Tubi di acqua e gas in condominio: quale la distanza regolamentare?
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3 Feb 2016
 
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Tubi di acqua e gas in condominio: quale la distanza regolamentare?

Rapporti di vicinato, anche in materia di condominio valgono le norme sulle distanze minime tra le singole unità immobiliari, in quanto compatibili con la struttura dell’edificio.

 

Per i tubi d’acqua, di gas e simili e loro diramazioni, installati in condominio, è necessario rispettare la distanza di almeno 1 metro dalle rispettive proprietà. Secondo infatti una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1], anche in materia condominiale valgono le norme del codice civile in materia di distanze minime tra costruzioni [2], salvo che il rispetto di tali regole sia incompatibile con le caratteristiche strutturali dell’edificio.

 

Dunque, se il palazzo condominiale consente una collocazione delle tubazioni nel rispetto delle distanze richiamate previste dal codice civile (appunto 1 metro), è necessario il rispetto delle predette regole.

Secondo la Suprema corte, per quanto riguarda i condomìni, è possibile derogare alle regole sulle distanze minime solo qualora la loro rigorosa osservanza non sia da ritenere del tutto irragionevole. Il principio espresso dalla Cassazione, è, in sostanza, che nel condominio si devono necessariamente contemperare gli interessi degli uni condòmini con gli quelli degli altri, e che si può derogare alle regole imposte dalle varie normative solo ed esclusivamente qualora uno dei condòmini risulterebbe gravemente danneggiato da una loro rigorosa applicazione.

 

In sintesi, la norma del codice civile che impone, per tubi d’acqua, gas e simili, la distanza minima di 1 metro dal punto più vicino, in caso di condominio si applica soltanto in quanto compatibile con il concreto stato dei luoghi e con la particolare natura dei diritti e delle facoltà dei singoli proprietari. Non opera in caso di installazione di impianti indispensabili per una reale abitabilità delle singole unità immobiliari come la modifica o la creazione di un secondo bagno.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 24 novembre 2015 – 2 febbraio 2016, n. 1989
Presidente Mazzacane – Relatore Orilia

Svolgimento del processo

Con atto 27.1.1997 Mu.Gi. , proprietario di un immobile nel fabbricato in via (OMISSIS) , convenne davanti al Tribunale i condomini M.G. e G.C. per sentirli condannare alla riduzione in pristino e al risarcimento dei danni in relazione ad una serie di interventi lesivi dei sui diritti e il Tribunale di Padova, per quanto ancora interessa in questa sede, li condannò ad arretrare alcune tubazioni installate a distanza illegale dal confine delle rispettive proprietà rigettando invece la domanda di risarcimento danni.
La Corte d’Appello di Venezia, dopo aver disposto un supplemento di consulenza tecnica, con sentenza 22.12.2009 -16.3.2010 respinse sia l’appello principale proposto dai M. G. , sia quello incidentale proposto dall’erede del Mu. , Mu.Cl. , osservando:
– che il supplemento di consulenza aveva permesso di accertare l’esistenza di una serie di tubazioni idriche a distanza inferiore ad un metro rispetto alla confinante proprietà dell’appellato;
– che, come evidenziato dal primo giudice, si trattava di muri interni e non di muri comuni, per cui non trovava applicazione la regola della

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[1] Cass. sent. n. 1989/16 del 2.02.2016.

[2] In questo caso è in gioco l’art. 889 cod. civ.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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