Videoregistrazioni come prova: che valore hanno
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4 Feb 2016
 
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Videoregistrazioni come prova: che valore hanno

I filmati di videosorveglianza contengono la rappresentazione di un fatto e pertanto devono essere considerati come una prova documentale.

 

Nell’epoca in cui le telecamere sono poste ovunque, fuori le banche, dentro i negozi, vicino ai garage dei condomini e, ora, persino sui pianerottoli delle abitazioni, è lecito chiedersi che valore di prova potrebbe avere una videoregistrazione immortalata da una videocamera di sorveglianza. La risposta è stata fornita ieri dalla Cassazione [1].

 

Secondo la corte i filmati della videosorveglianza contengono la rappresentazione di un fatto e vanno ritenuti prova documentale con dei requisiti particolari. Non si può, quindi, sostenere l’inutilizzabilità di tali “pellicole” solo perché i dispositivi sono stati predisposti da soggetti privati (appunto la banca, l’ipermercato, ecc.).

 

La videoregistrazione è – a detta della Corte – un documento figurativo non caratterizzato dalla scrittura, ma, dato che contiene la descrizione di un fatto, da delle immagini testimoniali. Per determinare l’autenticità delle videoregistrazioni, non essendo soggette alla sottoscrizione come imposto per l’utilizzazione processuale delle scritture private, è necessario accertala caso per caso.

 

Che garanzia può dare una telecamera installata da un privato? Secondo la Corte non ci sono ragioni per dubitare dell’autenticità. Infatti, il procedimento di acquisizione delle immagini si svolge con una semplice operazione meccanica di copiatura delle immagini registrate su supporti magnetici; ciò non implica l’intervento materiale e manuale dell’uomo, e quindi non comporta nessuna attività interpretativa o rielaborativa che possa compromettere i fotogrammi originali. Dunque, il fotogramma che riprende, per esempio, il reo nel corso di un furto può ricevere, da parte del giudice, una valutazione di massima attendibilità anche se non si tratta delle telecamere della polizia.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 13 gennaio – 3 febbraio 2016, n. 4400
Presidente Gentile – Relatore Pellegrino

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 09.06.2014, la Corte d’appello di Brescia confermava la pronuncia di primo grado emessa dal Tribunale di Mantova, in composizione monocratica, in data 25.03.2013, con la quale S.M. era stato condannato alla pena di anni sei di reclusione ed Euro 3.000,00 di multa, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e la declaratoria di interdizione legale durante l’espiazione della pena per il reato di rapina aggravata in concorso ai danni di istituto di credito (nella sentenza di secondo grado veniva altresì revocato il beneficio della sospensione condizionale della pena concesso al S. con sentenza del Tribunale di Lamezia Terme in data 19.10.2005, irrevocabile in data 04.03.2007).
2. Avverso detta sentenza, nell’interesse di S.M. , viene proposto ricorso per cassazione per i seguenti motivi:
– inosservanza del disposto dell’art. 360 cod. proc. pen. nella parte in cui la Corte territoriale ha escluso che l’attività di estrapolazione di immagini dal sistema di videosorveglianza costituisca un accertamento tecnico irripetibile (primo motivo);
– illogicità della motivazione ed

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[1] Cass. sent. n. 4400/2016 del 3.02.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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