Cococo, quando sono trasformati in dipendenti a tempo indeterminato?
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4 Feb 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Cococo, quando sono trasformati in dipendenti a tempo indeterminato?

Trasformazione della collaborazione in lavoro subordinato a tempo indeterminato: in quali casi è possibile, come avviene.

 

Arrivano maggiori chiarimenti sulla stretta alle collaborazioni, stabilita dal Decreto di riordino dei contratti di lavoro [1]: il Ministero del Lavoro, difatti, con una nuova circolare [2], ha spiegato quali sono le situazioni in cui le collaborazioni sono ricondotte al lavoro subordinato, ed in che modalità e misura avviene la conversione del contratto.

 

 

Cococo non genuine

In primo luogo, il Ministero ha chiarito la definizione delle co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuative) non genuine, chiamate anche co.co.pe, per la prevalenza del carattere personale della prestazione.

 

Parliamo di collaborazione riconducibile al lavoro subordinato quando:

 

-la prestazione di lavoro è esclusivamente continuativa e personale (cioè non viene effettuata con l’ausilio di altri soggetti);

 

– le modalità di esecuzione devono essere organizzate dal committente, anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro (etero-organizzazione).

 

In pratica, perché la collaborazione possa essere ricondotta al lavoro subordinato, basta che il lavoratore sia tenuto ad osservare determinati orari, o sia tenuto a prestare la propria attività presso una sede individuata dallo stesso committente, se la prestazione è esclusivamente personale e continuativa.

 

Ma che cosa succede quando è verificata la non genuinità di una collaborazione?

 

 

Riconduzione al lavoro subordinato

Quando la collaborazione non è genuina, in quanto si ravvisa il requisito della etero-organizzazione, la collaborazione, secondo la normativa sui contratti, è ricondotta al lavoro subordinato.

 

La legge, però, non parla di una vera e propria riqualificazione del contratto, ma soltanto dell’applicazione della disciplina del lavoro subordinato; dal punto di vista pratico, tuttavia, nulla cambia, anche se non è effettuata la riqualificazione formale, in quanto l’applicabilità delle regole del lavoro dipendente produce un effetto identico alla conversione.

 

La circolare, difatti, esclude che la mancata previsione legislativa della riqualificazione comporti un’applicazione delle regole del lavoro subordinato solo parziale, ma ribadisce che debba essere applicato qualsiasi istituto, legale o contrattuale, normalmente applicabile ai lavoratori dipendenti.

 

Sulla base di questa previsione, il Ministero ricorda che la riconduzione al lavoro dipendente comporta anche l’irrogazione delle sanzioni per le violazioni degli obblighi in materia di collocamento (comunicazione di assunzione e dichiarazione di assunzione) in quanto inerenti alla disciplina del lavoro subordinato.

 

 

Trasformazione del contratto: incentivi e sanatoria

Dati i nuovi controlli che saranno effettuati sulle collaborazioni, e la facile riconducibilità al lavoro subordinato, è allora conveniente, per il datore, trasformare spontaneamente la collaborazione. I vantaggi sono duplici:

 

– la possibilità di mettere una pietra tombale su tutti gli illeciti amministrativi, contributivi e fiscali riguardanti l’erronea qualificazione del rapporto, se si aderisce alla sanatoria (firmando col dipendente un accordo di conciliazione in sede protetta);

 

– la possibilità di fruire dello sconto del 40% sui contributi a carico del datore di lavoro, grazie al bonus assunzione 2016 (previsto dalla Legge di Stabilità[3]).

 

 

Collaborazioni escluse dalla presunzione

Restano comunque escluse dalla presunzione di subordinazione le seguenti collaborazioni:

 

– collaborazioni disciplinate, dal punto di vista economico e normativo, dai contratti collettivi (stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale), finalizzati a particolari esigenze produttive ed organizzative di settore;

 

– collaborazioni svolte da professionisti iscritti ad albi o ordini, prestate nell’esercizio della professione per la quale è richiesta l’iscrizione (ad esempio, una collaborazione nell’ambito della consulenza legale per un avvocato);

 

– collaborazioni effettuate da amministratori e sindaci di società, e da partecipanti a collegi e commissioni;

 

– collaborazioni prestate in favore di associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate al C.O.N.I.

 

Un’altra modalità per “salvare” la collaborazione, al di fuori di queste ipotesi, consiste nella certificazione del contratto.

Il contratto di collaborazione, difatti, può essere verificato presso un’apposita commissione di certificazione: tuttavia, pur in presenza della certificazione (che deve essere sottoscritta da datore di lavoro e lavoratore), la co.co.co. è assimilata al lavoro subordinato, se, nel concreto, l’attività è svolta in maniera esclusivamente personale, continuativa, e con modalità, tempo e sede di lavoro decisi dal committente.


[1] D.lgs. 81/2015.

[2] Mlps, Circ. n. 3/2016.

[3] L. 208/2015.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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