Acqua non potabile: l’acquedotto risarcisce l’utente
Lo sai che?
4 Feb 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Acqua non potabile: l’acquedotto risarcisce l’utente

Risarcimento del danno e riduzione delle bollette dell’acqua se dai rubinetti esce acqua non potabile.

 

Dopo numerose sentenze di giudici di primo grado, arriva finalmente la riconferma anche da parte della Cassazione [1]: se l’acqua che scende dal rubinetto dell’abitazione non è potabile, l’utente ha diritto dalla riduzione del canone e al risarcimento del danno. Con una sentenza di qualche ora fa la Suprema Corte accorda l’agognato taglio delle bollette a tutti quei comuni ove ormai l’acqua è inquinata. E non sono pochi in Italia, tant’è che la materia si appresta a diventare un vero e proprio filone giurisprudenziale per cause “seriali”.

 

Già in passato si sono espressi, in tal senso, numerosi giudici di pace tra cui il G.d.P. di Piacenza, di Reggio Calabria, di Viterbo e di Napoli. Anche la Cassazione, l’anno scorso, aveva ricordato che la bolletta dell’acqua non è una tassa, ma un canone per un servizio, per cui, se il servizio non viene adempiuto correttamente, all’utente spetta la restituzione dei soldi versati ed, eventualmente, il risarcimento per essere stato costretto ad approvvigionarsi a fonti alternative e, magari, più costose (si pensi alle bottiglie d’acqua del supermercato).

 

Come noto, una delle voci della bolletta dell’acqua è il canone di depurazione; ma è chiaro che se l’acqua non è potabile, non si può chiedere un pagamento per un servizio mai reso. Così l’utente ha diritto, quanto meno, al rimborso di tutti gli importi versati negli ultimi cinque anni, a titolo di tale fantomatica prestazione. Ma, oltre alla restituzione di tali somme, l’utente ha diritto al risarcimento del danno economico se dimostra l’utilizzo di fonti alternative (utili potrebbero essere gli scontrini del supermercato per le cassette di acqua minerale).

 

Con la sentenza odierna, la Cassazione ha imposto alla società che gestisce l’acquedotto il risarcimento agli utenti per il periodo in cui il Comune ha vietato l’uso potabile dell’acqua erogate dal concessionario all’interno delle abitazioni: la società titolare del servizio, infatti, è debitrice della prestazione nel contratto di somministrazione e deve dunque dimostrare di aver impiegato la necessaria diligenza per rimuovere gli ostacoli frapposti all’esatto adempimento; diversamente paga i danni.

 

 

La vicenda

Forse simbolico ma comunque significativo il risarcimento di circa 850 euro ottenuto dall’utente di un Comune siciliano, liquidato secondo equità dal giudice di pace e confermato dal Tribunale in sede di appello. L’acquedotto non riesce a scaricare la responsabilità sulla locale raffineria, alla quale spetterebbe il compito di “captare l’acqua marina e procedere alla sua dissalazione”, mentre alla società concessionario toccherebbe soltanto “miscelare l’acqua, una volta dissalata, in modo da renderla potabile”. E dunque l’acquedotto non può essere esonerato dalla responsabilità per il (presunto) inadempimento della raffineria dopo il provvedimento adottato dal Comune perché i parametri chimici e i caratteri organolettici dell’acqua risultano difformi dagli standard di legge.

 

La società che gestisce l’acqua può evitare la condanna solo dimostrando di non aver potuto adempiere la prestazione dovuto per una causa non imputabile ad essa; non può limitarsi a eccepire la semplice difficoltà della prestazione o il fatto ostativo del terzo.

 

 

Cosa devono fare gli utenti per ottenere i rimborsi

L’utente che voglia agire contro il Comune o l’ente gestore dovrà azionare una causa davanti al giudice di Pace. Prima dovrà effettuare una valutazione degli importi di cui richiede la restituzione sulla base di un confronto delle bollette degli ultimi cinque anni, che andranno prodotti in giudizio. In esse dovrà verificare e sommare le voci dovute a titolo di canone di depurazione. Se l’importo non supera 1.100 euro, l’utente può stare in causa da solo davanti al giudice di Pace, senza bisogno dell’avvocato. Se la causa è superiore a 5.000 euro invece il giudizio va azionato davanti al Tribunale (è molto difficile, tuttavia, che si raggiungano tali importi).

 

Per ottenere il risarcimento del danno sarà del tutto improbabile che l’utente possa aver conservato gli scontrini per l’acquisto di acqua minerale al supermercato (per quanto potrebbe farlo per tutte le forniture successive all’inizio del giudizio). Ad ogni modo, il giudice potrebbe accettare anche una richiesta di risarcimento in via “equitativa”, ossia sulla base di quanto a questi appaia congruo, in assenza di prove documentali.


In pratica

Il gestore dell’acquedotto paga per il disservizio nell’erogazione dell’acqua potabile, anche se dovuto all’inquinamento prodotto dalle industrie. La Cassazione afferma l’obbligo di risarcire i cittadini per i danni patiti. Il gestore che si è impegnato alla somministrazione dell’acqua deve ricorrere a fonti di approvvigionamento alternative rispetto a quelle dichiarate fuori legge, senza aspettare che chi ha inquinato appronti misure per affrontare l’emergenza.

[1] Cass. sent. n. 2182/16 del 4.02.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
 
 
Commenti