Querela infondata: non si rischia né calunnia né risarcimento danni
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2 Feb 2016
 
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Querela infondata: non si rischia né calunnia né risarcimento danni

Niente risarcimento del danno per aver sporto una denuncia o una querela, anche se non ne è conseguita alcuna condanna penale per il querelato.

 

Chi intende sporgere denuncia o querela contro qualcuno non deve temere una controquerela per calunnia o una richiesta di risarcimento del danno nel caso in cui il procedimento penale non si concluda con la condanna dell’imputato. Difatti il reato di calunnia si può verificare solo quando il querelante agisca in mala fede, ossia abbia dichiarato alle autorità un fatto che egli sapeva già in partenza essere non vero, agendo allo scopo (dolo) di incolpare ingiustamente un terzo soggetto.

Al contrario, l’eventuale incertezza circa la responsabilità del soggetto denunciato (incertezza che può investire sia la corretta interpretazione delle norme giuridiche, sia l’interpretazione delle prove) non è fonte di responsabilità. Sono questi i chiarimenti forniti dal Tribunale di Cosenza con una recente sentenza [1].

 

 

La vicenda

Vince la causa civile, volta ad ottenere il risarcimento del danno, l’amministratore di condomino – difeso dall’avv. Roberto Le Pera, del foro di Cosenza – che, a seguito di un acceso diverbio con un condomino e di una serie di reciproche accuse, aveva querelato quest’ultimo per diffamazione e ingiuria. Il procedimento penale, però, si concludeva con l’assoluzione dell’imputato il quale, così, procedeva ad azionare un giudizio civile per ottenere il risarcimento del danno [2]. Domanda, però, che veniva rigettata dal giudice calabrese.

 

 

La motivazione della sentenza

La legge non prevede la possibilità, per la parte querelata, di chiedere il risarcimento del danno [3] in via civile, nel caso in cui il processo penale si sia chiuso con la sua assoluzione. Già il codice di procedura penale [4] prevede, all’esito del giudizio penale chiusosi con assoluzione, la condanna del querelante soccombente alle spese processuali e al rimborso di quelle sostenute dall’imputato (se il querelante si è costituito parte civile).

 

Secondo quanto più volte affermato dalla Cassazione [5], infatti, la denuncia di un reato perseguibile d’ufficio o di uno reato perseguibile a querela non comporta una responsabilità per danni a carico del denunciante, anche in caso di proscioglimento o di assoluzione dell’imputato, salvo che questi abbia agito in mala fede, ossia nella piena consapevolezza dell’altrui innocenza. In tal caso, scatterebbe il reato di calunnia, che andrebbe comunque prima accertato (anche dal giudice civile). Infatti, nel processo civile, l’attore che chiede il risarcimento del danno deve prima dimostrare che la querela sia stata deliberatamente dannosa, cioè strumentale e volutamente distorta. Solo se viene fornita la dimostrazione della consapevolezza, da parte del querelante, dell’innocenza del querelato, allora si può pretendere il risarcimento del danno.

 

Del resto – si legge in sentenza – il denunciante si limita solo a mettere in moto il processo penale (con la denuncia o la querela), ma non anche a dirigerlo in prima persona (come invece avviene in quello civile); la regia del processo penale è, invece, della pubblica accusa; sicché, a tutto voler concedere, solo quest’ultima potrebbe essere la vera responsabile e non certo il denunciante. Insomma, il rapporto di causa ed effetto tra i danni subiti dal denunciato e il comportamento del denunciante non è diretto, perché è interrotto dall’iniziativa processuale che, come detto, è dello Stato.

 

Ne consegue che, in presenza di una querela o denuncia infondata, solo se c’è dolo da parte del querelante o denunciante è in grado di consentire la richiesta di risarcimento del danno.


[1] Trib. Cosenza, sent. 2102/2015.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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