbale deve essere sottoscritto dalle parti e dai componenti della Commissione. Il giudice, su istanza della parte interessata, lo dichiara esecutivo con decreto.
Se la conciliazione non riesce, la Commissione deve formulare una proposta per la bonaria definizione della controversia. Se la proposta non è accettata, i termini di essa sono comunque riassunti nel verbale con indicazione delle valutazioni espresse dalle parti.

 

Tentativo di conciliazione presso il sindacato

Il lavoratore, prima di ricorrere al giudice, può tentare un accordo con il proprio datore di lavoro con l’assistenza delle rappresentanze sindacali.

Il tentativo di conciliazione sindacale è svolto presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.

Il verbale di avvenuta conciliazione è depositato presso la DTL a cura di una delle parti o per il tramite della associazione sindacale. Il direttore della DTL, o un suo delegato, provvede a depositarlo nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione è stato redatto: il giudice, su istanza della parte interessata, lo dichiara esecutivo con decreto.

 

Il ricorso in tribunale

Se risultano vani i tentativi di conciliazione, il dipendente può ricorrere al giudice con una causa ordinaria o con decreto ingiuntivo.

Come detto sopra, se il lavoratore ha un documento scritto dal quale si evince l’esatto ammontare del proprio credito, può agire con il procedimento agevolato del decreto ingiuntivo.

Per esempio: si può ottenere il decreto ingiuntivo se il dipendente ha delle buste paghe firmate solo per accettazione, ma non per quietanza, dove è precisato l’importo a cui egli avrebbe diritto. Altrettanto si può agire con decreto ingiuntivo se c’è una dichiarazione scritta del datore di lavoro in cui ammette il proprio debito. Si può ancora ricorrere al decreto ingiuntivo in presenza di una lettera di assunzione o un contratto di lavoro nel quale è ben indicato l’inquadramento del dipendente, le mansioni e, quindi, la figura nell’ambito del contratto collettivo nazionale, in modo tale che, dalla lettura di quest’ultimo, è facile intuire il credito spettante.

Non si può invece ricorrere al decreto ingiuntivo nel caso in cui il dipendente rivendichi straordinari o differenze per mansioni superiori: infatti, in tal caso, è necessario prima provare l’effettivo svolgimento di tali attività, che di certo difficilmente può risultare da documento scritto.

La causa si svolge davanti al giudice nella cui circoscrizione:

– è sorto il rapporto (cosiddetto foro del contratto);

– si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore;

– si trova l’azienda o una sua dipendenza presso la quale il lavoratore prestava la sua opera al momento della cessazione del rapporto.

Quando non è necessario l’avvocato

Nelle cause di lavoro il dipendente deve essere sempre assistito da un avvocato. Tuttavia, nell’ipotesi di cause il cui valore non eccede gli € 129,11 le parti in primo grado possono stare in giudizio personalmente ed il processo presenta alcune particolarità:
– il ricorrente può proporre la domanda anche oralmente davanti al giudice, il quale fa redigere un processo verbale; in questo caso il ricorso o il processo verbale con il decreto di fissazione dell’udienza sono notificati al convenuto e allo stesso attore dalla cancelleria;
– l’elezione del domicilio deve avvenire nell’ambito della Repubblica Italiana (e non nel comune dove ha sede il giudice);
– gli ulteriori atti e memorie vengono direttamente notificati alle parti a cura della cancelleria.

Quanto costa una causa di lavoro?

Prima di procedere con la causa ordinaria è sempre meglio farsi i conti in tasca e sapere in anticipo quanto costa una causa di lavoro.

Per i procedimenti individuali di lavoro è dovuto il pagamento di un contributo unificato di iscrizione al ruolo. La parte che per prima si costituisce in giudizio, depositando il ricorso introduttivo, è soggetta al contributo unificato nelle seguenti misure

VALORE DELLA CAUSA
PRIMO GRADO
APPELLO
CASSAZIONE
Fino a € 1.100,00 € 21,50 € 32,25 € 86,00
Superiore a € 1.100,00 fino a € 5.200,00 € 49,00 € 73,50 € 196,00
Superiore a € 5.200,00 fino a € 26.000,00 € 118,50 € 177,75 € 474,00
Superiore a € 26.000,00 fino a € 52.000,00 € 259,00 € 388,50 € 1.036,00
Superiore a € 52.000,00 fino a € 260.000,00 € 379,50 € 569,25 € 1.518,00
Superiore a € 260.000,00 fino a € 520.000,00 € 607,00 € 910,50 € 2.428,00
Superiore a € 520.000,00 € 843,00 € 1.264,50 € 3.372,00
Valore indeterminabile € 259,00 € 388,50 € 1.036,00

In primo grado nulla è dovuto per le persone fisiche che sono titolari di un reddito imponibile ai fini IRPEF, risultante dall’ultima dichiarazione, fino a € 34.107,72. A tal fine si computa anche il reddito dei familiari conviventi (compreso il coniuge).

