Vincenzo Rizza
Vincenzo Rizza
5 Feb 2016
 
Le Rubriche di LLpT


Le Rubriche di LLpT
 

Unioni gay e convivenze di fatto non sono uguali davanti alla legge

La proposta di legge Cirinnà non attribuisce alla convivenza di fatto lo stesso rilievo e la stessa importanza delle unioni omosessuali. Non sarebbe stato il caso di sottoporle ad una disciplina unitaria?

 

Il disegno di legge Cirinnà sul quale le forze politiche stanno vivendo – come sempre sui temi etici – una fase di forti contrasti, presenta alcune problematiche sulle quali, purtroppo, non sembra che si sia posta adeguata attenzione.

 

Le nuove norme sono suddivise in due capi: il primo riguardante le unioni civili ed il secondo riguardante la convivenza di fatto.

 

Mentre per quanto riguarda le unioni gay la proposta formula una serie di norme che tendono a regolamentare l’istituto assimilandolo alla famiglia eterosessuale nei limiti consentiti dal rilievo costituzionale di quest’ultima, le convivenze vengono regolamentate solo per alcuni aspetti certamente importanti, ma che non consentono di affermare che le coppie di fatto siano trattate allo stesso modo di quelle gay.

 

Ed invero, mentre per queste ultime vengono sacramentati principi attinenti alla stessa moralità dei comportamenti (si pensi al dovere di fedeltà, di assistenza, di coabitazione), per l’altro istituto la proposta di legge si limita a regolare solo aspetti di carattere pratico legati, più che altro, ad alcune situazioni contingenti nelle quali si è ravvisata qualche difficoltà reale alla quale si cerca di dare un minimo di soluzione. Si pensi al contratto di locazione o al diritto di visita del convivente detenuto.

 

Gli aspetti patrimoniali ed i rapporti sociali sono, poi, lasciati ad una regolamentazione pattizia attraverso l’introduzione del “contratto di convivenza”: un vero e proprio contratto di diritto privato peraltro già presente nella nostra prassi giuridica.

L’esperienza dimostra, invece, come la convivenza di fatto tenda ad essere una delle ipotesi di legame tra due persone caratterizzato da stabilità, reciproca considerazione, educazione della prole; alla stessa stregua del matrimonio da una parte o delle unioni gay dall’altra.

 

Sembra di scorgere, al di là del dibattito in corso sui temi più difficili della questione, il malcelato intento di mascherare la volontà di introdurre e tutelare le unioni gay, con un minimo di attenzione alla figura delle convivenze; per evitare che si pensi alla volontà di tutelare solo le unioni omosessuali.

 

Un esempio per tutti: solo a chi si trova in una situazione di unione gay vengono riconosciuti i diritti di successione o la pensione di reversibilità.

 

A chi, invece, istituisce una convivenza, per espressa ammissione della Senatrice Cirinnà, viene riconosciuto il diritto a continuare a percepire gli assegni alimentari dovuti dal precedente coniuge, attribuendo così a questo istituto un valore residuale e non equiparabile alla vera e propria “unione”.

 

Altre perplessità riguardano l’adozione, al di là di quelle che riguardano la stessa opportunità di inserire l’istituto nella legge sulle unioni civili,.

 

A ben riflettere, la stepchild adoption riguarda la sola ipotesi di unione tra lesbiche: solo in questo caso, infatti, è pensabile che il partner abbia un figlio. Nel caso di unione tra due uomini la cosa non è, di norma, possibile e se ne deve dedurre che potrebbe avvenire solo “affittando” l’utero di una donna estranea alla coppia. Cosa che, invece, è vietata dal nostro ordinamento.

 

È questo il motivo per cui si può legittimamente supporre che l’introduzione della stepchild adoption darà impulso a questa pratica inaccettabile – a parere di chi scrive – dal punto di vista etico.

 

A me pare, ancora una volta, che la politica abbia prevalso sulla tecnica legislativa e che molti aspetti siano stati trascurati e necessiterebbero di una opportuna riflessione.

 

Sarebbe stato meglio prendere atto che nella nostra società, insieme al matrimonio, è frequentissimo il caso di persone che convivono senza averlo contratto, pur trattandosi di rapporti di coppia stabili e fondati sull’amore; a prescindere dal sesso dei protagonisti.

 

Non sarebbe stato meglio parificare tout court unioni civili e convivenze in un unico istituto? Prevedere che la vita di coppia può configurarsi in una duplice declinazione: il matrimonio riconosciuto dalla Costituzione o la convivenza regolata da norme ordinarie?

 

Sarebbe stato sufficiente, nella definizione del nuovo istituto, specificare che le norme si applicano a prescindere dal sesso delle due persone coinvolte, comprendendovi così sia le unioni eterosessuali, che quelle omosessuali.

 


 


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Commenti
6 Feb 2016 Remo Rossi

Le convivente sono sia eterosessuali che omosessuali, le unioni civili sono invece l’equivalente (ipocrita) per omosessuali del matrimonio
Non si capisce dove sia la distinzione, si dovevano forse introdurre 3 istituti per gli eterosessuali e due per gli omosessuali?