I conteggi

Se si affronta un giudizio ordinario, è opportuno valersi di conteggi delle spettanze dovute a titolo di differenze retributive. I conteggi sono di norma eseguiti da un consulente del lavoro; la relazione di quest’ultimo viene poi depositata nel fascicolo del ricorrente (cosiddetta perizia di parte). Essa non ha valore di prova, salvo che non contestata. In particolare, i conteggi possono avere valore di convincimento sul giudice se non contestati dalla controparte.

Diversamente il magistrato può chiedere la nomina di un consulente tecnico d’ufficio. In particolare, il giudice può avvalersi di un consulente tecnico d’ufficio (CTU) quando lo ritenga necessario e la natura della causa lo richieda, ad esempio nel caso in cui la risoluzione della controversia richieda accertamenti tecnici e non dipenda solamente da questioni di natura giuridica.

Testimoni

Possono testimoniare in favore del lavoratore ricorrente anche familiari, coniuge, colleghi di lavoro. Solo le parti in causa e chi vi abbia un interesse personale e diretto non può mai essere testimone.

A partire dal 16 marzo 2010 (per tutti i giudizi instaurati a far data dal 4 luglio 2009) è possibile assumere testimonianze scritte: il giudice, su accordo delle parti, tenuto conto della natura della causa e di ogni altra circostanza, può disporre di assumere la deposizione chiedendo al testimone di fornire per iscritto e nel termine fissato le risposte ai quesiti sui quali deve essere interrogato.

La mancata contestazione

Se il datore di lavoro è contumace, ossia non si costituisce in giudizio, il giudice può basare la propria decisione sulla base dei calcoli presentati dal dipendente con la perizia di parte da questi depositata. Essendo contumace, l’azienda convenuta non deduce né prova la ricorrenza di fatti estintivi o modificativi alle pretese del lavoratore e, quindi, per il principio di “non contestazione”, il giudice può dare massimo peso ai calcoli presentati da quest’ultimo. Nella sentenza del tribunale di Bari citata in apertura si chiarisce infatti che [1], nel procedimento avente per oggetto l’inadempimento del datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive, ben può costituire oggetto di prova il conteggio analitico delle proprie spettanze allegato dal lavoratore nel ricorso e, ciò, ancor più ove la parte datoriale sia rimasta contumace.

note

[1] Trib. Bari, sent. n. 5501/15 del 22.10.2015.

Autore immagine: 123rf com

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI BARI

in composizione monocratica, in funzione di Giudice del Lavoro, in persona del dott. GIUSEPPE MINERVINI, all’udienza del 22.10.2015 ha pronunciato la seguente

SENTENZA
nella causa in materia di lavoro in primo grado iscritta al n. 3231 dell’anno 2013 TRA
MI.AU. avv. DA.F.
ricorrente
E
Co. sas
resistente
conclusioni: come in atti
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato nell’anno 2013 la ricorrente chiedeva il riconoscimento delle differenze retributive ivi specificate in dettaglio e la consequenziale condanna al pagamento delle medesime, oltre accessori e spese legali della parte intimata, che rimaneva contumace. Istruita con produzioni documentali ed escusse le prove orali, il Giudicante assumeva le funzioni giudiziarie presso la Sezione nel Settembre 2010 e gli venivano di seguito assegnati innumerevoli procedimenti anche con anno d’iscrizione anteriore all’anno 2000 derivanti da ruoli di altri magistrati quali i Do.De., Sp., Ve., da decidersi, unitamente ai procedimenti afferenti al ruolo già pendenti e più vetusti di quello che ne occupa, con priorità, in ossequio alle direttive rese all’uopo dal Presidente del Tribunale (nota prot. 1976 del 24.5.2011) e della Sezione. All’odierna udienza, il Giudice decideva la causa come da sentenza della quale dava lettura.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Il ricorso è fondato e va accolto nei termini che seguono.

1. Preliminarmente va dichiarata la contumacia della società convenuta che benché ritualmente evocata, non si è costituita in giudizio.

2. Passando al merito, le risultanze istruttorie acquisite, consistenti nella prova orale (testi Co.Iu., Ve.Am., F.Se.) – da ritenersi pienamente attendibile, in difetto di ragioni ostative in tal senso – consentono di ritenere provato che l’istante ha lavorato alle dipendenze della società convenuta nel periodo temporale 2.4.2008 – 6.4.2012 dal lunedì al venerdì dalle ore 11.30 alle ore 15.30 e dalle 18.30 alle ore 00.00/01.00 e nelle giornate di sabato e domenica dalle ore 18.30 alle ore 1.00/2.00 secondo le modalità e con le mansioni in dettaglio indicate in ricorso (servizio tavoli, pulizia sala, accoglimento clientela, gestione cassa) ed inquadrabili nel livello V CCNL Turismo e pubblici servizi, nonostante costei fosse stata assunta formalmente quale cameriera di sala 6 s. livello con contratto di apprendistato professionalizzante part – time, regolarizzato solo dal 8.8.2008.

3. Va sottolineato, poi, che la società convenuta, non essendosi costituita in giudizio, non ha dedotto né provato la ricorrenza in specie di fatti estintivi o modificativi alle pretese creditorie azionate dall’istante, in conformità al criterio di riparto probatorio secondo cui in tema di prova dell’inadempimento di una obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento (cfr. ex multis Cass. civ., Sez. I, 03/07/2009, n. 15677). Appaiono, per conseguenza, fondate tutte le pretese economiche azionate in ricorso, compresa l’indennità di mancato preavviso dovuta, per il mancato pagamento della mensilità di febbraio 2012, legittimante il recesso dell’istante per giusta causa.

4. In merito al quantum debeatur, ribadita la mancata allegazione ad opera della parte convenuta di fatti modificativi (pagamenti) delle pretese attorce, deve rilevarsi che i conteggi allegati al ricorso appaiono pienamente attendibili in quanto scevri da vizi logico giuridici e conformi al predetto CCNL. In merito alla dirimente rilevanza dei conteggi in ordine alla liquidazione dei crediti di lavoro nei giudizi con parti contumaci si segnala che ad avviso di Trib. Cassino, 05/02/2009 (nonché in termini giurisprudenza pacifica di questa Sezione tra cui da ultimo sentenza del 28.5.2015): “In materia di lavoro, nel procedimento avente per oggetto l’inadempimento diparte datoriale all’obbligazione retributive a fronte della nomale prestazione lavorativa, ben può costituire oggetto di prova, e fondamento motivazionale per l’accoglimento delle pretese del lavoratore, il conteggio analitico delle proprie spettante allegato dallo stesso al ricorso introduttivo e, ciò, ancor più ove la parte datoriale sia rimasta contumace”. Alla luce di tali conteggi, emerge che le pretese retributive (differenze retributive, tredicesima, straordinario, ferie, tfr, indennità di mancato preavviso ecc.) spettanti all’istante, sul presupposto della retribuzione già percepita e dell’inquadramento sopra riferito (V. livello CCNL predetto), ammonta complessivamente ad Euro 77.075,35, assumendo a referenti i parametri indicati nei conteggi che quivi s’intendono richiamati (cfr. su tale possibilità in tema di ctu Cass. civ., Sez. lavoro, 03/05/1990, n. 3678 ma estensibile in specie a fronte di conteggi specifici). In definitiva, la resistente società va condannata al pagamento in favore della parte ricorrente della complessiva somma di Euro 77.075,35 secondo quanto in dettaglio specificato nei conteggi allegati al ricorso, oltre interessi e rivalutazione come per legge dalla maturazione del credito al saldo.

4. L’accertamento dell’esistenza del rapporto lavorativo de quo nei termini di cui sopra importa la consequenziale condanna della società resistente alla regolarizzazione sul piano contributivo ed assistenziale del medesimo, in conformità alla normativa applicabile in subiecta materia.

5. Le spese di causa, liquidate in dispositivo, sono poste a carico della società resistente secondo il principio di soccombenza.

P.Q.M.

il giudice definitivamente pronunciando sul ricorso di cui in epigrafe, disattesa ogni altra istanza, domanda, così provvede:
dichiara la contumacia della società convenuta;

condanna la società resistente al pagamento in favore della parte ricorrente della complessiva somma di Euro 77.075,35 per le causali di cui in narrativa oltre rivalutazione monetaria ed interessi calcolati come per legge nonché alla regolarizzazione contributiva ed assistenziale del rapporto di lavoro in contestazione, nei termini di cui in motivazione;

condanna la stessa società al pagamento delle spese processuali in favore dell’istante che si liquidano complessivamente in Euro 6500,00, oltre iva e cap e rimborso spese anche forfetario come per legge, da distrarsi al procuratore anticipatario.

Così deciso in Bari il 22 ottobre 2015. Depositata in Cancelleria il 22 ottobre 2015.

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